I misteri del Principe di San Severo

Qual’è la vera natura dei manufatti custoditi nella Cappella di Sansevero del Sangro?

Raimondo di Sangro, “principe di Sansevero”, è un personaggio controverso nato nel 1710 a Torremaggiore (Foggia) e morto a Napoli all’età di 61 anni. Apparteneva a una nobile famiglia feudale, i Sansevero, che ne affidò l’istruzione a una scuola gesuita a Roma.

CHI ERA? -
Raimondo sviluppò interesse per molte materie, dall’arte militare all’alchimia passando per la filosofie e le scienze naturali. In età adulta si avvicinò alla massoneria e nel 1750 divenne Gran Maestro della Loggia di Napoli, circostanza che gli causò non pochi problemi con la Chiesa e con il clero, ostili alla massoneria. A lui si deve il restauro e l’allestimento della Cappella di Sansevero del Sangro, la chiesa di famiglia dei nobili Sansevero, situata in Piazza San Domenico Maggiore, oggi museo aperto al pubblico. Ed è proprio questa Cappella, più precisamente le opere in essa custodite ed esibite, ad aver generato una notevole quantità di inquietanti e sinistre leggende sulla vita e sulle abitudini del principe, alimentate dalla sua istruzione gesuita e dalla sua appartenenza alla massoneria, due temi che ancora oggi sono al centro di numerose teorie complottiste. Nel sotterraneo della chiesetta, infatti, sono conservate – cito dal sito del museo – due “Macchine anatomiche, ovvero gli scheletri di un uomo e di una donna in posizione eretta, con il sistema artero-venoso quasi perfettamente integro (…) non si sa attraverso quali procedimenti o adoperando quali materiali si sia potuta ottenere una tanto eccezionale conservazione dell’apparato circolatorio (…) Benedetto Croce racconta che secondo la credenza popolare Raimondo di Sangro fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene”.

SISTEMI - In pratica, il sistema circolatorio dei due corpi è così fittamente e minuziosamente riprodotto da indurre alcuni studiosi a ipotizzare che in essi sia stato iniettato un “liquido metallizzante” che – diffondendosi nel flusso sanguigno – ha “cristallizzato” l’intero apparato venoso e arterioso. Di qui alla conclusione successiva il passo è estremamente breve: solo in un corpo vivo è possibile che un liquido percorra il flusso sanguigno, quindi le due povere cavie ricevettero il terribile trattamento quand’erano ancora vivi. E non è tutto. Nella cappella si possono ammirare numerose sculture, una delle quali è quella del “Cristo velato”, la riproduzione marmorea del corpo di Gesù Cristo coperto da un velo, anch’esso marmoreo, che lascia intravedere la figura sottostante. La scultura restituisce un effetto estremamente realistico e nello stesso tempo impossibile: il marmo non è trasparente e un telo di marmo dovrebbe coprire la scultura sottostante nascondendola del tutto. Anche in questo caso fioccano inquietanti teorie che parlano di un essere umano pietrificato quand’era ancora in vita. Dato che le “macchine anatomiche” erano destinate ad essere esibite in un contesto simbolico dedicato alla resurrezione, e lo stesso Cristo è simbolo di resurrezione, il mito volle che il principe Raimondo tentasse – attraverso questi esperimenti – di sconfiggere la morte. Ottenuto un elisir che permetteva la rigenerazione del corpo umano, le leggende narrano che il principe lo sperimentò su sé stesso: lo ingerì e ordinò che il proprio corpo fosse tagliato a pezzi e chiuso ermeticamente in un baule, dove si sarebbe ricomposto per tornare in vita. Alcuni familiari, preoccupati dall’improvvisa sparizione del congiunto, aprirono il baule prima che il processo di ricomposizione fosse terminato, causando la definitiva e orribile morte del Raimondo. Fin qui il mito del Principe di Sansevero, accortamente stimolato dagli attuali proprietari del museo che si sono sempre opposti a qualsiasi analisi strumentale delle macchine anatomiche e del Cristo velato.

STORIA - Tuttavia le ricerche storiche hanno consentito di rintracciare i documenti originali con i quali Raimondo di Sandro commissionò la realizzazione delle due macchine anatomiche a Giuseppe Salerno, medico palermitano. Il carteggio dimostra che l’impressionante rete venosa e arteriosa fu riprodotta utilizzando fil di ferro e cera colorata. I due corpi, inoltre, non avevano alcuno dei significati simbolici che qualcuno ha voluto loro attribuire. Infatti Raimondo di Sangro intendeva utilizzarli come strumento didattico a disposizione dei medici e aspiranti tali. Il Cristo velato, dal canto suo, fu opera dello scultore Giuseppe Sanmartino e anche in questo caso il carteggio della commissione e dei pagamenti mostra che esso fu realizzato da un unico blocco di marmo. quest’opera non è l’unica nel suo genere: anche la Pudicizia Velata, nella stessa Cappella, è realizzata con una tecnica scultorea simile (ma la mano è quella di un altro scultore, Antonio Corradini). Nessun mistero, quindi, ma soltanto l’eccentrica poliedricità di interessi di un nobile d’altri tempi che ha finanziato la realizzazione di opere didattiche e di capolavori artistici che – assieme a tante altre opere realizzate o commissionate dal Raimondo – meriterebbero una ben maggiore valorizzazione culturale. Sembra infatti che leggende e misteri abbiano ottenuto l’effetto di trasformare vere e proprie opere d’arte in banali patacche: la bufala sulla realizzazione alchemica ha finito per soffocare il valore della realizzazione artistica.