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Tutto quello che avreste voluto sapere sul Fmi e l’Islanda…ma vi hanno sempre nascosto

Nell’Isola del Nord il grande complotto dei poteri forti demoPLUTOcratici ha avuto uno strano effetto e degli alleati davvero inaspettati…


La crisi dei debiti sovrani che minaccia l’area euro rende affascinante il modello islandese. La lezione che arriva dall’isola dei ghiacci e dei geyser sarebbe la seguente: la finanziarizzazione dell’economia ha provocato la grande crisi del nuovo Millennio, che impone tagli e sacrifici alla popolazione per salvare i debiti contratti dalla speculazione di istituti finanziari e banche, sotto ordine degli organismi internazionali, come Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Il popolo islandese ha detto no e si è salvato. Tutto bello, peccato che non sia vero.

L’ISLANDA CHE NON ESISTE – Il modello islandese sta diventando una sorta di mito collettivo nel quale rifugiarsi per credere che esista una via di fuga indolore alla Lesser Depression che dura ormai da qualche anno. Sulle possibili analogie tra il default islandese e quello auspicato per l’Italia abbiamo già interrogato in passato due validi esperti di economia come Mario Seminerio e Carlo Lottieri. Ma il caso islandese merita quantomeno un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle false rappresentazioni che lo descrivono sulla rete italiana. Un esempio è questo video piuttosto cliccato su YouTube, che afferma quanto segue:

Cio’ che è successo in Islanda è senza precedenti. L’abbattimento dell’idea che il debito è un’entità sovrana, in nome della quale è sacrificabile un’intera nazione. Percio’ nessuno deve sapere il referendum islandese voluto dal Capo dello Stato Ólafur Ragnar Grímsson. Ogni volta che ci dicono che per arginare il debito di un paese ci vogliono piu’ tasse, che sono procedure essenziali,etc.etc. Non è vero,è una bugia. Lo ha dimostrato il popolo islandese che ha sconfitto le lobby economiche e i loro ricatti. Non hanno varato la manovra economica a spese dei cittadini per le perdite delle banche(i profitti sono privati ma i debiti nazionalizzati. Quello che è successo in Islanda mette in imbarazzo politici ,che sono le pedine dei gruppi bancari, e fa paura all’economia globale. Censurare il referendum islandese e non farlo conoscere alla massa occidentale,è stato l’ordine numero uno delle grandi banche. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione,tramite una nuova Magna Charta Costituzionale,redatta via Internet e le sedute parlamentari, in diretta su Streaming on line In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale:è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale.

Simili argomenti si ritrovano in questo articolo di Rinascita, quotidiano di sinistra nazionale come da auto definizione

L’Islanda è fuori dal Fondo monetario internazionale. La Nazione-isola del Nord Europa si sta riprendendo dalla crisi economica indotta dal monetarismo usuraio internazionale e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce, Fmi o Banca Mondiale, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione, e un coinvolgimento dell’opinione pubblica nazionale tra le più alte d’Occidente. Anzi, dopo circa tre anni di aut aut rigettati dal popolo islandese attraverso un referendum e una Assemblea Costituente, il Fondo Monetario Internazionale e l’Islanda hanno preso strade diverse. In tempi di presunti salvataggi nazionali portati avanti con ricette neoliberiste, di annullamenti di sovranità monetarie nazionali e di politiche di tagli violenti alle strutture amministrative, sociali ed economiche dei singoli Stati, lo stato islandese ha deciso di proseguire fermamente nella strada intrapresa oltre un anno fa, attraverso un imponente consenso dell’opinione pubblica nazionale, generalmente formata ed informata su temi così delicati e importanti. Come riportato da diversi servizi della tv pubblica islandese Ruv, l’Fmi, portato a termine la sua sesta revisione dell’economia nazionale islandese a Washington, non proseguirà con altri “rapporti” o “consigli” pertinenti l’isola dell’Atlantico. L’Fmi conclude quindi le operazioni in Islanda, e la lascia.

I due pezzi descrivono un salvataggio dell’Islanda che non è mai esistito. L’errore, o la bugia, sta nella parte grassettata delle citazioni. Non è affatto vero che l’Islanda ha rifiutato l’aiuto delle istituzioni internazionali, perché il tanto odiato Fondo Monetario Internazionale ha prestato ben 5 miliardi di euro al Paese tra l’autunno del 2008 e la primavera del 2011. La cifra può apparire piccola se paragonata all’attuale crisi dell’euro, dove perfino un fondo da più di 400 miliardi viene giudicato insufficiente. I prestiti che il FMI ha concesso all’Islanda sono invece stati molto corposi, perché 5 miliardi di euro rappresentano una somma pari a circa il 40% del Pil islandese. Facendo un paragone con l’Italia, come nota Mario Seminerio sul suo noto ed autorevole blog Phastidio.net, è come se le istituzioni internazionali ci prestassero 400 o più miliardi di euro, ovvero l’intera dotazione dell’ attuale EFSF, che viene valutata come insufficiente per stabilizzare le economie dei cinque PIIGS: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna.


LA CRISI ISLANDESE –
La grave recessione nella quale l’Islanda è precipitata, e dalla quale non si è ancora ripresa in realtà, si è originata a causa della esagerata dimensione delle sue istituzioni finanziarie, che sono collassate sotto il peso dell’ingente debito estero che avevano accumulato.Nel 2008 l’isola aveva un indebitamento con gli altri Paesi di circa 50 miliardi di euro, dieci volte superiore al Pil del 2007, pari a 8,5 miliardi di euro. L’ottanta per cento del debito estero era stato accumulato dalle banche. A inizio del nuovo millennio la privatizzazione del settore finanziario aveva favorito la pratica di numerose speculazioni. L’Islanda aveva un impetuoso tasso di crescita economica, e il differenziale dei tassi di interesse (al 4-6%) con il resto dei paesi avanzati (il doppio dell’area Euro-Usa, 5-6 volte quelli giapponesi) solleticava il reinvestimento nell’isola di prestiti contratti all’estero, il cosiddetto carry trade. La liberalizzazione integrale del settore bancario fra il 2001 ed il 2003 inoltre attirò il massiccio arrivo di capitali esteri, attratti da tassi di interesse sempre più favorevoli. Nei primi mesi del 2008, quando la krona si stava deprezzando pesantemente generando molta inflazione, la Banca centrale islandese continuò ad alzare i tassi di interesse, rendendo così sempre più remunerativi i prodotti finanziari offerti dalle banche islandesi. Nei dodici mesi prima del crollo il Pil era cresciuto del 5%, mentre la liquidità presente nel sistema economico, l’M3, era incrementata di oltre 50 punti percentuali, grazie al costante afflusso dei capitali stranieri. La recessione mondiale, iniziata con la crisi dei mutui subprime, fece collassare le banche del Paese, che si erano sempre più indebitate con l’estero negli anni precedenti al 2008 e non trovavano più finanziamenti per andare avanti. Complessivamente il debito estero arrivò al 900% del Pil, decretando il rapido fallimento delle stesse istituzioni finanziarie, che non potevano essere salvate in alcun modo. La stessa Banca Centrale islandese deteneva riserve pari a 4,5 miliardi di euro, una somma quasi infinitesimale rispetto al debito contratto. La crisi islandese richiamò immediatamente l’attenzione di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, anche perché moltissime obbligazioni islandesi erano detenute da risparmiatori, istituzionali o privati, dei Paesi membri dell’Ue, in particolare del Regno Unito. Il governo islandese procedette all’inevitabile nazionalizzazione delle tre maggiori banche del Paese, Glitnir, Kaupthing e Landesbanki, determinando così l’esplosione del debito pubblico, fino ad allora piuttosto contenuto.

LA SALVEZZA DAL FMI – Il collasso del sistema creditizio ha causato il cosiddetto sudden stop, un arresto improvviso dell’afflusso dei fondi esteri, che ha subito causato un violento squilibrio della bilancia commerciale. Per sopperire a questa mancanza di finanziamenti l’Islanda è stata obbligata a ricorrere all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, attraverso il programma Stand-By-Arrangement, al quale hanno ricorso nello stesso periodo anche Grecia, con minor fortuna, e Ungheria. Il Fondo, insieme ad altri Paesi, ha concesso prestiti al governo islandese che hanno permesso all’isola di riprendersi, o quantomeno di non collassare completamente, sotto il peso del fallimento del suo sistema creditizio. Il programma del FMI è iniziato nell’ottobre del 2008, quando è partita la prima tranche dei 5 miliardi di euro che sono stati erogati fino all’agosto del 2011. 2 miliardi e 100 milioni sono arrivati dalle casse del Fondo, mentre altri 2,5 miliardi sono arrivati dai governi dei Paesi vicini, Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il programma Stand-By- Arrangement è durato ben 33 mesi, ed è stata definito un successo da alcuni osservatori come Friðrik Már Baldursson, mentre Jon Danielsson ha evidenziato la ancora problematica situazione economica dell’Islanda. I due governi islandesi che si sono succeduti, prima quello conservatore di Geir Haarde e poi quello progressista guidato da Jóhanna Sigurðardóttir hanno collaborato con piena efficacia con gli osservatori del FMI. Come nota Danielsson, la ricetta applicata dal Fondo è stata abbastanza simile a quella utilizzata nelle controverse crisi asiatiche di fine anni novanta. Tagli alla spesa pubblica e stabilizzazione della moneta, una ricetta che è stata ampliata dall’applicazione di più stringenti controlli ai movimenti dei capitali, per evitare un completo collasso della moneta causa fuga degli investitori esteri. A differenza che in passato il FMI non ha imposto da subito la scure sulla spesa pubblica per contenere il debito, evitando così di far crollare la domanda aggregata, una scelta che avrebbe inasprito la recessione.  L’austerità, fatta di tagli e aumenti delle tasse per contenere il debito, è arrivata dopo un anno, mitigando così il carattere pro ciclico delle misure. Danielsson critica  la stretta monetaria applicata dalla Banca Centrale islandese su ordine del Fondo: nell’autunno del 2008 i tassi sono stati portati al 18% per ottenere 2 miliardi di euro, poi sono stati mantenuti in doppia cifra fino alla primavera del 2010. La collaborazione tra Fmi e governo islandese è stata comunque proficua, e il vero successo del programma, come riconosce lo stesso economista islandese, è stato il mancato default del debito sovrano, che sarebbe stato inevitabile senza l’intervento del Fondo monetario internazionale.

ICESAVE, IL DEFAULT NON COMPRESO – L’intervento del Fondo ha così permesso di evitare il collasso definitivo dei conti pubblici, dissanguati dall’intervento di riordino del sistema creditizio. Nel 2008, grazie all’assistenza del FMI, le banche islandesi sono state ristrutturate, dando vita a nuovi istituti molto ridotti rispetto alle precedenti dimensioni colossali. La ristrutturazione di due banche, Glitnir e Kaupthing, è riuscita tra le prevedibili difficoltà e si è conclusa con la vendita ad investitori stranieri, mentre molto più problematica è stata, e ancora è, la sorte di Landesbanki. E’ da questo istituto che si è originata la favola del default islandese, in particolare il rifiuto della popolazione di pagare il debito pubblico. Icesave, una filiale di Landesbanki, era una banca che offriva dei conti deposito online particolarmente appetibili per gli alti tassi di interesse. Trecentoquarantamila investitori britannici e olandesi, tra i quali molti enti locali, avevano comprato un conto Icesave a partire dal 2006 nel Regno Unito e dal 2008 nei Paesi Bassi. Siccome Icesave faceva parte di Landesbanki, e il collasso della banca aveva portato al fallimento della sua sussidiaria online. Il governo britannico e quello olandese avevano garantito con fondi propri i risparmiatori, anche perché la cifra, circa 4 miliardi complessivi, era relativamente contenuta per le finanze di quei Paesi. Ben diverso era l’impatto per i conti pubblici islandesi, già squassati dalla recessione e dal programma di stabilizzazione finanziaria predisposto insieme al FMI. I governi islandesi hanno trovato due diversi accordi con le controparti britanniche e olandesi per la restituzione dei soldi che hanno garantito gli investitori di Icesave, ma come è noto due referendum hanno bocciato quelle intese. La definizione del piano di restituzione dei debiti di Icesave aveva rallentato l’erogazione dei prestiti del Fondo Monetario Internazionale, a causa della pressione di Gran Bretagna e Paesi Bassi, che avevano però concesso un essenziale rinvio dei pagamenti. L’Islanda fa parte dello Spazio Economico Europeo, ed è stata condannata all’Autorità di Sorveglianza dell’Associazione europea di Libero Scambio per il mancato rimborso dei debiti di Icesave. Il default del debito sovrano, quello effettuato per esempio dall’Argentina nel 2001, non c’entra però nulla con quanto avvenuto in Islanda. La popolazione ha respinto un programma di ristrutturazione del debito di una banca privata, fallita e quindi nazionalizzata per non far collassare l’intero sistema economico del Paese. Un programma condotto con la fondamentale assistenza del Fondo Monetario Internazionale, che certo non ha gradito l’esito del referendum, ma che comunque giudica un successo il suo operato in Islanda. Il coordinatore dello Stand-By-Arrangement, Nemat Shafik, ha dichiarato che

L’Islanda ha completato con sucesso il suo programma supportato dal FMI. Gli obiettivi chiave sono stati raggiunti: le finanze pubbliche sono un percorso sostenibile, il tasso di cambio è stato stabilizzato, e il settore finanziario è stato ristrutturato. Una solida politica di implementazione del programma ha puntellato questo successo. La ricapitalizzazione del sistema finanziario è stata una pietra miliare della fuoriuscita dell’Islanda dalla crisi. Ulteriore progresso nella ristrutturazione del debito privato è benvenuta, così come un’ulteriore regolamentazione della supervisione del settore finanziario. Rispondere alle situazione di vulnerabilità ancora presenti sarà essenziale per il futuro.

Altrettanto essenziale per la ripresa islandese è stata la formale richiesta di entrare nell’Unione Europea. Questo ha ridato, secondo gli osservatori, autorevolezza al Paese, tanto che è riuscita a collocare bond dal valore di un miliardo di euro ad un tasso piuttosto contenuto, il 6%. I mercati finanziari, dopo la cura del FMI, hanno così ripreso a dare fiducia all’isola nota in Italia per un default che non ha mai fatto e per una ribellione alle autorità internazionali che non si è mai verificata.

LEZIONE ISLANDESE – Il default del debito sovrano non è stata la risposta dell’Islanda alla sua crisi, ma è indubbio che il modo in cui il Paese ha risposto alla crisi è stato originale. Nelle settimane scorse il Fondo Monetario Internazionale ha organizzato una conferenza sul caso Islanda a Reykjavík, un’occasione di riflessione sul programma del Fmi concluso solo da poche decine di giorni. Nel link si possono vedere tutti i materiali video del seminario, al quale hanno partecipato due prestigiosi premi Nobel come Stiglitz e Krugman, William Buiter, capo economista di Citibank ed ex commentatore del Financial Times, e Simon Johnson, ex capo economista del FMI dal 2007 al 2008. I quattro analisti hanno evidenziato la particolarità del caso islandese. Buiter ha rimarcato la follia del sistema finanziario del Paese, il cui peso era assolutamente sproporzionato rispetto all’economia islandese. Krugman, Stiglitz e Johnson hanno invece rimarcato alcune novità dell’intervento del Fmi: compressione della spesa sociale meno acuta, rigidi controlli ai movimenti dei capitali, un aspetto la cui efficacia è piuttosto controversa, e la ormai celeberrima decisione di non pagare il debito di Icesave. Il panel che ha dibattuto si è invece diviso più marcatamente sulla necessità di adozione dell’euro: la fiducia dei mercati è ripartita anche grazie al percorso di adesione alla Ue, ma ci sono più aspetti che rendono difficile il passaggio dalla krona alla moneta unica europea, anche senza considerate le attuali difficoltà della divisa. Nehmat Shafik ha così sintetizzato la lezione islandese del FMI: un Paese deve avere una chiara strategia, così che il Fondo può riadattare il suo programma di supporto, più strumenti di risoluzione della crisi sono utili, così come l’Islanda ha dato un esempio difendendo il suo sistema di Welfare. Il primo ministro Jóhanna Sigurðardóttir ha espresso in questo modo la lezione che ha tratto il suo Paese : La poco percorsa via dell’Islanda ha guadagnato credibilità e rispetto grazie alla stretta cooperazione con il Fondo Monetario Internazionale.