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Jobs Act: è braccio di ferro tra Matteo Renzi e Maurizio Landini

«Gli interessi dei lavoratori non sono rappresentati al governo». Dopo gli scontri di Roma e le parole pesanti contro il governo Renzi, Maurizio Landini, segretario Fiom, si presenta al talk di Lucia Annunziata per annunciare che la Cgil e la Fiom «non si fermeranno» contro le politiche sociali ed economiche di palazzo Chigi e «continueranno ad andare avanti» con tutti i mezzi «sindacali e legali» a disposizione. La sfida è a distanza. In mezzo il Jobs Act e da una parte, le anticipazioni del libro di Bruno Vespa con Matteo Renzi, dall’altra, l’intervista a in ½ Ora con il sindacalista. E’ rottura netta, segnata dalle parole del presidente del Consiglio sulla riforma lavoro. «La delega non cambierà rispetto al passato», ha precisato Renzi. «Alcuni dei nostri non voteranno la fiducia? Se lo fanno per ragioni identitarie, facciano pure. Se mettono in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere, le cose naturalmente cambiano». E ancora: «Se qualcuno dei nostri vuole andare con la sinistra radicale che ha attraversato gli ultimi vent’anni, in nome della purezza delle origini, faccia pure: non mi interessa. E’ un progetto identitario fine a se stesso e certo non destinato a cambiare l’Italia. Lo rispetto, ma non mi toglie il sonno. Il sonno me lo tolgono le crisi industriali, i disoccupati, la mancanza di peso nella lotta alla burocrazia, certo non Vendola o Landini».

Scontri Ast e polizia a Roma.  Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 29-10-2014 Roma, Italia
Scontri Ast e polizia a Roma.
Foto Vincenzo Livieri – LaPresse
29-10-2014

LANDINI CONTRO RENZI – Davanti ad Annunziata, con giacca grigia e fede al dito, Landini ammette di aver creduto, sbagliando, che Renzi potesse cambiare il Paese e volesse farlo insieme al sindacato e insieme alla Fiom. «Invece – ha confessato in diretta tv – ha scelto la linea di Confindustria, dell’Europa e dei poteri forti». Non solo: il leader Fiom rilancia una serie di blocchi: il 14 si sciopererà in tutte le fabbriche del Centro-Nord con manifestazione a Milano e poi il 21 si sciopererà in tutte le fabbriche del Centro-Sud con una manifestazione a Napoli. Inoltre al primo direttivo della Cgil, previsto per il 12 novembre, sarà deciso lo sciopero generale di tutto il sindacato. Secondo Landini il premier «non è stato votato per fare quel mestiere lì». Poco importa il 40 per cento ottenuto dalle elezioni europee. Guai poi a definire il capo Fiom un antagonista al premier: «Non scendo in politica, voglio fare il sindacalista, l’ho detto in tutte le salse tranne che in inglese perché non lo parlo. Oggi non voglio impegnarmi in politica voglio rappresentare tutti i lavoratori».
«Quando incontrai Renzi – ha continuato – parlammo di articolo 18. Lui mi disse che l’Europa premeva su di lui e io gli dissi che se avesse toccato l’articolo 18 avrebbe aperto la strada per un conflitto nel Paese. All’inizio diceva di voler cambiare Paese e io dissi ‘cambiamolo insieme’».

IL PREMIER NON TRANSIGE – Nessuna trattativa. Per Matteo Renzi la delega sul lavoro alla Camera non cambierà rispetto al Senato. Ma «se mettono in pericolo la stabilità del governo o lo fanno cadere» allora «le cose naturalmente cambiano». Secondo il premier la minoranza Pd insegue la sinistra radicale, una purezza che «non è destinata a cambiare l’Italia». «Se Renzi è convinto che la delega debba essere approvata così com’è alla Camera, magari con il voto di fiducia, io sono dell’avviso contrario», precisa il presidente della Commissione lavoro ed esponente della sinistra Pd, Cesare Damiano. «E’ assolutamente necessario – ha sottlineato – correggere contraddizioni e limiti della legge di stabilità e migliorare la delega sul lavoro che, come minimo, deve tutelare le nuove assunzioni nel caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari non giustificati». Per Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio, «se non dovesse esserci nel testo neanche la scelta della direzione del Pd sarebbe molto grave; io personalmente non voterei quel testo», mentre Alfredo D’Attorre precisa che sarebbe «irresponsabile blindare la delega alla Camera e non consentire le necessarie correzioni». Per ora è muro contro muro. Da una parte Fiom e la minoranza dem, dall’altra la squadra di governo. Una sfida: tutta da giocare nelle carte a disposizione per la corsa del Jobs Act a Montecitorio.

(Copertina Foto Fabio Cimaglia / LaPresse)