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Leopolda vs Piazza San Giovanni: è guerra fredda nella sinistra

Dopo le primarie del PD, dopo i botta e risposta continui, dopo le larghe intese tra l’ex rottamatore e l’establishment, ora ci siamo.
Da una parte la tre giorni della Leopolda, culla del renzismo e del suo rinnovamento politico, dove si riunisce lo schieramento riformista ma filocentrico del PD che incontra gli imprenditori, dall’altra la mobilitazione nazionale della CGIL di Piazza San Giovanni con l’altra sinistra, che unisce dagli integralisti ai sindacati, con i “furono Tsipras” e i moderati, la sinistra più radicale con quella neo progressista.
A prescindere se le voci di elezioni nel 2015 siano fondate o meno, queste sono prove generali di scissionismo oltre che di forza.
O sei alla Leopolda o sei a Roma.
È una scelta di campo. O sei in (stazione) o sei out (in piazza).
Renzi continua fermamente a credere nella sua “allegra brigata di sognatori” che vogliono cambiare l’Italia e un futuro diverso, forte del suo 40,8%; gli altri vogliono ricostruire un passato diverso e riscrivere una nuova sinistra che parli di sinistra e alla sinistra.
Se le cantano di sana ragione quelli che solo un anno e mezzo fa erano il PD di Bersani e si difendevano compattamente dagli attacchi di Grillo e Berlusconi.
Da Firenze si parla un linguaggio pop “trasversale” e “postideologico” senza alcuna voglia di “trattare con gli elettori con la puzzetta sotto il naso” (parole di Francesco Nicodemo, ex responsabile comunicazione del PD renziano). A Roma si rivendica il contatto con i cittadini, che sono la piazza prima che essere elettori: “Meno promesse più diritti” scritto sugli striscioni, tante bandiere, tanti giovani, tanti palloncini e tanto rosso.

La contrapposizione tra ” Leopolda di Governo e opposizione di San Giovanni” è un’immagine realmente suggestiva e assolutamente corretta.

Lo conferma lo scambio acceso tra Rosy Bindi e la vice presidente del PD, Debora Serracchiani. La pasionaria della dirigenza rottamata da Renzi attacca: “Penso che più imbarazzante della contro manifestazione della Leopolda non ci sia niente” e ancora “Il problema non sono gli esponenti del Pd che sono andati in piazza con la Cgil per ascoltare le persone reali, il problema è che l’intera dirigenza di un partito si riunisce da un’altra parte senza usare il simbolo per discutere di questioni fondamentali. Evidentemente c’è un altro progetto”. Risponde la Serracchiani dalla Leopolda: “Questa non è una contro manifestazione ed è normale che il partito di governo incontri gli imprenditori, così come incontra tutti”.
Sicuramente lo scontro sull’art. 18 e il Jobs Act è solo l’ennesimo riscontro che non si tratta di semplici discussioni interne a un partito. Siamo di fronte a un partito già separato in casa che si divide fisicamente oltre che su questioni politiche.
Se anche Pippo Civati attacca da Piazza San Giovanni dicendo di aver sentito Renzi parlare come Berlusconi nel 2002 e che “siamo arrivati al manifesto della Destra Repubblicana non della Sinistra Italiana” (volutamente metto le maiuscole), evidentemente siamo di fronte a ben più che a due anime della sinistra.
Forse siamo di fronte a due schieramenti che remano verso direzioni opposte all’interno dello stesso partito… e quindi, forse, non più di fronte allo stesso partito.
La domanda ancora una volta nasce spontanea: perché allora continuare a rimanere dentro lo stesso partito?