I minacciosi proclami di disobbedienza fiscale dei sindaci del Settentrione nascondono disagi e problemi reali ma anche uno strisciante egoismo “nordista” bipartisan. Il Governo tace, la Lega sembra presa in contropiede, e gli equilibri potrebbero rompersi sullo scoglio del federalismo fiscale
Il Nord è in rivolta contro Roma. Non sarebbe una novità, se non per il fatto che stavolta non è la solita Lega a scagliarsi contro Roma ladrona, ma sono i sindaci del settentrione, anche quelli di “sinistra”, che attaccano duramente il governo più feder
alista che c’è sul versante del federalismo. Mentre il Carroccio resta prudentemente alla finestra, tra i maldipancia della base e le oggettive difficoltà nel governare una questione che troppo spesso è lasciata alla demagogia.
LA RIVOLTA DEL PIAVE – I sindaci veneti sono pronti ad una rivolta che, secondo il presidente dell’Anci Veneto Vanni Mengotto, sarà senza precedenti. Il casus belli è stata la deroga sul patto di stabilità concessa a Roma. “Ho l’impressione che né il governo, né i parlamentari, si rendono conto della reazione provocata dal trattamento di favore riservato alla capitale: sto assistendo a una levata di scudi senza precedenti che vede schierati l’uno al fianco degli altri i rappresentanti di tutte le istituzioni locali di tutti i colori politici“. Infatti, il vicepresidente nazionale dell’Anci, Flavio Zanonato, ex PCI ed attuale sindaco Pd di Padova, è durissimo: “Ciò che il governo ha negato alla totalità dei comuni italiani, è stato concesso all’amministrazione di Roma. A dimostrazione che esistono comuni di serie A e comuni di serie B, territori che contano e altri che vengono dimenticati“. Ma, scavando tra le dichiarazioni dei vari amministratori locali del Veneto, la frattura sembra molto più profonda.
VENETO LIBERO – L’attacco non è solo al patto di stabilità, che impedirebbe ai Comuni di fare investimenti nel territorio, alla deroga data a Roma per la sua metropolitana. Ma anche al federalismo fiscale che non arriva, destinato – anche nelle ipotesi più ottimistiche – ad una transizione infinita. E i sindaci vogliono restituire la fascia tricolore al prefetto, propongono azioni di disobbedienza fiscale chiamando alla rivolta, civile e pacifica: Gianluca Forcolin, parlamentare del Carroccio e sindaco di Musile di Piave tuona: “Sono state date a tutti i sindaci padani, a partire da quelli parlamentari, a sentirsi liberi dai paletti del patto di stabilità“. Il vicesindaco di Crespano Antonio Guadagnini è alla testa di molti amministratori locali di ogni partito che chiedono, in attesa di un federalismo fiscale che vedono incerto e lontano, la restituzione immediata del 20% dell’Irpef prodotto in loco. Secondo i sindaci del Piave i trasferimenti complessivi dello stato ai comuni veneti sono circa 823 milioni di euro mentre
il 20% dell’Irpef (calcolato sul 2004) è circa 2,2 miliardi di euro. Sarebbero 1,4 miliardi in più per i comuni.
IL PATTO DI STABILITA’ – Il nemico dei sindaci veneti è quindi il patto di stabilità interno, in vigore dal 1999, che esprime gli obiettivi finanziari per gli enti territoriali (regioni e enti locali) in termini di contributo al mantenimento dell’indebitamento netto della Pubblica Amministrazione rispetto al Pil al di sotto del 3%, cioè uno dei più importanti “parametri di Maastricht“. Per il 2009 è previsto che il saldo finanziario di ciascun ente locale – ovvero la differenza tra entrate finali (primi quattro titoli di bilancio dell’entrata) e spese finali (primi due titoli di bilancio della spesa) in termini di “competenza mista” (cioè competenza e cassa) - per gli anni 2009, 2010 e 2011 sia pari al saldo finanziario registrato nel 2007, corretto di un ammontare che varia a seconda della situazione finanziaria di ciascun ente al 2007. Sono stati individuati 4 gruppi e – in base alla loro maggiore o minore solidità finanziaria – è stata individuata la variazione del saldo 2007 necessaria per determinare il saldo programmatico per ciascuno degli anni 2009/2011. In pratica, si tratterebbe di tagliare più o meno le spese (senza distinguere tra quelle “correnti” e quelle di “investimento”) o di aumentare più o meno le entrate per centrare l’obiettivo di contenimento dell’indebitamento netto complessivo nazionale.






















La Lega sta scoprendo a sue spese che a Nord interessa poco del Dio Po o del federalismo e molto della pressione fiscale.
Per molti elettori, il rientro del 20% dell’Irpef non è il prodromo ad un aumento della spesa locale,ma ad una riduzione del carico fiscale: i politici rubano tutti, quindi meno si lascia ai politici, meglio è.
La classe politica locale leghista è invece impegnata nella trasformazione in una piccola burocrazia elettiva a livello locale, per la quale è essenziale rimanga elevato il tasso di intermediazione delle risorse e quindi il proprio potere.
Per i PD come Zanonato, cavalcare la tigre è invece l’unica speranza di sopravvivere all’annichilimento elettorale.
Bravo Carlo! Mi hai anticipato.
Siamo su un piano inclinato molto pericoloso. Che può farci scivolare in un baratro.
pino
@Falkenberg:
Un’analisi sulla quale non c’è molto da aggiungere.
Se non che – com’è ovvio per te, ma evidentemente non per tutti gli amici del nord est – difficlmente un politico è “migliore” sempliceemnte perchè è “locale”. Solo un po’ più vicino. Meglio di niente, si obietterà. Sì, ma sempre un po’ troppo poco…^_^
@Pino:
Grazie.
Sì, siamo su un piano inclinato, perchè le spinte “egoistiche” sono tanto miopi quanto più forti proprio in tempi bui come quelli che arrivano: ne è un esempio il “protezionismo” strisciante che tutti – chi più chi meno – stanno “sposando”
@tutti:
Il politico locale ha un vantaggio: con un po’ di fortuna l’elettore ci mette di meno a conoscerlo personalmente. Chi non si libera del “primato della politica” dopo aver conosciuto da vicino qualche politico politicante, si merita certi politici
Disclaimer: ho fatto politica, quindi mi sto anche insultando da solo
semplicemente, non credo nel “primato” necessario di una forma di organizzazione collettiva.