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Pd, tesseramento flop: nel 2014 solo 100mila iscritti

Successi alle elezioni. Insuccessi nel tesseramento. È l’anomalia del Pd di Renzi, partito che paga quest’anno rispetto al 2013 un crollo del numero di iscritti nell’ordine dell’80%. Ne parla oggi Goffredo De Marchis su Repubblica. Mentre la principale forza politica del paese conquista il successo delle Europee e può vantarsi di un consenso pari al 40,8%, si rivela un disastro la sottoscrizione delle tessere da parte dei militanti. Le stime parlano di sole 100mila iscrizioni al partito effettuate nel corso del 2014, circa 400mila in meno delle 539mila dei dodici mesi precedenti, delle 469mila del 2012, delle 537mila del 2011 e delle 587mila del 2010.

 

Palazzo Chigi - Consiglio dei Ministri(Foto: Roberto Monaldo / LaPresse)

 

-80% DI ADESIONI DAL 2013 – L’allarme sarebbe scattato dopo il flop di affluenza alle primarie in Emilia Romagna, storica regione rossa con solo 58mila elettori che si sono presentati ai gazebo per votare. Le voci che girano nei corridoi del partito sarebbero catastrofiche. Secondo alcuni il Pd avrebbe ottenuto solo 60mila tessere, poco più di un vecchio iscritto su dieci. Insomma, numeri che testimoniano la quasi scomparsa della base che è stata per decenni la spina dorsale dei partiti di centrosinistra e, in particolare, prima del Pci e poi dei Ds. In alcune regioni, come in Sicilia, Sardegna, Basilicata, Molise e Puglia, il tesseramento non sarebbe nemmeno partito. In Campania, dove nel 2013 si sono iscritte al Pd circa 70mila persone, oggi gli aderenti sarebbero solo alcune centinaia. Ma a replicare è stato anche il Pd napoletano, che ha precisato come il tesseramento sia partito soltanto nel mese di luglio, a causa di problemi tecnici. E come si stia cercando di recuperare: «Non siamo preoccupati».

7.200 CIRCOLI – Eppure i numeri simili non potevano che avviare la caccia alle responsabilità. E ovviamente gran parte delle colpe vengono imputate al presidente del Consiglio Matteo Renzi, segretario del Pd da fine 2013. Il partito, sul modello americano, sarebbe troppo legato al carisma del leader, molto presente sia nei media tradizionali che sui social. Si tratta di una mutazione radicale che ricorda quella vissuta negli ultimi anni dalle formazioni di destra alleate di Silvio Berlusconi. Ed il problema è anche economico. Il Pd conta ben 7.200 circoli in Italia ed 89 all’estero. E la riforma del finanziamento ai partiti ha ridotto le entrate, ricorda De Marchis su Repubblica, dai 60 milioni del 2011 ai 12,8 di quest’anno.

LE REAZIONI –  Terminata la “pax renziana“, con il partito diviso sul lavoro, articolo 18 (e non solo), il calo degli iscritti denunciato da De Marchis non poteva che scatenare la reazione della sinistra dem e delle minoranze, già critiche sul doppio ruolo mantenuto da Renzi, segretario-premier. A partire dalle critiche dell’ex segretario Pier Luigi Bersani«Un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito. Lo Statuto dice che il Pd è un partito “di iscritti e di elettori”. Ovviamente  se diventasse solo un partito di elettori diventerebbe un’altra cosa.. Uno spazio politico e non un soggetto politico. Ma non siamo a questo e non finiremo lì».  

Dal nuovo corso renziano, però, le cifre vengono smentite e la questione minimizzata. «Spiace che qualcuno, basandosi su proiezioni inventate, apra una polemica inutile», ha replicato piccato il vice segretario del partito e responsabile organizzazione Lorenzo Guerini, secondo cui l’obiettivo di fine anno «è superare i 300mila iscritti a fine anno, veri». Lo stesso ha poi replicato su Twitter a Chiara Geloni, ex direttore di YouDem:

 

Per Giuseppe Civati, leader dell’area più a sinistra del partito, invece il problema esiste. Dopo lo scontro sul lavoro, si rincorrono le voci su una sua possibile uscita dal Pd: «Non sono io a volere la scissione, ma la condotta di Renzi che rischia di allontanare pezzi di partito come dimostrano anche i dati del tesseramento. L’atteggiamento del premier sembra guardare altrove piuttosto che al nostro campo».

(Foto copertina: Roberto Monaldo / LaPresse)