|

Obama all’Onu: tutti insieme contro il fanatismo religioso

Il preaidente Obama all’ONU ha invitato la Russia al sialogo ed espresso fiducia che l’islam possa respingere l’estremismo e la guerra di religione. Ma ha anche pronunciato un mea culpa e richiamato tutti gli attori, nel Medio Oriente e nel mondo ad assumersi le proprie responsabilità.

 

L'annuale Assemblea Generale dell'ONU ascolta Barack Obama
L’annuale Assemblea Generale dell’ONU ascolta Barack Obama

 

OBAMA PER LA PACE – Il discorso di Obama è stato decisamente intitolato a una proposta di pace, una proposta che richiama al rispetto del diritto internazionale e alla soluzione dei problemi attraverso il dialogo e la cooperazione, partendo da un mea culpa, nel quale il presidente americano ha detto che: «Troppo spesso, non siamo riusciti a far rispettare le norme internazionali quando è stato scomodo farlo. Non abbiamo affrontato con forza sufficiente l’intolleranza, le tensioni interconfessionali e la disperazione che alimentano l’estremismo violento in troppe parti del globo».

DURO CON LA RUSSIA – Un discorso (qui il testo integrale in inglese) per il resto pieno di aperture verso tutti o quasi i paesi più ostili a Washington, dalla Russia che dopo un passaggio duro sui fatti d’Ucraina ha invitato a proseguire sulla strada aperta con il recente accordo con Kiev, all’Iran, verso cui già nei giorni scorsi altri esponenti dell’amministrazione avevano porto l’ipotesi di una collaborazione contro l’ISIL.

DURO CONTRO L’ESTREMISMO – Un discorso che ha finito per centrarsi soprattutto sulla lotta all’estremismo, con l’invito rivolto ai governi perché si battano per eradicare il fenomeno e una professione di fede nei giovani musulmani e nella loro volontà di rigettare il progetto estremista e bigotto del radicalismo e scontro settario. Obama ha ricordato che la rivalità tra sciiti e sunniti è fonte di miseria per i paesi musulmani, come lo furono per quelli cristiani i secoli consumati nelle guerre di religione, e che non si può non scegliere un progetto di civiltà che non superi il settarismo. Parole che forse hanno fatto fischiare le orecchie ai sovrani del Golfo, citati senza essere esplicitamente nominati anche nell’invito e stroncare i canali che finanziano l’estremismo e le madrasse.

IL METODO DEMOCRATICO – Anche gli Stati Uniti hanno i loro conflitti interni, hanno Ferguson, le diseguaglianze che aumentano, dice Obama, ma li risolvono con il dialogo e il confronto democratico, quello che Obama invita a fare in Medio Oriente, dicendo di avere grande fiducia nelle capacità dei giovani e nelle tradizione di quei paesi, che tanto hanno dato alla scienza e all’innovazione nel corso della storia umana. Suggerisce Obama che l’occupazione israeliana non può essere una scusa per giustificare tutto e allo stesso tempo tira le orecchie a Israele, dove dice si è perso l’interesse alla pace e all’unica soluzione praticabile, quella dei due stati perché lo status quo in West Bank è Gaza insostenibile.

BASTA ALLA FOLLIA DELL’ISIS – Dice Obama ora soprattutto che bisogna mettere fine alla «follia» (madness) in Siria e che una volta risolta la questione dell’ISIS l’unica soluzione per il paese resta quella politica. Per combattere l’ISIS, ma anche al Qaeda e i Boko Haram, Obama invoca l’ostracismo dei musulmani verso gli estremisti e un’alleanza internazionale e trasversale ai blocchi contro il terrosismo dei fanatici. Un Obama efficace e senza incertezze, a volte duro, ma che ha puntato decisamente su rispetto dei diritti umani e sulla valorizzazione delle risorse civili dei paesi musulmani, riconoscendo che gli Stati Uniti hanno commesso errori e che ora la lotta all’ISIL offre l’occasione di fare il punto sulla situazione e di correggere gli errori del passato e di mettere la sordina alle rivalità, settarie e no. Quella che propone Obama è in fondo una tregua unita a una pausa di riflessione sulle ipotesi praticabili di convivenza pacifica e democratica, ma le parole spese nella sala gremita dell’Assemblea Generale dell’ONU hanno poca speranza di accendere l’attenzione di attori in ben altre faccende affacendati e da quel che pare di capire nche per Washington si tratta più di un auspicio e di un impegno programmatico a lungo termine, che del piano degli Stati Uniti per riportare la pace in Medio Oriente.