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Effetto «serra»? No, effetto «setta»

Nelle ultime settimane non capivo bene cosa stesse succedendo: gli allarmi sui cambiamenti climatici si moltiplicavano all’impazzata. A star dietro a questo tremendo crescendo rossiniano c’era da mettersi le mani sui capelli: la fine del mondo pareva davvero dietro l’angolo. Invece non era la fine del mondo, ma la People’s Climate March, la giornata di mobilitazione mondiale per sensibilizzare i popoli e soprattutto i potenti della terra sul più grande problema cui l’uomo abbia mai dovuto far fronte da quando fu cacciato dal Paradiso Terrestre. Così ieri, giorno nel quale centinaia di migliaia, e forse milioni, di manifestanti sono scesi in piazza in migliaia di località del pianeta Terra, ho finalmente capito la ragione di tutta questa strana frenesia: l’effetto «setta». Esatto: l’effetto «setta», quell’effetto specialissimo che spinge l’uomo bramoso di potere ad intrupparsi nelle compagnie, anche le più stravaganti, cui sembra arridere un successo irresistibile. Se poi gli tocca la disgrazia di farlo nel nome di una causa tanto nobile quanto vaporosa, la voglia di protagonismo o la semplice paura di restare tagliati fuori, che sono le vere ragioni che lo muovono, se la squagliano senza il minimo strepito nell’angolino più riposto della sua coscienza. Fino a qualche decennio fa – qualcuno se lo ricorderà, persino divertito – pareva che tutte le creazioni intellettuali o artistiche dovessero pagare in qualche modo un tributo al marxismo, foss’anche il più cervellotico e microscopico degli orpelli. Erano i tempi in cui la lotta di classe era una religione che aveva i suoi sacerdoti e i suoi marciatori. Poi tutto è finito nel cesso. Ma intanto i marciatori avevano fatto strada. Cioè: carriera. Accadrà lo stesso alla religione dei cambiamenti climatici e ai suoi adepti.