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I marò in Italia? Rischiano la corte marziale per omicidio

I due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono ancora sotto il controllo dell’India. Nei giorni scorsi uno dei due fanti di Marina, sotto il controllo della giurisdizione indiana per i fatti dell’Enrica Lexie, ha anche avuto un episodio ischemico. La situazione appare bloccata, nonostante gli sforzi dei governi italiani che, fino a quello attuale di Matteo Renzi il quale non perde occasione per ricordare i due fanti di marina, sostengono di star perseguendo tutte le vie possibili ed opportune per riportarli in Italia. Ma se e quando i due fucilieri riusciranno a tornare in Italia, cosa accadrà?

I MARO’ IN ITALIA? ECCO COSA POTREBBE SUCCEDERE – Al di là infatti del profilo dell’immunità internazionale, cosa successe a bordo dell’Enrica Lexie quel 15 febbraio 2012 è tutto da chiarire. Come fu che i pescatori, contro cui i marinai aprirono il fuoco, rimasero uccisi? Quali responsabilità sono da addossare secondo il nostro diritto a Salvatore Girone e a Massimiliano Latorre? I due saranno giudicati da un tribunale di corte marziale? Abbiamo approfondito questo ed altri profili della vicenda con Francesco Salerno, professore di Diritto Internazionale Penale Militare all’università di Ferrara, contattato via email.

Professore, dalle ultime notizie risulta che l’Italia interromperà le procedure per giungere ad un arbitrato internazionale con l’India e riprenderà la via del negoziato bilaterale, soprattutto dopo le elezioni indiane che hanno visto la caduta del Congress Party. Tale soluzione implica reciproche concessioni,anche da parte italiana. E’ corretto chiedersi cosa “potrebbe volere l’India dall’Italia”? Se sì, a cosa l’India potrebbe essere interessata?

Pubblicamente non è emersa alcuna contropartita. Osservo tuttavia che l’India (quale che sia la forza politica maggioritaria) non ha certamente gradito l’ostracismo diplomatico posto in essere con successo dall’Italia in seno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per impedire una modifica della Carta dell’ONU che avrebbe consentito al paese asiatico di divenire membro permanente del Consiglio di sicurezza.

E’ ormai fuori di dubbio che i fucilieri operassero in acque internazionali e che dunque la giurisdizione debba spettare all’Italia, o ci sono voci dissonanti anche fra gli “addetti ai lavori”?

Nel caso di specie – e prescindendo dal profilo dell’immunità funzionale che va dimostrata ma sulla cui rilevanza neppure la giurisprudenza italiana è pienamente concorde – la giurisdizione è concorrente, vale a dire che può essere esercitata da entrambi gli Stati: dall’Italia, in base al legame “attivo” con i presunti autori del reato, dall’India, in considerazione del legame “passivo” con le vittime.

Dunque, la partita è ancora aperta. Ma supponiamo che, alla fine, venga chiarito che i due soldati debbano rientrare in patria e che l’India li riconsegni. Protetti o no dall’immunità internazionale, Latorre e Girone hanno pur sempre aperto il fuoco contro degli esseri umani. E’ ipotizzabile che, se e quando i due soldati torneranno in Italia, si apra un procedimento di corte marziale a loro carico?

Mi risulta che la giurisdizione penale italiana, tanto ordinaria che militare, abbia avviato in passato alcuni atti preliminari, ma mai formalizzato l’incriminazione. Se ciò fosse avvenuto in occasione dell’ultimo viaggio in Italia dei due marò, l’autorità competente avrebbe ritirato loro i passaporti e quindi impedito loro di rientrare in India. Ciò peraltro avrebbe potuto avere conseguenze negative sull’ambasciatore italiano in India che – da parte sua – aveva “giurato” in tal senso dinanzi ai giudici indiani sia pure a nome del governo italiano.

 Roberto Monaldo / LaPresse
Roberto Monaldo / LaPresse

Lei si sentirebbe di definire l’apertura di un procedimento in corte marziale “doveroso”?

In base alla Costituzione (art. 112), l’esercizio della giurisdizione penale è obbligatorio per il Pubblico ministero, a meno che “non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione” (art. 50 del codice di procedura penale): ciò investe tanto la giurisdizione ordinaria che quella militare. La delimitazione delle rispettive competenze dipende – ancora una volta – dalla prospettazione della notitia criminis: se reato comune o militare. Nel caso di specie, potrebbero sussistere le condizioni per l’esercizio della giurisdizione militare qualora si assuma che l’evento criminoso sia qualificato come un reato militare commesso nell’esercizio di funzioni militari, che è fra l’altro la tesi che il governo italiano ha sempre abbracciato ufficialmente.

In caso di apertura di un procedimento del genere, che pene rischierebbero i due marinai?

Non è facile formulare ipotesi al riguardo. L’entità della pena dipende dal tipo di incriminazione (ad esempio: omicidio volontario, omicidio colposo, violata consegna), ma nella fattispecie potrebbero venire in gioco circostanze attenuanti come anche escludenti la stessa natura illecita del fatto.

Si può dire che sbarcare dalla Enrica Lexie sia stato un errore, nonostante la richiesta in questo senso da parte del governo indiano? Non si sono così consegnati i nostri marò fisicamente alla sovranità di un paese straniero?

L’errore c’è stato, ma bisognerebbe – con trasparenza – domandarsi chi l’abbia commesso: l’armatore, l’autorità politica o quella militare. Andrebbe anche stabilito se sia mancato il coordinamento necessario che forse avrebbe potuto evitare l’errore. Sarebbe anzi auspicabile – se non lo si è già fatto – che, proprio sulla base di questa esperienza, si definisca un protocollo adeguato per casi simili futuri.

Si parla anche del trasferimento dei due soldati in un paese terzo, almeno provvisoriamente, e si parla degli Emirati Arabi Uniti, in applicazione della Convenzione di Montego Bay sul diritto del Mare. E’ una strada che la convince, o si tratterebbe dell’ennesimo trattamento a bagnomaria?

Trovo l’ipotesi piuttosto intricata. Non mi sono chiari i vantaggi immediati (non consentirebbe comunque il rientro dei marò in Italia) e soprattutto la cornice normativa. Se si pensa ad un accordo internazionale, lo Stato terzo assume l’impegno di custodire i marò verso l’Italia come verso l’India, presumibilmente fino all’esito della controversia (che potrebbe anche essere a favore dell’India). Se invece il trasferimento dei due marò in un paese terzo ha luogo nell’ambito di una procedura giudiziaria internazionale (fermo restando che non è scontato il richiamo alla Convenzione di Montego Bay), bisognerebbe preliminarmente chiarire la posizione dello Stato terzo verso tale corte o tribunale.