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Sabina Guzzanti “La trattativa? La classe dirigente attuale è figlia sua”

Dopo una conferenza stampa piuttosto sottotono – ed è valso sia per Sabina Guzzanti che per i giornalisti, piuttosto anestetizzati -, la chiacchierata che la regista de La trattativa ha fatto con un gruppo ristretto di inviati web è stata ben più vivace e interessante. E di sicuro la pasionaria della Settima Arte italiana non le ha mandate a dire.

'La Trattativa' - Photocall - 71st Venice Film Festival

NON TORNERO’ INDIETRO – Vedendo i suoi film, molti hanno sentito la nostalgia della Guzzanti comica e imitatrice, nel film La Trattativa ritrovata per pochi secondi con un’imitazione di Berlusconi. “L’ho fatta solo perché non potevo avere quello vero. Ma non ho voglia di ripercorrere vecchie strade, non mi va più”. Preferisce l’intervento diretto sulle questioni più scottanti della politica e della società. “L’argomento che tratto in questo film, per esempio, non è mai divenuto un’occasione politica: non ci sono state commissioni parlamentari sulla trattativa, anzi. La classe dirigente attuale è figlia della trattativa stessa, di quel periodo là”. Tanto per andare per il sottile. E rimpiange che non vi sia dibattito in proposito. “Negli anni Settanta c’era una dialettica diversa, un’opposizione molto forte. Non c’era solo il democristiano che rubava, ma gli intellettuali che ci mettevano la faccia e gli studenti che protestavano”. Ora, invece, c’è solo uno Stato corrotto, a vedere il suo cinema. “Non sono d’accordo con la retorica del “sono solo poche mele marce”, è lo stato intero a portare avanti certi comportamenti, c’è stata una larga partecipazione delle istituzioni. Ma esisteva anche uno stato buono, quello di Falcone e Borsellino che deve vincere e prevalere”.

COME NASCE LA TRATTATIVA – “L’idea? L’ho elaborata nel tempo. Nasce perché giravo Draquila e ho intervistato Ciancimino. Come mi capita spesso l’intervista è stata lunga perché io il film lo scrivo al montaggio. Prima raccolgo piu informazioni possibile”. L’epifania, dunque, è arrivata in quel momento. “Rivedendo il mio colloquio con lui mi sono appassionata, ho pensato di approfondire la questione, ho trovato che fosse un racconto fatto per il cinema, una spy story perfetta. Infine ho studiato. E studiando ho scoperto che non ne sapevo niente.

IL MINISTERO– “Il Ministero non solo non mi ha dato i soldi per finire il film, ma è stato talmente sfrontato da non concedermi nemmeno la dicitura di interesse culturale. Una cosa che è stata data persino a Vanzina. Perché non a me, che pure faccio parte di quel cinquanta per cento di italiani che pagano le tasse?”. Domanda retorica, Sabina ha già la risposta. “Forse perchè nella commissione c’era la moglie di Antonio Dalì, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa?”. Poi affronta il lato cinematografico della sua operazione. “Belluscone di Maresco? E’ un altro film, un altro argomento. Non mi risulta parli della trattativa stato – mafia. Non ho certo cavalcato un fenomeno che era nell’aria: non c’era niente, nell’aria, quando ho cominciato”.

LE INTENZIONI DELLA GUZZANTI– Non è un pamphlet il suo La trattativa, né un Bignami degli ultimi due decenni di storia italiana. “Non ho fatto un film per produrre indignazione nel pubblico, ma ragionamento e fiducia nella logica che supera l’impotenza”. Non ha fatto questo lungometraggio per gli addetti ai lavori, ma per la gente. “La trattativa – qui fuori concorso e in sala, per Bim, dal 2 ottobre – è un racconto per tutti, anche per chi non legge i giornali. Non ho trovato nessuno che lo trovasse un soggetto risaputo, anche i giornalisti specializzati, da Travaglio a Bolzoni, sono rimasti impressionati. Trasformare in un racconto verbali e sentenze non era mai stato fatto. Non è una ricostruzione, ma la trasformazione in racconto di qualcosa che non lo è, io qui metto in fila fatti.

Quando vuole riassumere la sua opera, usa toni da Guerre Stellari. “Il mio film racconta la coalizzazione di forze oscure che hanno impresso un corso diverso alla democrazia. L’Italia di prima e dopo le stragi è diversa. Cambia la cultura, i valori, la tv. La cultura dominante di oggi è mafiosa e ci ha trasformato in quello che siamo: abituati ad abbozzare, a sentirci perdenti”.

AFORISMI E INCERETEZZE – Non recede, anche di fronte a qualche domanda più polemica, ribattendo con frasi apodittiche. “Il mio film è un antidoto al qualunquismo, e non mi tiro indietro: faccio nomi e cognomi”. Questa sicurezza però un po’ la perde, la cineasta, quando si preme il tasto Massimo Ciancimino. “Sì, in effetti, su quel punto ho avuto una battuta d’arresto. Infatti l’ho trattato in modo satirico, proprio per smentire la credibilità eccessiva di quei media che l’hanno trattato come un eroe , ma bisogna dire che ci sono anche suoi documenti riscontrati come autentici e non si capisce perchè non avrei dovuto utilizzarli. O forse pensate che certe sue affermazioni non si devono usare? La campagna mediatica contro i pentiti c’è sempre stata, mi pare…”.

CLAUDIO MARTELLI – A chi le fa notare che il Ministro di Grazia e Giustizia di allora, Claudio Martelli, non è stato mandato via, ma si è dimesso – come scritto anche da Giornalettismo -, e che Scotti viene destituito perché il Sistema era stato minato dallo tsunami della corruzione e delle inchieste di Milano ribatte infine sicura. “Tangentopoli? C’è nel mio film, ma tutto è molto sintetico, Martelli si è dimesso dopo e grazie alla soffiata di uno della P2. Una faccenda controversa e ho pensato di raccontarla”.