Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Culturadi Luigi Castaldi
pubblicato il 26 gennaio 2009 alle 15:30 dallo stesso autore - torna alla home

Benedetto XVI rimuove la scomunica ai vescovi della Fraternità Sacerdotale «San Pio X» e la Santa Sede presenta l’operazione come un atto di misericordia del Papa”. Tutto risolto con scismatici di monsignor Lefebvre? Tutt’altro

“Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni

A PRIMA VISTA – Con un decreto della Congregazione per i Vescovi in data 21.1.2009 arriva la rimozione della scomunica latae sententiae che la stessa Congregazione aveva formalizzato il 30.6.1988 nei confronti di monsignor Marcel Lefebvre e dei quattro vescovi che egli aveva consacrato senza mandato pontificio, ma ciò che maggiormente fa discutere è il fatto che uno d’essi, monsignor Richard Williamson, abbia affermato nel corso di un’intervista rilasciata ad una tv svedese: “I believe that the historical Archbishop%20Lefebvre%201a(1) Lefebvre ha vinto o ha perso?evidence is hugely against 6 million having been deliberately gassed in gas chambers as a deliberate policy of Adolf Hitler. I believe there were no gas chambers”. Occorre liquidare in fretta questa faccenduola di contorno, perché i problemi relativi alla rimozione della scomunica sono ben più seri e complessi: liquidiamola dicendo che l’estrema destra svedese sta saldando un’intesa politica con frange del cattolicesimo tradizionalista che trovano riferimento proprio in elementi della Fraternità Sacerdotale «San Pio X» (FSSPX) fondata da Lefebvre [1]; che la multisecolare tradizione antigiudaica del cattolicesimo (un antisemitismo non razziale, ma teologico, fondato sul mito di un “vero Israele” cristiano) ha un residuale ma significativo ascendente su molti settori (impropriamente detti) conservatori; e diciamo che le intese politiche esigono reciproche garanzie in forma di affettuose attenzioni. La Santa Sede ha ufficialmente dichiarato che quelle di monsignor Williamson opinioni personali, e questo dovrebbe bastare a chi voglia farselo bastare: gli altri – gli ebrei, in primo luogo – possono consolarsi col fatto che nella Preghiera del Venerdì Santo si continua a pregare affinché escano dalle tenebre dell’errore e si convertano, ma almeno senza più chiamarli “perfidi”.

“DOBBIAMO STARE VICINI VICINI” -. Possiamo liquidare in fretta anche un’altra questione che è sempre stata menzionata ogni volta che si è parlato dei lefebvriani in questi 21 anni trascorsi da scomunicati, come se fosse l’unica ragione che motivasse la loro disobbedienza: quella sulla liturgia. Affezionati al messale di Pio V, i seguaci della FSSPX hanno già avuto quello che volevano col motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI (7.7.2007): Missae Sacrificium, iuxta editionem typicam Missalis Romani a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgatam et numquam abrogatam, uti formam extraordinariam Liturgiae Ecclesiae, celebrare licet”. Tutto dovrebbe e potrebbe considerarsi chiuso con quello che oggi viene presentato come un atto di misericordia del Papa” nei confronti di alcune pecorelle tornate all’ovile, ma le cose non stanno proprio così. E qualche problemino affiora fin dai testi del decreto della Congregazione dei Vescovi e della risposta di monsignor Bernard Fellay, attualmente a capo della FSSPX. Nel primo si legge che “si auspica che questo passo sia seguito dalla sollecita realizzazione della piena comunione con la Chiesa di tutta la Fraternità San Pio X”, che evidentemente al momento non è ancora “piena” (e vedremo che grazioso eufemismo sia questo); da parte sua, monsignor Fellay scrive che i suoi sono “fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa” e “per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione”, segno che la rimozione della scomunica non rimuove interamente la sofferenza. È questa sofferenza, il punto che rimane in discussione, e che già fa dichiarare alla Congregazione dei Vescovi la necessità “di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire nei necessari colloqui con le Autorità della Santa Sede le questioni ancora aperte, così da poter giungere presto a una piena e soddisfacente soluzione del problema posto in origine”.

IL “PROBLEMA POSTO IN ORIGINE” – In un’intervista a caldo, subito dopo l’annuncio ufficiale della rimozione della scomunica, monsignor Fellay ha dichiarato: “Accettiamo e facciamo nostri tutti i Concili fino al Concilio Vaticano II, sul quale esprimiamo delle riserve”. Sono le stesse riserve che sollevarono il “problema posto in origine”: ben prima della consacrazione dei quattro vescovi con procedura che poneva gli estremi della disobbedienza scismatica [2], ben oltre le divergenze sulle questioni di natura liturgica, la pole Lefebvre ha vinto o ha perso?mica di monsignor Lefebvre era a monte: il Concilio Vaticano II avrebbe affermato la rinuncia della Chiesa all’affermazione della “regalità sociale di Cristo”. Per monsignor Lefebvre, era Giovanni Paolo II il “non cattolico”, lo “scomunicato”, quello “fuori dalla Chiesa”, il capo della “setta modernista annidata nel Vaticano” (15.6.1988); e allo “pseudo-restauratore” Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, diceva: “Voi avete cercato di dimostrarmi che Nostro Signore Gesù Cristo non può e non deve regnare nella società, [...] noi [invece] siamo per la cristianizzazione: non possiamo capirci” (14.7.1987). Spaccatura profondissima, verticale: sull’ermeneutica dei Vangeli, sulla cristologia, sul magistero sociale, sull’ecumenismo e – solo infine – sulla liturgia. I lefebvriani hanno sempre riaffermato la “regalità sociale di Cristo”: con Pio X sostengono che “separare lo Stato dalla Chiesa [...] è una tesi assolutamente falsa, un perniciosissimo errore. Basato in effetti sul principio che lo Stato non deve riconoscere nessun culto religioso, essa è innanzitutto gravissimamente ingiuriosa per Dio; infatti il Creatore dell’uomo è anche il Fondatore delle società umana [...] Noi Gli dobbiamo dunque non solamente un culto privato, ma un culto pubblico e sociale per onorarLo” [3]; e con Pio XII sostengono che “nel corso di questi ultimi secoli si è tentata la disgregazione intellettuale, morale e sociale dell’unità nell’organismo misterioso di Cristo. Si è voluta la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; e qualche volta anche l’autorità senza la libertà. Questo nemico è diventato sempre più concreto, con un’audacia che Ci lascia stupefatti: Cristo sì, la Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. E infine il grido empio: Dio è morto; o piuttosto Dio non è mai esistito. Ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo su fondamenti che Noi non esitiamo a indicare col dito come i principali responsabili della minaccia che pesa sull’umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio” [4].

LA PRETESA TEOCRATICAI lefebvriani sono la forma più fulgida e coerente del pensiero teocratico cattolico, un pensiero cui la storia ha tolto occasione ma non speranza, e che ritorna col suo irresistibile fascino a provocare dubbi, fino a vere angosce, anche in alto. Scrive Carlo Cremona: “Quando [monsignor Lefebvre] saliva sino alla residenza estiva di Castel Gandolfo verso le ore notturne e si aggirava concilio vaticano ii 2 Lefebvre ha vinto o ha perso?intorno alle mura della vecchia villa, non in penitenza e nemmeno disposto a trattare, ma per «convertire» il papa che, a suo parere, aveva tradito la Chiesa di Dio, Paolo VI si chiedeva: «Che fare?»” [5]. La tradizione gronda di riferimenti anche relativamente recenti alla pretesa teocratica della Chiesa, che solo il Concilio Vaticano II ha definitivamente dichiarato accantonabile, ma la resipiscenza affiora e provoca disagio, sicché è in questi termini che deve essere letta la “misericordia” di Benedetto XVI nei confronti della FSSPX: si riconosce alla buonanima di monsignor Lefebvre la fedeltà alla tradizione (che è anche tradizione del pensiero teocratico cattolico); gli si continua a rimproverare il non aver accettato il cambio di prospettiva introdotto dal Vaticano II riguardo al ruolo della Chiesa in un mondo largamente secolarizzato; si riaccolgono come figli diletti i suoi seguaci, fidando sulla possibilità di convincerli che Cristo può essere Re anche senza sfoggiare la corona. È una possibilità che Joseph Ratzinger non ha mai escluso: “Non vedo alcun futuro per una posizione che si ostina in un rifiuto di principio del Vaticano II. Infatti essa è in se stessa illogica. Punto di partenza di questa tendenza è infatti la più rigida fedeltà all’insegnamento, in particolare di Pio IX e di Pio X e, ancor più a fondo, del Vaticano I e la sua definizione del primato del Papa. Ma perché i Papi sino a Pio XII e non oltre? Forse che l’obbedienza alla Santa Sede è divisibile secondo le annate o secondo la consonanza di un insegnamento alle proprie convinzioni già stabilite? [...] I seguaci di mons. Lefebvre [...] sostengono che, mentre si è intervenuti subito, con la pena severa della sospensione, nei confronti di un benemerito arcivescovo a riposo, si tollera in maniera incomprensibile ogni forma di deviazione dalla parte opposta. [...] Le deviazioni «a sinistra» rappresentano senza dubbio una vasta corrente del pensiero e dell’iniziativa contemporanea nella Chiesa, tuttavia quasi da nessuna parte hanno trovato una forma comune giuridicamente definibile. Al contrario, il movimento dell’arcivescovo Lefebvre è probabilmente molto meno ampio dal punto di vista numerico, tuttavia è dotato di un ordinamento giuridico ben definito, di seminari, di istituzioni religiose, ecc. [...] Dobbiamo impegnarci per la riconciliazione, fin tanto che e per quanto essa è possibile, e usare tutte le opportunità concesseci a questo scopo” [6]. Resta il problemino: convincerli che da Giovanni XXIII in poi il Papa continua ad essere infallibile, anche quando rinuncia a proclamare la “regalità sociale di Cristo”, cioè la legittimità della pretesa che fonda sulla tesi che “separare lo Stato dalla Chiesa [sia] un perniciosissimo errore”. Potrebbe risultare impresa dura.

8 commentistampa - fallo leggere