Ve lo ricordate Piero Fassino? Lo avevamo lasciato pensionato d’oro del PD e intento a risolvere la crisi birmana, ma da qualche tempo è tornato in Italia. Qualche settimana fa aveva fatto sapere che una politica di tipo zapateriano non era concepibile per l’Italia; ieri è tornato in pista a causa delle affermazioni rilasciate da Giuliano Tavaroli a Repubblica. “”Ho dato mandato ai miei legali di tutelarmi contro questa vigliaccata. L’affermazione pubblicata, nell’intervista di Giuseppe D’Avanzo al sig. Tavaroli secondo cui non meglio precisate tangenti sarebbero “approdate a Londra nel conto dell’Oak Fund a cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino” è una pura falsità,
inventata di sana pianta. Non conosco i fratelli Magnoni. Non ho mai avuto firme su conti esteri né a Londra, né altrove. Non so neanche cosa sia l’Oak Fund. Per queste ragioni ho immediatamente dato mandato ai miei legali di tutelarmi contro Tavaroli, D’Avanzo e chiunque altro sia responsabile di questa vigliaccata, nonché contro chiunque continuasse a diffonderla. Trovo inconcepibile che La Repubblica pubblichi, e per di più richiamandola con titoli di prima e seconda pagina e mia fotografia, una notizia del tutto falsa senza neanche verificarne non dico la fondatezza, ma la minima attendibilità. Non si invochi il diritto di cronaca o la libertà di stampa, che non c’entrano niente. Qui si sputtana una persona onesta e pulita ledendone la onorabilità e la dignità. E questo è inaccettabile”. Si è davvero arrabbiato, Fassino. Eppure, pare strano che non sappia nemmeno cosa sia l’Oak Fund. Perché il nome è sui giornali già da qualche tempo, in riferimento alla prima Opa Telecom, quella dei Capitani Coraggiosi. All’epoca la catena societaria che teneva in mano l’azienda pubblica funzionava più o meno così: “Controlla al 51 % una società , la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom“. Ecco: nella Bell, tra i suoi soci, c’era proprio il cosiddetto Oak Fund, con sede alle meravigliose isole Cayman, e la cui composizione azionaria non è mai stata chiarita. Ma sui giornali se ne è parlato. Quindi, pare difficile che Fassino non lo abbia mai sentito nominare: il nome è uscito di nuovo fuori anche quando si è parlato di un dossier della Kroll (l’agenzia investigativa internazionale) che riguardava Massimo D’Alema.
Insomma, la parte del coniglio dei cartoni animati accusato ingiustamente di un complotto al quale è oscuro non si addice perfettamente al politico ex Ds e oggi Pd. Certo, comprendiamo le ragioni della madre, che Fassino dipinge come terribilmente preoccupata e necessitante di rassicurazioni in un articolo del Corriere in pieno stile Maria De Filippi. Ma l’affaire Tavaroli - e la sua intervista dell’altro ieri a Repubblica - serve oggi a ricordare che la situazione, come al solito, in Italia è disperata ma non seria. La storia di un grande network di spionaggio messo insieme da quattro amici d’infanzia che quasi per caso si sono ritrovati a mettere il naso nelle telefonate di quasi cinquemila persone, avendo la disponibilità di fondi per 34 milioni di euro, e tutto questo senza che i vertici ne sapessero nulla, non sta proprio in piedi. Poi, le risultanze delle indagini dicono che non ci sono prove per procedere: va bene, lo si accetta. Ma da qui a cercare di farci pensare che Cristo sia morto di freddo, ce ne corre. Poi, può darsi perfettamente che Tavaroli parli per segnalare qualcosa a qualcuno: sarebbe, anzi, nella più pura tradizione italiana. E può anche darsi che in questo modo firmi un’assicurazione sulla vita, che lo metta al riparo da fastidiose labirintiti e colpi improvvisi di vertigine mentre sta affacciandosi su un dirupo. Mentre chi oggi “casca dal pero” non è che faccia una gran figura, a prescindere dalla verità. Non si può non concordare, insomma, con Giuseppe D’Avanzo: con le notizie di questi giorni “Non ci appare la verità. Ci appare uno scenario più vicino alla realtà dello scandalo Telecom”
Sempre su Repubblica, Roberto Mania e Lucio Cillis ci informano sul fantomatico piano cordata Alitalia: “Venti giorni per analizzarlo, poi l’avvio del piano di privatizzazione per fare nascere dalle ceneri di Alitalia una nuova aerolinea, più piccola, tutta italiana, integrata con Air One di Carlo Toto“. Quindi, la realtà alla quale dobbiamo fare riferimento è quella di un ridimensionamento della compagnia. “Un piano lacrime e sangue, con 4-5 mila esuberi e probabili esternalizzazioni per arrivare quasi al dimezzamento dell’attuale forza lavoro della Magliana, con un pacchetto di prepensionamenti e cassa integrazione straordinaria che graveranno ancora sul bilancio pubblico dopo il contestato (anche da Bruxelles) ennesimo prestito ponte da 300 milioni di euro”. E qui, sarebbe bene chiedere a Raffaele Bonanni cosa pensa di tutto ciò, visto che il segretario della Cisl aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco contro i tremila esuberi di Air France. Evidentemente, quando li indicano i francesi devono essere indigeribili; quando sono gli amici a chiederli, va tutto bene. Ma più interessanti sono i nomi: “La cordata italiana, dunque, sembra aver preso corpo. Tre le fasce di soci delle newco, non ancora del tutto definite: una prima (Intesa-Sanpaolo, Benetton, Ligresti e probabilmente anche Colaninno, che tuttavia non ha ancora sciolto tutte le riserve) con un impegno di 100 milioni a testa; una seconda (tra cui Fossati e Gavio) con 50 milioni; una terza, infine, con un pacchetto complessivo di 100 milioni alla quale dovrebbe contribuire anche Marco Tronchetti Provera e il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia“. Inutile sottolineare che questi non sono i nomi fatti sui giornali durante la campagna elettorale, così come che di Colaninno in Alitalia si era parlato qui. E’ bello invece che Tronchetti abbia deciso di partecipare a questa avventura, così come lo faccia il nuovo azionista Telecom Fossati. Non ci saremmo mai aspettati una scelta del genere, se non altro perché l’impegno sembra essere a fondo perduto. Economicamente parlando. Poi, vediamo quali saranno i “dividendi politici” della questione. Di certo c’è una cosa: qui, tirare fuori il bollino con il timbro “Salvare Alitalia? Fatto!” sarà infinitamente più complesso.
P.S.: E’ bello vedere che istanze come quelle presentate qui trovino poi ragione di esistere anche sulla stampa cartacea, con tanto di dichiarazione di Scajola che risponde ad Ortis.




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Come è strano: nessuno commenta la storia di Fassino. Se le mazzette riguardavano Berlusconi sarebbero piovuti tantissimi messaggi inneggianti allo scandalo!!!
La sinistra se continua così perderà per altri 20 anni!!! Vi prego, continuate…..
Rino
Io non solo l’ho commentata, ma ci ho fatto anche uno scoopetto mica da ridere. Greg, se fai presto lo scoppetto lo condivido con te. Poi non dire che non ti penso!
E comunque, seriamente: qualcuno sano di mente può pensare che un conto segreto gestito da Fassino e da Nicola Rossi (quindi D’Alema) possa chiamarsi Oak Fund, Fondo Quercia? Dove siamo, nella sceneggiatura di Audace colpo dei soliti ignoti?
Chissa’ non ci sia stato un errore di battitura a monte, non Oak Found ma Hoax Found.
Pardon, Oak Fund esiste e non è un conto ma una società. Il fatto però che da questo nome si possa risalire a fassino, rossi e compagnia mi pare abbastanza allucinogeno.
Nella fretta l’errore di battitura l’ho fatto io: “Chissa’ non ci sia stato un errore di battitura a monte, non Oak Fund ma Hoax Found.”
@vocidipopolo, un paio di rassegne fa ti ho citato… leggi bene lì e tieni a mente il messaggio mafioso!!!
Ammazza, davvero…
Baciamo le mani a Vossia, servo vostro sono!