Erika, pietà per il male?
29/09/2011
Dopo 10 anni di carcere Erika De Nardo potrà iniziare una nuova vita. Una pena forse troppo mite, visto che il delitto commesso dall’ancora giovane ragazza di Novi Ligure è uno dei più efferati delle cronache degli ultimi decenni. La detenzione pare aver cambiato molto la bella Erika
Il settimanale «Panorama» riporta una sua frase: «Mia mamma mi manca da morire. Vorrei tanto che fosse qui con me. Io sono spaventata. Ho perso mia mamma e mio fratello, ancora non riesco ad accettare che non ci siano più». Di notte sogna spesso la vicinanza di Susy, i suoi abbracci, la rassicurazione del suo affetto
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Dieci anni di carcere sembrano davvero pochi, per chi ha sterminato con lucida determinazione la propria famiglia, con decine e decine di coltellate inferte sui corpi della propria madre e del fratellino di soli 12 anni. Un pentimento sincero confermerebbe il successo della funzione rieducativa della carcerazione, uno dei motivi, non l’unico, per il quale i sistemi giuridici occidentali e democratici hanno vietato la pena di morte. E’ però disumano provare pietà per chi ha commesso simili colpe, e ora vive nel rimorso o nel dolore, o avrebbe più senso provarne soddisfazione? Anche il male, incarnato da chi ha finito con centinaia di coltellate i propri familiari, può meritare un sentimento di compassione. Una vita può forse ancora ricominciare, una speranza per chi, come il povero ingegnere De Nardo, ha perso tutto e ora forse può ritrovare una figlia.












Ma quale clemenza?
Qua non si commenta l’operato dei giudici, qua ci si interroga sul significato del sentimento di umana pietà.
L’ho detto e lo ripeto, casomai non si fosse capito alla prima: condannare un gesto è una cosa, essere incapaci di provare pietà un’altra.
Certa gente, purtroppo, a causa di un basso grado di scolarizzazione, le confonde.
Mi chiedo spesso: Ha più valore la vita umana, in quei paesi dove il più Alto Crimine, L’Omicidio è punito con la Pena di Morte? o in Italia dove la vita di una Giovane Mamma e di Un Bambino di 12 anni, valgono 10 anni di blando carcere trascorsi pure con numerosi Bonus Permessi e permessini???? a questo punto non lo sò davvero!!…… VERGOGNA!!!!
Una signora che conosco è molto semplice e lineare nei suoi ragionamenti.
Dopo che le ho raccontato questa notizia mi fa: “A perdonare i cattivi si fa male ai buoni!”.
Più chiaro e semplice di così!
a morte.
non c’è molto da capire… Una ragazzina malvagia, con l’aiuto di uno smidollato, ha massacrato sua MADRE e suo FRATELLO. Ergastolo!!!! E forse dopo potrei avere pietà di due miserabili che hanno sprecato la loro vita.
PERCHE NESSUNO DEVE DIMENTICARE
‹‹21 febbraio 2001, ore 20.53. E’ tutto finito finalmente. C’è silenzio adesso. Solo il gocciolio del rubinetto nella vasca da bagno Iacuzi piena d’acqua. L’acqua è tiepida, rossa. IL piccolo Gianluca vi galleggia in posizione fetale, con addosso brandelli della tuta da ginnastica, lacerata da 50 coltellate. Sotto le unghie la pelle che ha strappato ai suoi assassini. Ha lottato come può lottare un bambino di 12 anni. Ha lottato sgomento contro un mostro a due teste, che prima ha ammazzato sua madre davanti a lui e poi lo ha inseguito, ingannato, dilaniato. Un mostro che gli era cresciuto accanto, giorno dopo giorno. Invocava l’aiuto del papà, Gianluca, ma è morto solo. Strisce di sangue dalla vasca da bagno portano fuori, lungo le scale, fino al pianterreno, in cucina.
Lì il sangue forma una vasta chiazza su cui giace bocconi Susy Cassini, una donna massacrata da 47 coltellate, che mentre moriva ha perdonato chi le toglieva la vita. La porta di casa De Nardo si apre e dal villino a due piani color salmone in via Lodolino, a Novi Ligure, Alessandria, esce una ragazza in pigiama, a piedi scalzi, gli occhi vuoti: Erika. Cerca aiuto nella notte fredda. La soccorrono. La giovane blatera poche parole confuse, si capisce che qualcosa di terribile è avvenuto in casa sua. “Sono stati due albanesi”, afferma Erika. E lo ribadisce anche al padre, arrivato dopo pochi minuti, e che ora sta lì, davanti casa, con le mani nei capelli.
Erika dichiara che mentre si trovava in camera sua aveva sentito il fratello urlare e aveva visto la madre correrle incontro inseguita da due rapinatori armati di coltello; dichiara quindi di essere scappata. Però agli investigatori che compiono il sopralluogo qualcosa non torna. Ad esempio, le orme dei piedi della ragazza ‘in fuga ’ dimostrano che camminava e non correva; e poi, perché i cani da guardia non hanno abbaiato? E che ruolo può aver avuto Mauro Favaro, detto Omar, il fidanzato della ragazza, che ora la segue a testa china, dovunque lei si sposti, fuori e dentro la casa del delitto? Forse nessun estraneo è entrato nella villetta. Forse il mostro non viene da fuori. Forse è dentro: in famiglia.
Attendono nascosti in un bagno della villetta il ritorno di Susy e Gianluca. Entrati in casa, la madre va in cucina e il piccolo corre sopra, nella cameretta, a leggere un fumetto di Pokemon, mentre si riempie la vasca per il bagno. Susy, di spalle, viene aggredita a coltellate da Omar: i colpi, inferti con un coltello della cucina, sono talmente violenti che la lama si piega a 90 gradi. A questo punto a dar manforte al ragazzo interviene Erika, che con un altro coltello, ringhiando “Muori! Muori!”, finisce la madre, la quale sussurra: “Erika, ti perdono”. Alla fine il corpo di Susy sarà attraversato da 47 coltellate.
Gianluca sente le urla della madre e si precipita al piano di sotto, dove assiste all’assassinio. Erika ferisce il fratello ad un braccio e lo costringe a risalire nella sua stanza, dove lo chiude a chiave. Il bambino distrugge parte del mobilio nel tentativo di uscire. La sorella scende dal fidanzato: non sanno che fare. Omar vorrebbe risparmiare il piccolo, che però ha visto e capito: è la sua condanna. Decidono di fargli bere un veleno per topi acquistato tre giorni prima, forse allo scopo di avvelenare tutta la famiglia (si rinviene anche un manuale dei veleni, in cui sono sottolineate le parti riguardanti le dosi letali per l’uomo). Erika alza al massimo il volume dello stereo e torna dal fratello, cercando di rassicurarlo; con la scusa di lavare il sangue lo porta in bagno.
Qui arriva Omar col bicchiere d’acqua in cui è disciolto il veleno. I due tentano di far bere Gianluca, che si rifiuta, lotta, morde, finchè il bicchiere cade per terra. Improvvisamente Erika accoltella più volte il fratello, che grida: “Erika, perché mi fai questo?” e tenta disperatamente la fuga, cercando addirittura di arrampicarsi sulla parete, come testimoniano le impronte delle manine insanguinate. Anche Omar infierisce col coltello su Gianluca, che alla fine soccombe. Il piccolo viene trascinato nel bagno ed annegato nella vasca piena d’acqua. Omar fa per andarsene, ma Erika gli dice: “Come, te ne vai? E mio padre non lo uccidiamo?”
“Se vuoi fallo da sola. Io me ne vado, non ce la faccio più” ribatte lui e si allontana col motorino (visto da un testimone).
Erika butta all’aria alcuni oggetti per inscenare una rapina. Poi esce di casa e inizia a recitare … >> [Paolo De Pasquali, pagg. 138-139, 2004]