Lo spettro del debito

20/01/2009 - Uno dei probabili effetti della crisi di questi mesi è la destabilizzazione dell’equilibrio tra economia americana e cinese. In concomitanza col calo della crescita di Pechino i creditori potrebbero bussare più forte alle porte degli americani, presentando un conto stavolta

     
 

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Uno dei probabili effetti della crisi di questi mesi è la destabilizzazione dell’equilibrio tra economia americana e cinese. In concomitanza col calo della crescita di Pechino i creditori potrebbero bussare più forte alle porte degli americani, presentando un conto stavolta davvero salato.

L’economia statunitense è in recessione, e questo ha provocato negli ultimi mesi un rapido calo della crescita economica cinese. Già un anno fa gli indici azionari cinesi erano stati pesantemente colpiti dalla crisi finanziaria mondiale (la spiegazione più comune era che i cinesi avevano investito negli strumenti finanziari strutturati che erano al centro della crisi), ma la tenuta della crescita cinese aveva fatto pensare che questa potesse fare a meno degli USA: i dati più recenti fanno pensare il contrario, come era facilmente prevedibile.

INTERESSI COMUNI – Le relazioni economiche tra USA e Cina hanno avuto un rapido sviluppo nella prima decade del XXI secolo: con la recessione del 2000 e la seguente politica monetaria espansiva, gli USA hanno di fatto smesso di risparmiare, e hanno aumentato i consumi a livelli insostenibili nel lungo termine, sperando che l’apprezzamento continuo delle abitazioni potesse essere sufficiente per finanziare questi eccessi. I cinesi ne hanno approfittato per comprare montagne di titoli del Tesoro USA ed esportare merci verso il mercato dei consumatori ossessivo-compulsivi. Di fatto, i cinesi ci mettevano i risparmi e gli USA i consumi. Ma comprare merci senza vendere altre merci significa comprare a debito: la controparte del boom consumistico USA è stata quindi una rapida espansione del deficit commerciale e un rapido aumento del debito commerciale con il resto del mondo. Allo stato attuale, gli USA hanno 20,000 miliardi di dollari di debiti col resto del mondo, e 17,600 miliardi di crediti. In pratica, hanno 2,400 miliardi di debito netto, una cifra che aumenta di 200 miliardi l’anno per via dei nuovi acquisti a debito (deficit commerciale). Tutto questo ha aiutato di molto la crescita economica cinese: investire in Cina oggi significa investire in un paese dove la produzione costa poco, per poi vendere in un mercato pressoché illimitato dall’altra parte del Pacifico. I cinesi con i loro risparmi consentivano il finanziamento del deficit USA, e questa offerta di credito ha tenuto bassi gli interessi USA per praticamente un decennio; vista dall’altra parte dell’Oceano, la fortissima domanda di consumo USA ha aumentato i rendimenti degli investimenti in Cina, consentendo una rapida espansione industriale.

FINE DEI GIOCHI? – Prendete nota: i bassi tassi USA sono un merito (soprattutto) del risparmio cinese; gli alti rendimenti sugli investimenti cinesi sono un merito (anche) dei consumatori americani. Una stranezza di tutto ciò è che – nonostante un rapido aumento dell’indebitamento con l’estero – gli USA hanno un reddito positivo dalle loro transazioni finanziarie con l’estero. La cosa è apparentemente impossibile: uno si riempie di debiti, e guadagna interessi? Semplicemente, il debito estero USA è fatto di titoli del Tesoro: 100$ di debito al 2% significa un costo annuo di 2$; d’altra parte, il credito estero USA è composto di investimenti industriali diretti (FDI), che rendono molto di più: 70$ di credito al 3% consentono un ricavo annuo di 2$. Le due cose si compensano. L’anno scorso, quando ancora la crisi era di là da venire, avevo notato una gravissima falla in questo equilibrio: il basso rendimento dei titoli USA dipende dai risparmi cinesi, e l’elevato rendimento dei crediti USA dipende dalla salute del resto del mondo, che a sua volta dipende dalla domanda USA! La mia intuizione del 1 Febbraio 2007 rischia di diventare realtà? Al momento sappiamo che la Cina non si è affatto disaccoppiata dagli USA, e la cosa era prevedibile. Ora facciamo due ipotesi. La prima è che la recessione cinese riduca i risparmi cinesi e quindi la loro capacità (e del resto del mondo) di finanziare l’economia USA. Questo implica che i tassi di interesse USA dovranno aumentare (per carenza di credito) o comunque che sarà molto più difficile tenerli bassi (più interventismo monetario, più inflazione: gli USA dovranno ridurre di molto i consumi se vogliono mantenere gli investimenti allo stato attuale senza il contributo di risparmi cinesi). La seconda ipotesi è che la recessione USA riduca la domanda di merci estere USA e quindi renda meno conveniente produrre in Cina, riducendo quindi i rendimenti degli investimenti esteri.

USA IN BILICO – Questi due effetti impatterebbero negativamente l’economia USA attraverso due canali. Il canale diretto è che gli USA, con meno credito da investire, dovranno ulteriormente ridurre consumi e/o investimenti. Il canale indiretto è che il debito commerciale USA comincerà a trasformarsi in un pagamento netto di interessi verso il resto del mondo: tanto debito ad interessi in crescita, e poco credito a rendimenti in discesa significano un flusso di reddito netto dagli USA al resto del mondo. Anche trascurando eventuali complicazioni, come un nuovo panico finanziario USA, una serie di riforme protezioniste che danneggino ulteriormente il commercio internazionale (come il famigerato Smoot-Hawley nel 1930) e rivolte di massa nella Cina non più anestetizzata dall’elevata crescita, quanto c’è in ballo? Un 1% in più sul debito USA significano 200 miliardi di dollari da pagare. Un 1% in meno sul credito USA significano 180 miliardi di dollari da pagare. Gli USA rischiano di trovarsi a dover quindi trasferire verso l’estero centinaia di miliardi di dollari l’anno. Diciamo che il resto del mondo tiene il consumatore americano per le palle: questo auto-proletarizzato che vive da oltre un decennio di capitali altrui si trova in condizioni critiche. Tutto dipende dalla volontà estera di elargire ancora credito. Il più grande hedge fund del pianeta, gli USA, non è ben diversificato ed è esposto a rischi consistenti.

     
 

25 Commenti

  1. AG scrive:

    Giust quello che dici Icy. Ma infatti i maggiori miglioramenti si sono avuti recentemente nei beni tecnologici, cioè da un po’ di sabbia (silicone), qualche milligrammo di rame e un po’ di plastica siamo riusciti a produrre dei beni dal costo infimo e venduti, anche se a poco, comunque ad alto prezzo.
    E solo pochi di questi sono così essenziali come cibo, casa e riscaldamento, molto pochi.

    Invece case, dove i muratori ci devono essere, cibo, dove i contadini ci devono essere, e riscaldamento, dove comunque c’è un tappo sul lato dell’offerta comunque sono tutte “produzioni” ad alta intensità di capitale perchè si fanno utilizzando beni “finiti” (terra o giacimenti di petrolio) e quindi molto meno elastici sul lato del prezzo.

    Finchè non ci saranno innovazioni tecnologiche che permetteranno aumenti significativi della produzione alimentare oppure fonti di energia producibili da elemnti comuni (come l’idrogeno dall’acqua) non ci potrà essere una vera crescita economica. Oppure si, come dopo il 1946 da una distruzione immane e dalla necessità di ricostruire tutto.

  2. Libertyfirst scrive:

    Enrico:

    il fatto è che la crisi secondo la teoria a cui faccio riferimento non si origina da un plateaux di una inesistente funzione di produzione aggregata.

    Semplicemente, l’economia usa beni di produzione e produce beni di consumo. Se i ricavi dai secondi sono maggiori dei costi dei primi le aziende stanno bene e tutto torna.

    Se però venti anni di espansione monetaria spingono verso l’alto i valori dei beni capitali, cioè i costi di produzione, le aziende alla fine staranno male, perché avranno tanti costi rispetto ai ricavi.

    La soluzione è lasciare abbassare i valori dei beni di produzione: capitali e lavoro, in modo da ripristinare i corretti rapporti, che sono stati distorti dall’espansione monetaria.

    L’economia USA è andata a male perché ha pensato di poter crescere senza risparmiare, stimolando gli investimenti col credito e il moral hazard anziché con la propensione al risparmio.

    Questa teoria è indipendente da eventuali saturazioni o crescita economica eccetera: l’economia USA era tanto distorta oggi quanto lo era dieci anni fa con boom tecnologici positivi reali come l’informatizzazione – l’equivalente moderno della rotazione delle colture.

    L’innovazione tecnologica non è un elemento necessario del quadro, anche se tende ad aumentare la redditività degli investimenti e a tenere bassi i prezzi, quindi può prolungare a lungo un boom insostenibile.

    Non è un caso che il ’29 c’è stato dopo la catena di montaggio e il ’01 dopo l’informatizzazione: un decennio di elevata crescita reale hanno nascosto gli effetti deleteri dell’inflazionismo, ma non li hanno cancellati… poi Bernanke ha deciso di continuare a pompare anche in assenza di crescita reale, di fatto stimolando cose puramente speculative e senza fondamento (esattamente come gli USA dal ’27 al ’29).

  3. Libertyfirst scrive:

    Che disastro! Non si capisce niente! :-)

  4. Libertyfirst scrive:

    IN termini comprensibili.

    Se a me non servono dieci cellulari, ma uno, la redditività degli investimenti nei cellulari si annulla oltre una certa soglia.

    Se tutti i consumi raggiungono una zona a “beneficio marginale nullo” oppure la produzione raggiunge una zona a “produttività marginale nulla” semplicemente non conviene più investire.

    Che questo sia una crisi è tutto da vedere.

    Non c’è nessun effetto ciclico nell’ottenere un punto di ottimo e nello stabilizzarsi sopra: la crescita si annulla, i consumi possono assestarsi sul massimo sostenibile in mancanza di dmanda per i cellulari in eccesso.

    Se in queste condizioni la politica monetaria vuole far crescere ulteriormente l’economia, ovviamente fallirà, esattamente come nelle condizioni da me descritte.

    Però nelle condizoni da me descritte c’è un tracollo in fieri; in un punto di saturazione, senza squilibri fondamentali, non c’è necessità di crisi, solo un noioso punto stazionario.

  5. AG scrive:

    Stiamo dicendo le stesse cose Pietro.

    Stante che si è raggiunto un livello di saturazione dei consumi dei beni a cosidetto alto valore aggiunto e non si è voluta attuare una politica redistributiva del reddito (via socialista) si è per forza di cosa dovuti ricorrere all’espansione del credito. Ecco dove sta il problema essenziale di una politica economica, non vogliamo chiamarla liberista?, ultrantisocialista chiamiamola.

    Se io ho già due cellulari ma il mio reddito in termini reali non cresce, anzi diminuisce lentamente, ne compro uno nuovo solo date due condizioni: la creazione di un bisogno attraverso l’induzione pubblicitaria e la elargizione di credito facile.

    L’altra via, quella che scelse Ford a suo tempo, di alzare i salari reali a scapito momentaneo del profitto per aumentare la domanda ancora oggi sembra una bestemmia tirata in chiesa.

    Non che migliorerebbe di molto la situazione perchè, ripeto, i beni essenziali non hanno avuto incrementi di produttività tali negli ultimi anni da permettere un significativo abbassamento dei costi. La rivoluzione informatica avrà sì dato dei benefici ma non così evidenti nel settore agricolo, energetico o immobiliare perchè comunque si basano tutti e tre su beni finiti (la terra e i giacimenti) e ad alto investimento di capitale.

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