Uno dei probabili effetti della crisi di questi mesi è la destabilizzazione dell’equilibrio tra economia americana e cinese. In concomitanza col calo della crescita di Pechino i creditori potrebbero bussare più forte alle porte degli americani, presentando un conto stavolta davvero salato.
L’economia statunitense è in recessione, e questo ha provocato negli ultimi mesi un rapido calo della crescita economica cinese. Già un anno fa gli indici azionari cinesi erano stati pesantemente colpiti dalla crisi finanziaria mondiale (la spiegazione più comune era che i cinesi avevano investito negli
strumenti finanziari strutturati che erano al centro della crisi), ma la tenuta della crescita cinese aveva fatto pensare che questa potesse fare a meno degli USA: i dati più recenti fanno pensare il contrario, come era facilmente prevedibile.
INTERESSI COMUNI – Le relazioni economiche tra USA e Cina hanno avuto un rapido sviluppo nella prima decade del XXI secolo: con la recessione del 2000 e la seguente politica monetaria espansiva, gli USA hanno di fatto smesso di risparmiare, e hanno aumentato i consumi a livelli insostenibili nel lungo termine, sperando che l’apprezzamento continuo delle abitazioni potesse essere sufficiente per finanziare questi eccessi. I cinesi ne hanno approfittato per comprare montagne di titoli del Tesoro USA ed esportare merci verso il mercato dei consumatori ossessivo-compulsivi. Di fatto, i cinesi ci mettevano i risparmi e gli USA i consumi. Ma comprare merci senza vendere altre merci significa comprare a debito: la controparte del boom consumistico USA è stata quindi una rapida espansione del deficit commerciale e un rapido aumento del debito commerciale con il resto del mondo. Allo stato attuale, gli USA hanno 20,000 miliardi di dollari di debiti col resto del mondo, e 17,600 miliardi di crediti. In pratica, hanno 2,400 miliardi di debito netto, una cifra che aumenta di 200 miliardi l’anno per via dei nuovi acquisti a debito (deficit commerciale). Tutto questo ha aiutato di molto la crescita economica cinese: investire in Cina oggi significa investire in un paese dove la produzione costa poco, per poi vendere in un mercato pressoché illimitato dall’altra parte del Pacifico. I cinesi con i loro risparmi consentivano il finanziamento del deficit USA, e questa offerta di credito ha tenuto bassi gli interessi USA per praticamente un decennio; vista dall’altra parte dell’Oceano, la fortissima domanda di consumo USA ha aumentato i rendimenti degli investimenti in Cina, consentendo una rapida espansione industriale.
FINE DEI GIOCHI? – Prendete nota: i bassi tassi USA sono un merito (soprattutto) del risparmio cinese; gli alti rendimenti sugli investimenti cinesi sono un merito (anche) dei consumatori americani. Una stranezza di tutto ciò è che – nonostante un rapido aumento dell’indebitamento con l’estero – gli USA hanno un reddito positivo dalle loro transazioni finanziarie con l’estero. La cosa è apparentemente impossibile: uno si riempie di debiti, e guadagna interessi? Semplicemente, il debito estero USA è fatto di titoli del Tesoro: 100$ di debito al 2% significa un costo annuo di 2$; d’altra parte, il credito estero USA è composto di investimenti industriali diretti (FDI), che rendono molto di più: 70$ di credito al 3% consentono un ricavo annuo di 2$. Le due cose si compensano. L’anno scorso, quando ancora la crisi era di là da venire, avevo notato una gravissima falla in questo equilibrio: il basso rendimento dei titoli USA dipende dai risparmi cinesi, e l’elevato rendimento dei crediti USA dipende dalla salute del resto del mondo, che a sua volta dipende dalla domanda USA! La mia intuizione del 1 Febbraio 2007 rischia di diventare realtà? Al momento sappiamo che la Cina non si è affatto disaccoppiata dagli USA, e la cosa era prevedibile. Ora facciamo due ipotesi. La prima è che la recessione cinese riduca i risparmi cinesi e quindi la loro capacità (e del resto del mondo) di finanziare l’economia USA. Questo implica che i tassi di interesse USA dovranno aumentare (per carenza di credito) o comunque che sarà molto più difficile tenerli bassi (più interventismo monetario, più inflazione: gli USA dovranno ridurre di molto i consumi se vogliono mantenere gli investimenti allo stato attuale senza il contributo di risparmi cinesi). La seconda ipotesi è che la recessione USA riduca la domanda di merci estere USA e quindi renda meno conveniente produrre in Cina, riducendo quindi i rendimenti degli investimenti esteri.




Comunista!
però simpatico!
Comunista io? Sono gli americani che hanno socializzato il credito, mica i cinesi. I cinesi sono più capitalisti degli americani, o semplicemente senza doversi curare delle elezioni sono più lungimiranti e meno demagoghi con le cose di lungo termine.
bellissimo post
a mio avviso però gli USA potrebbero tranquillamente sostenere la crisi aumentando la produzione di moneta cartacea destinata a finanziare le economie del terzo mondo
potrebbero cioè regalare soldi ai necretti del burundi, i quali, con quei soldi potrebbero acquistare prodotti cinesi o Usa mantenendo inalterata la convenienza degli investimenti in cina e la domanda globale dei prodotti cinesi senza causare inflazione in patria per eccesso monetario, anzi sostenento la ripresa grazie al burundi …….
Abitualmente l’economia non cresce perché si stampano pezzi di carta: cresce se le aziende si trovano ad avere più soldi da investire perché i pezzi di carta vanno a loro anziché a qualcun altro.
Mi dispiace Pietro, abitualmente l’economia cresce quando si distrugge quella di altri e la si rapina, sennò si ricade nel paradosso della crescita in stile FED dove 4+4 fa 9 se non 12
Ahahah. Ma dai| Mai sentito parlare di divisione del lavoro, accumulazione di capitale, total factor productivity, economie di scala, specializzazione?
Gli USA potrebbero crescere semplicemente riducendo i consumi e aumentando i risparmi, in maniera autarchica. E’ più efficiente farlo internazionalmente.
Il problema è credere che si possa crescere senza risparmi, cioè il problema è credere nelle teorie keynesiane.
eppur se move !
No Pietro, quelle parolone che citi tu non c’entrano proprio na beata fava.
Spiegami, con parole tue, come fai a incremebntare dei fatturati, cioè vendere di più o a prezzi reali maggiori, a mercati che hanno già raggiunto il loro massimo potenziale di spesa senza o farli indebitare o fare una redistribuzione fiscale dei redditi.
Perchè primo caso, è quello che si è fatto in questi ultimi vent’anni. Cioè pensare che il credito concesso per far crescere l’economia sarebbe stato comunque ripagato dai maggiori redditi derivanti appunto dalla stessa crescita. Un po’ come il mito che la riduzione delle tasse, stimolando l’economia, porterebbe ad un gettito fiscale maggiore. Saranno anche state tanto belle teoricamente, però alla prova dei fatti hanno fallito miseramente.
La seconda opzione non sarebbe che una partita di giro, tasso il ricco per dare a chi ha meno in modo che compri più beni dalle aziende del ricco che guadagnando di più posso tassare di più, ecc.
Questo è il paradosso socialdemocratico.
Certo ci sono le scoperte tecnologiche, l’aumento della produttività, eccetera eccetera. Però una maggiore produttività deve avere un corrispondente maggiore assorbimento dei beni prodotti, sennò non serve a nulla.
Non è che se la Nokia riesce a produrre 5 telefonini in 10 minuti invece che in mezzora tu ne compri subito 3 nuovi. Questo porta eventualmente ad un abbassamento del prezzo del telefonino (offerta maggiore di domanda) col risultato che cala il prezzo del telefonino e non crescono gli utili della Nokia. Infatti nelle aziende si è ultimamente privilegiato o l’aspetto commerciale, per strappare fette di mercato ai concorrenti (anche attraverso fusioni e incorporazioni), oppure l’innovazione tecnologica per il miglioramento del prodotto, per avere sia un vantaggio competitivo appunto ma anche per creare bisogni indotti nei consumatori e fargli cestinare il loro cellulare vecchio che cmq avrebbe funzionato benissimo.
Questo è un segnale di saturazione dei mercati, vogliamo continuare la discussione ancora?
Per dire, io ho già la casa piena di telefonini e tre sono della Nokia (spot-spot!). Adesso anche basta.
dibbbbbbatttito!!!!1!!11
La tua analisi si basa su un assioma che difficilmente puoi dimostrare: che lavoriamo appunto in saturazione.
Lavorare in saturazione significa che esiste un livello di investimenti – necessari per ricostituire il capitale e tenerlo costante – oltre il quale il beneficio marginale dell’investimento è nullo: non cresco ulteriormente.
In questo mondo il tasso di interesse si annullerebbe o quasi oltre il livello di ricostituzione. Tutto il resto verrebbe consumato spontaneamente. E l’economia continuerebbe in posizione stazionaria…
Quanto dici sulla Nokia, invece, non ha senso.
Produrre di più abbassa i prezzi, è ovvio: è l’equazione degli scambi. Ma questo non ha conseguenze reali necessarie, tranne nel breve termine.
Non credi le crisi figlie di saturazione dei mercati? E allora perché il meccanismo si è rotto? Io su questo punto sono d’accordo con AG, ci siamo strutturati in maniera sbagliata pensando al futuro come un mercato in costante salita.
“Lavorare in saturazione significa che esiste un livello di investimenti – necessari per ricostituire il capitale e tenerlo costante – oltre il quale il beneficio marginale dell’investimento è nullo: non cresco ulteriormente.”
Infatti.
“Quanto dici sulla Nokia, invece, non ha senso.
Produrre di più abbassa i prezzi, è ovvio: è l’equazione degli scambi. Ma questo non ha conseguenze reali necessarie, tranne nel breve termine.”
Infatti. I miglioramenti tecnologici in beni “voluttuari” creano solo modificazioni del PIL nel breve termine oltre il quale bisogna innestare dei meccanismi di “sostituzione” dei beni e di credito facile per anche solo mantenere tale livello di vendite (e guarda caso è quello che proprio sta succedendo).
Questo perchè tali beni non hanno qualità tali da incrementare il numero di persone presenti sul mercato, cioè migliorare a tal punto la qualità della vita da aumentare la quantità di lavoro-consumo.
Non so come spiegarmi meglio, sono uno storico e non un economista, ma i veri boom economici a livello storico sono la rotazione delle colture, l’uso della forza idraulica, la macchina a vapore, la penicillina, i fertilizzanti chimici, l’informatica distribuita, eccetera che hanno portato la gente a crepare meno, vivere di più e meglio e quindi in prospettiva a lungo termine ad ampliare il mercato e incrementare la produttività.
In parole più semplici persone che stanno bene di salute, vivono più a lungo e fanno più figli e che quindi hanno sempre più bisogno di beni essenziali quali casa e cibo e energia, i veri motori dell’economia.
Infatti il problema previdenziale che abbiamo, in Italia ancora più sentito che da altre parti, è che abbiamo sì consumatori fino a 90 anni, ma che smettono di lavorare a 55 e quindi per 45 non sono produttivi e i soldi glieli deve dare lo Stato generando deficit. Cioè distribuendo ricchezza che nessuno ha prodotto.
Un altro dei problemi maggiori è la non distribuzione della ricchezza cinese ai cinesi stessi, ma il suo utilizzo per finanziare i consumi degli americani, consumi oramai in gran parte voluttuari.
Credo di sfondare una porta aperta anche con te affermando che l’uso di tale ricchezza da parte dei cinesi invece che dai rincoglioniti con le carte di credito avrebbe portato ad un incremento dell’economia molto ma molto più stabile, oltretutto benefico per la maggior parte del mondo (i cinesi avrebbero consumato anche più beni europei).
Invece abbiamo finanziato consumi in buona parte inutili (cioè che non hanno migliorato le condizioni di vita né la produttività) negli USA, perfetto. Adesso godiamoci la retromarcia.
A integrazione del mio precedente commento.
Finanziare i consumi degli USA è stato come finanziare i consumi dei ricchi invece di quello dei poveri.
Abbiamo visto come dove sono state applicate politiche di questo senso esse abbiano avuto ricadute molto minori di quanto preventivato sull’economia poichè si tratta di consumi comunque comprimibili, che possono essere tramutati in risparmio nei momenti di panico e che mettono in moto settori economici che non hanno una ricaduta di miglioramento tecnologico e quindi di produttività rilevante.
@AG: per l’esempio nokia ti perdi alcuni pezzi. Ammettiamo che a nokia riesca modificare (a costo 0, ipotesi possibile) la produzione per passare a produrre 5 telefonini in 10 minuti invece che in 20. Questo implica un dimezzamento dei costi di manodopera, ma non si traduce né istantaneamente né totalmente in un abbassamento del prezzo. La cosa più probabile è che il prezzo venga abbassato di una piccola quota, consentendo un aumento del rendimento per telefonino anche grazie al piccolo aumento della domanda.
Ovviamente la cricca di questo ragionamento è che il costo per aumentare la produttività molto spesso non è zero, e quindi il rendimento deve ripagare il costo iniziale. Ma come vedi non è necessario un indebitamento ma un reinvestimento dei margini nel breve.
Ovvio che se si vuole mantenere anche il rendimento le cose si fanno difficili
Ri@AG: ma il problema previdenziale italiano, oltre a come lo hai descritto tu, non andrebbe visto anche come contrazione delle nascite e quindi con una diminuzione della capacità di pagare? Non so se è corretto, ma i boom economici non sono stati “sempre” accompagnati da relativi boom demografici? In fondo non è l’aumento di consumatori ad espandere la base del mercato e quindi a riverberare il boom oltre quel livello di espansione che sarebbe proprio della innovazione tecnologica?
IL PROBLEMA è CHE I VECCHI NUN VOJONO MORI’
se son messi in testa de vivere fino a 80-90-100 anni, mentre le tavole statistiche delle assicurazioni, anche previdenziali, presumevano (le stupide) che morissero max a 72-74 anni
da qui nasce la necessità a darje la pensione per ulteriori 10-20-30 anni
e da dove pijamo li sordi se trasferiamo le produzioni in cina e importiamo solo badanti per sti poeri veci che però nun “desistono” ?
quindi meno persone e per giunta straniere in parte, devono sopperire a necessità impreviste
nascono così le fabbriche dei sordi e si moltiplicano con buona pace per gli anti-inflazionisti….almeno con le pensioni basse e con l’ inflazione, li veci li famo mori’ de fame…
Sul primo punto. Vero. Ma devi anche venderli i 5 telefonini che produci in più negli stessi 20 minuti di prima. Ed è lì che casca l’asino. Anche se calati di prezzo. Ti servono due cellulari? tre? Quattro? Quanti?
Se tu producessi invece il doppio di grano invece e il prezzo calasse potresti magari venderlo a quelli del Burkina Faso che magari raddoppierebbe la popolazione. Questo è quello che è sempre successo storicamente perchè fino a pochi anni fa (40-50 anni sono uno sputo nella durata della storia) i consumi erano per il 90% ESSENZIALI.
E qui arriviamo al problema 2 del calo della natalità italiana. La gente non fa figli in Italia perchè i beni essenziali non hanno avuto un decremento del costo (in relazione alla ricchezza reale delle persone) ma bensì un aumento. Non puoi nutrire il pupo a cellulari. E il cibo, la casa, il riscaldamento incidono di più nel passato. E questo da almeno due decenni ad occhio che sta andando così.
Negli anni 60-70 un salariato di medio livello riusciva a comprare casa, allevare uno-due figli e spesso riusciva anche a mantenere la moglie come casalinga.
Adesso ci riesce a fatica un dirigente e forse forse…
Allora? Allora in realtà sono decenni che ci si sta impoverendo traslando i consumi verso beni voluttuari pompati dal credito facile. Sbaglio?
Concordo con il fatto che ci sia stato uno spostamento dei consumi verso i beni voluttuari, e che questo abbia portato il mercato stesso ad investire in un ambito dove i rendimenti erano maggiori, di fatto eliminando i miglioramenti tecnologici nell’ottenimento dei beni primari, causando di fatto un aumento dei costi (via inflazione, costo del lavoro, etc.) della produzione e quindi una ricerca verso paesi produttori che avessero costi minori.
Ma nell’esempio della nokia invece, volevo dire che se anche fosse possibile aumentare la produttività a costo zero, comunque non verrebbero prodotti più telefonini, semplicemente aumenterebbe il loro rendimento (eventualmente potrebbero abbassare i prezzi di poco per aumentare la penetrazione del mercato). Aumentare la produttività non serve per aumentare la produzione ma per diminuire i costi, l’aumento di produzione è un effetto successivo che può (ma non è necessariamente detto) verificarsi se la domanda aumenta effettivamente.
Questo è quello che le imprese fanno, al posto di investire in ricerca (o più realisticamente è quello che la imprese cercano di fare a scapito della sempre e comunque necessaria ricerca) perché in una ottica di medio-breve termine è una strategia che da l’impressione di azienda forte. Il problema è nel confronto con aziende che innovano e che sono destinate nel medio-lungo periodo a sorpassare la concorrente.
Giust quello che dici Icy. Ma infatti i maggiori miglioramenti si sono avuti recentemente nei beni tecnologici, cioè da un po’ di sabbia (silicone), qualche milligrammo di rame e un po’ di plastica siamo riusciti a produrre dei beni dal costo infimo e venduti, anche se a poco, comunque ad alto prezzo.
E solo pochi di questi sono così essenziali come cibo, casa e riscaldamento, molto pochi.
Invece case, dove i muratori ci devono essere, cibo, dove i contadini ci devono essere, e riscaldamento, dove comunque c’è un tappo sul lato dell’offerta comunque sono tutte “produzioni” ad alta intensità di capitale perchè si fanno utilizzando beni “finiti” (terra o giacimenti di petrolio) e quindi molto meno elastici sul lato del prezzo.
Finchè non ci saranno innovazioni tecnologiche che permetteranno aumenti significativi della produzione alimentare oppure fonti di energia producibili da elemnti comuni (come l’idrogeno dall’acqua) non ci potrà essere una vera crescita economica. Oppure si, come dopo il 1946 da una distruzione immane e dalla necessità di ricostruire tutto.
Enrico:
il fatto è che la crisi secondo la teoria a cui faccio riferimento non si origina da un plateaux di una inesistente funzione di produzione aggregata.
Semplicemente, l’economia usa beni di produzione e produce beni di consumo. Se i ricavi dai secondi sono maggiori dei costi dei primi le aziende stanno bene e tutto torna.
Se però venti anni di espansione monetaria spingono verso l’alto i valori dei beni capitali, cioè i costi di produzione, le aziende alla fine staranno male, perché avranno tanti costi rispetto ai ricavi.
La soluzione è lasciare abbassare i valori dei beni di produzione: capitali e lavoro, in modo da ripristinare i corretti rapporti, che sono stati distorti dall’espansione monetaria.
L’economia USA è andata a male perché ha pensato di poter crescere senza risparmiare, stimolando gli investimenti col credito e il moral hazard anziché con la propensione al risparmio.
Questa teoria è indipendente da eventuali saturazioni o crescita economica eccetera: l’economia USA era tanto distorta oggi quanto lo era dieci anni fa con boom tecnologici positivi reali come l’informatizzazione – l’equivalente moderno della rotazione delle colture.
L’innovazione tecnologica non è un elemento necessario del quadro, anche se tende ad aumentare la redditività degli investimenti e a tenere bassi i prezzi, quindi può prolungare a lungo un boom insostenibile.
Non è un caso che il ’29 c’è stato dopo la catena di montaggio e il ’01 dopo l’informatizzazione: un decennio di elevata crescita reale hanno nascosto gli effetti deleteri dell’inflazionismo, ma non li hanno cancellati… poi Bernanke ha deciso di continuare a pompare anche in assenza di crescita reale, di fatto stimolando cose puramente speculative e senza fondamento (esattamente come gli USA dal ’27 al ’29).
Che disastro! Non si capisce niente!
IN termini comprensibili.
Se a me non servono dieci cellulari, ma uno, la redditività degli investimenti nei cellulari si annulla oltre una certa soglia.
Se tutti i consumi raggiungono una zona a “beneficio marginale nullo” oppure la produzione raggiunge una zona a “produttività marginale nulla” semplicemente non conviene più investire.
Che questo sia una crisi è tutto da vedere.
Non c’è nessun effetto ciclico nell’ottenere un punto di ottimo e nello stabilizzarsi sopra: la crescita si annulla, i consumi possono assestarsi sul massimo sostenibile in mancanza di dmanda per i cellulari in eccesso.
Se in queste condizioni la politica monetaria vuole far crescere ulteriormente l’economia, ovviamente fallirà, esattamente come nelle condizioni da me descritte.
Però nelle condizoni da me descritte c’è un tracollo in fieri; in un punto di saturazione, senza squilibri fondamentali, non c’è necessità di crisi, solo un noioso punto stazionario.
Stiamo dicendo le stesse cose Pietro.
Stante che si è raggiunto un livello di saturazione dei consumi dei beni a cosidetto alto valore aggiunto e non si è voluta attuare una politica redistributiva del reddito (via socialista) si è per forza di cosa dovuti ricorrere all’espansione del credito. Ecco dove sta il problema essenziale di una politica economica, non vogliamo chiamarla liberista?, ultrantisocialista chiamiamola.
Se io ho già due cellulari ma il mio reddito in termini reali non cresce, anzi diminuisce lentamente, ne compro uno nuovo solo date due condizioni: la creazione di un bisogno attraverso l’induzione pubblicitaria e la elargizione di credito facile.
L’altra via, quella che scelse Ford a suo tempo, di alzare i salari reali a scapito momentaneo del profitto per aumentare la domanda ancora oggi sembra una bestemmia tirata in chiesa.
Non che migliorerebbe di molto la situazione perchè, ripeto, i beni essenziali non hanno avuto incrementi di produttività tali negli ultimi anni da permettere un significativo abbassamento dei costi. La rivoluzione informatica avrà sì dato dei benefici ma non così evidenti nel settore agricolo, energetico o immobiliare perchè comunque si basano tutti e tre su beni finiti (la terra e i giacimenti) e ad alto investimento di capitale.