Integralismi: tre storie vere

20 gennaio 2009

Sarà stato anche il titolo della Stampa ad essere un po’ tirato, con quel “Pompili (Cei, la conferenza dei vescovi): “Attenti a Facebook, nasconde insidie”". Però c’è anche da dire che il seguito non aiuta: “Il sacerdote Domenico Pompili, introducendo il convegno ‘Chiesa in rete 2.0′ che, su iniziativa dell’ufficio Cei per le comunicazioni sociali si svolge oggi e domani a Roma, ha rilevato l’esistenza di un «nuovo individualismo che cresce e che il sociologo spagnolo Castells non ha esitato a definire ‘networked individualism’ per evocare singoli che rescindono i legami con il territorio circostante, salvo poi moltiplicare le connessioni, magari su Facebook»“. Ora, lungi da me mettermi in polemica con Castells, anche perché ricordo che nei radi libri di sociologia sono stato costretto ad aprire era sempre citato come se fosse la massima auctoritas. “Lo dice anche Castells“, capita spesso sentir ripetere i sociologi italiani, come se questo in qualche modo rappresentasse la formula “Come volevasi dimostrare” sulla loro strampalata ultima teoria. E poi, sicuramente il web è il luogo ideale per far risaltare certe caratteristiche del singolo, che magari può sentirsi in qualche modo protetto dall’anonimato e quindi legittimato a tirar fuori un lato di sé che giaceva nascosto, o per far arrivare un messaggio a una cerchia molto più ampia di quella degli amici. Per il resto, probabilmente il web replica la vita reale: chi ha caratteristiche di un certo tipo le tira fuori, e riceve in cambio più o meno lo stesso effetto che ha in ufficio, o con gli amici. Sul rescindere i legami con il territorio, viene da metterci un grosso “Mah!” davanti. Non si capisce proprio il perché, a meno che questi non siano meno soddisfacenti di quelli virtuali. Ma, se questo è il punto, allora succederebbe comunque se il soggetto avesse la possibilità di fare quelle conoscenze nel reale. Il punto non è il come, insomma, ma il chi. Magari potrei preferire di andare a cena più spesso con un mio amico che abita a Genova, rispetto a uno che abita a Roma, ma purtroppo sono frenato dalla lontananza. Con il web posso esserci più in contatto, e magari preferire una serata su Skype con lui rispetto a una pizza con gli amici. E questo è un peccato solo per l’economia, visto che scelgo di fare una cosa gratuita rispetto a una a pagamento. Però devo pagare l’Adsl, e magari ci andiamo pari; senza contare che potrei ordinarmi una pizza a domicilio via web, ed ecco che il danno economico sarebbe riparato (ok, la smetto, questo non è un post di Pietro).

Ma dal punto di vista dei rapporti umani, come sembra dire Castells e afferma proprio il vescovo Pompili, dov’è il problema? Saranno meno caldi quelli via web rispetto a quelli “reali”, e magari qualcuno potrebbe anche preferirlo. Che c’è di male? Dice ancora il vescovo: “Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e dunque la dinamica relazionale? La terza domanda – e qui mi spingo dichiaratamente dentro il contesto ecclesiale – è quella che si muove tra identità e linguaggi. Mi chiedo cioè in che modo è possibile avere in Rete una fisionomia riconoscibile senza per questo assumere linguaggi scontati o peggio indecifrabili. Non vi è dubbio che – come sicuramente ci attesterà anche la ricerca di Internet e Parrocchia – è cresciuto il rapporto con la Rete, ma la domanda resta: come dobbiamo essere noi stessi, fino in fondo, senza per questo assumere uno stile linguistico desueto, quando non tautologico, cioè ripetitivo?“. Non ho capito cosa c’entri il contesto ecclesiale, ma sembra proprio che dietro tutto quell’insistere sul linguaggio desueto, scontato, indecifrabile, tautologico nonché ripetitivo il vescovo ce l’abbia con le faccine e le espressioni dell‘Encyclopedia Dramatica. Magari non è così. Anzi, di più: voglio pensare che non sia così. Però, se così fosse, vorrei chiedere al vescovo di gradire, senz’offesa, un “gavte la nata”. Che in piemontese significa: “Levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata dalla propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà”. E spero che il vescovo apprezzi la citazione, che faccio al puro scopo di non rendere il mio linguaggio “desueto, scontato, indecifrabile, tautologico nonché ripetitivo”.

A proposito di integralismi, vogliamo dirlo che sulla polemica tra Micromega e l’Uaar ha ragione la rivista di Paolo Flores D’Arcais? L’associazione degli atei, copiando – ma non bene – dalla Spagna, voleva mettere sugli autobus di Genova una pubblicità con la scritta “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno“. Da notare che l’iniziativa spagnola aveva molte differenze nello slogan, visto che diceva: “Dio probabilmente non esiste, quindi goditi la vita“. Molto meno militante, molto più take it easy, quasi rilassante: non era minacciosamente pieno di perentorietà come quello dell’Uaar (e chi lo dice che, anche se Dio non esiste, io non ne abbia lo stesso bisogno? Ricordate quella canzone che faceva: “I dont want to start any blasphemous rumours But I think that god’s got a sick sense of humor And when I die I expect to find him laughing“?). Pierfranco Pellizzetti, su Micromega, scrive che “A vicenda conclusa, con l’abiura galileiana dell’agenzia che cura le affissioni mobili di AMT, possiamo dirlo: l’intera vicenda degli “ateobus” è stata una vera e propria sagra della sciocchezza. Gli autisti che minacciavano “l’obiezione di coscienza” (e così facendo potevano candidarsi a un processo di beatificazione quali martiri della fede sul posto di lavoro)… i turbamenti annunciati di viaggiatori solitamente frettolosi, d’improvviso diventati teologi da concilio di Nicea o Calcedonia… Ma anche le provocazioni chiassose cui si è consacrata l’associazione promotrice della tentata affissione mobile non brillano certo per lucidità; già a partire dalla sua denominazione, che unisce termini sostanzialmente antitetici quali “ateo” (cioè chi prende particolarmente a cuore la questione del divino) e “agnostico” (cioè chi di tale questione se ne infischia)“. L’Uaar risponde per le rime: “Non brilliamo per lucidità per l’accostamento di persone atee e agnostiche? Con la stessa profonda logica tuoni allora contro iniziative gay lesbiche e trans, oppure contro “MicroMega”, rea di accostare termini che non le stanno a genio“. E Pellizzetti controreplica con grande eleganza: “Volete sbattezzarvi? Volete istoriare due autobus? Dal mio punto di vista liberissimi. Quello che però mi sembra legittimo osservare è che siffatte iniziative, di testimonianza tendente al narcisistico, non sono minimamente utili al fine di impostare una linea politica plausibilmente vincente per contrastare le ben più abili e incisive azioni strategiche dell’avversario. O meglio, servono esclusivamente a gratificare un’appartenenza (la minorità intensa)“. Gioco, partita, incontro per Micromega.

E andiamo all’attualità, visto che tanto sempre di integralisti trattasi. Qualche tempo fa, sul blog di un nostro collaboratore, Valeria Di Napoli, in arte Pulsatilla, ovvero prima blogger e poi autrice di un paio di libri, diceva allo stesso (commento 17) a proposito di un articolo pubblicato da noi: “Il tuo è un post contro la Carlucci, su un sito che è fatto per gente che la Carlucci la odia già. Compitini* per il 2009: sostenere le stesse tesi con parole comprensibili anche ai cattolici e provare a vendere l’articolo su un giornale vero“. Ecco, noi concordiamo: non basta essere una testata giornalistica registrata al tribunale di Milano per essere un giornale vero. Così come non basta scrivere un paio di libri per essere considerati scrittori. Essere un giornale vero significa infatti anche avere il coraggio di pubblicare cose come gli articoli di Vertigoz. Essere uno scrittore invece significa non fare mai errori grammaticali del tipo: “Quanto a te e i giornali, se la Carlucci c’è l’ha fatta a diventare parlamentare non vedo perché non tentare” (commento 79 di Pulsatilla, 4 giorni dopo). (Anche se purtroppo non vuole venire a scrivere qui – non gli piace l’informational architecture, se capissi cos’è potrei anche cambiarla! – grazie di esistere a Rectoverso  ).

13 commenti a Integralismi: tre storie vere

  1. Quello che però mi sembra legittimo osservare è che siffatte iniziative, di testimonianza tendente al narcisistico, non sono minimamente utili al fine di impostare una linea politica plausibilmente vincente per contrastare le ben più abili e incisive azioni strategiche dell’avversario.

    Non sapevo che da queste parti spettasse all’UAAR impostare le linee politiche…

    V E L T R 0 N 1!

    Eh? Chi? Ho detto qualcosa? Mah…

    Essere un giornale vero significa infatti anche avere il coraggio di pubblicare cose come gli articoli di Vertigoz.

    Prova provata che siamo di certo più ‘giornale vero’ del Corriere, che pubblica Alberoni e Lina Sotis.

    “Quanto a te e i giornali, se la Carlucci c’è l’ha fatta a diventare parlamentare non vedo perché non tentare”

    Questi scrittori lo fanno apposta, affinché la crisi non colpisca anche la debole categoria dei correttori di bozze.

  2. gregorj

    figata. Just ha lasciato questo commento nel backoffice ed è comparso la mattina successiva :D

  3. Sono troppo avanti rispetto a voi comuni mortali. Tsk.

  4. Ghisabrain

    E se un giornale degno di questo nome fosse quel giornale che cerca di narrare la verità alle persone che lo leggono (attenzione… non la sua interpretazione!)?

    Sotto quest\’ottica la maggior parte dei giornali potrebbe essere definita \”opinionali quotidiani\”…

    Riguardo invece il tema dell\’individualismo che inspira il web… propongo questa interpretazione:
    Da Ges_ù che predicava su una collina, in avanti, l\’esperienza religiosa era inserita in una collettività fortemente aggregata intorno a dei luoghi fisici.

    In un tale contesto, un individuo, professando il proprio credo, subuva pressioni, contemporaneamente religiose e sociali, dentro e fuori i luoghi di culto.
    La religione era, appunto, un fenomeno psicologico, culturale e sociale.

    Con il web questo non accade più ed gli individui vivono le loro esperienze in base a necessità completamente personali (vere, supposte o indotte).

    In questo nuovo contesto non si ha più bisogno di chiese (reali) e la religione diventa un esigenza personale..

    PS.
    stesso destino che ha seguito l\’ideologismo politico?

  5. …e intanto prendiamo atto che in Italia è permesso a chiunque pubblicizzare qualunque cosa ovunque e in ogni modo, ma affermare un semplice fatto (“Dio non esiste”) è ancora motivo di scandalo.
    Di più, si passa per “misconosciuto gruppuscolo” (cit. telegiornali mediaset) di “estremisti” (cit. telegiornali rai). Ce li mettiamo a Guantanamo, ora che Obama sgombera le gabbie?

    Pellizzetti cita CL, una corazzata, riverita dalle testate giornalistiche e omaggiata da schiere di politici, e pretende che il “gruppuscolo” UAAR possa fronteggiarla. Con 7000 euro. Se ha qualche idea migliore dell’ateobus, ben venga.

  6. vertigoz

    non credo che il problema sia che non vuole scrivere per voi. il problema è il compenso.

  7. vertigoz

    > un giornale vero significa infatti anche avere il coraggio di pubblicare cose come gli articoli di Vertigoz

    e faccio presente che siamo già stati minacciati di querela (plurale maiestatis) da uomogiapponese.
    indomiti lottiamo per il diritto di perculare informando (ma anche di perculare e basta)

  8. AG

    “non credo che il problema sia che non vuole scrivere per voi. il problema è il compenso”

    Accordateviper qualcosa in natura. Chessò Greg che gli fa le pulizie in casa tutte le mattina, del resto il “physique du role” da filippino ce l’ha.

  9. “Dice ancora il vescovo: “Mi chiedo in che modo questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e dunque la dinamica relazionale?”

    …ma il web è (in parte) anche il “mondo delle relazioni”; un mondo, ovviamente, diverso di rapportarsi e incontrare gli altri! e, in questo non ci vedo nulla di negativo!
    “Relazionarsi” è “comunicare”,e comunicare è immensamente meglio che non comunicare: ad esempio sempre meglio che star sdraiati in poltrona e guardare la tv come soggetto passivo, senza poter interagire con gli altri; cosa che in internet avviene tranquillamente con la possibilità di replicare in qualche modo ai messaggi che non si condividono.

    bel post gregorj!

  10. Nuvola Rossa

    Gli autisti del bus che fanno gli obiettori di coscienza… cosa non si fa in Italia pur di guadagnarsi una giornata di ferie:-)))

  11. Non sapevo che da queste parti spettasse all’UAAR impostare le linee politiche…

    La Bresso deve aver letto il mio commento, e ha sentito il dovere di far qualcosa… :D

    P.S: gioco, partita, incontro per l’UAAR http://www.uaar.it/news/2009/01/23/qualche-riflessione-sull-avvio-della-campagna-ateobus-uaar/

  12. Pingback: I migliori scatti. Vediamo di cosa siete capaci!

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