Imminente l’ennesima lezione di “realismo cristiano”

19/01/2009 -   La Chiesa cattolica continua a muoversi con prudenza sui temi sociali e politici nell’attesa che passi la crisi. Presa tra la voglia di dimostrarsi al passo coi tempi e il bisogno di tenersi coerente coi valori della propria dottrina

     
 

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La Chiesa cattolica continua a muoversi con prudenza sui temi sociali e politici nell’attesa che passi la crisi. Presa tra la voglia di dimostrarsi al passo coi tempi e il bisogno di tenersi coerente coi valori della propria dottrina sociale, la strategia rimane quella di sempre, ovvero prudenza.

“Provvisoriamente”, la rubrica di Luigi Castaldi su Vaticano e dintorni.

IN ATTESA – L’8 gennaio, a Reggio Emilia, monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha tenuto un discorso su: “L’attualità della dottrina sociale della Chiesa” che zenit.org ha pubblicato alcuni giorni dopo in versione integrale, e che merita particolare attenzione perché Sua Eccellenza è tra coloro che hanno collaborato alla stesura di un’enciclica, la terza di Benedetto XVI, il cui annuncio data circa un anno e la cui promulgazione è stata più volte rinviata. “L’enciclica – così dichiarava il cardinal Tarcisio Bertone, il 27 maggio 2008 (Apcom) – è in fase di elaborazione, va e viene dal Papa che non vuole ripetere luoghi comuni della dottrina sociale della Chiesa, ma vuole portare qualche elemento originale, anche conforme alle sfide dei tempi“. Tempi caratterizzati da grande incertezza sugli sviluppi di quel processo di globalizzazione che, senza neppure dare troppe certezze a chi nutriva forti scetticismi in suo riguardo, ha costretto a rivedere opinioni e previsioni da parte di chi nutriva facili entusiasmi. Pare che la Chiesa di Roma non stia in acque migliori e che, sebbene assistita dallo Spirito Santo, tema di prendere posizioni che in un breve volgere di tempo potrebbero rivelarsi difficilmente sostenibili. Come sempre nella sua lunga storia, è la prudenza a vincere, e nel timore che possa contenere qualche aggettivo o qualche avverbio imbarazzante già tra pochi anni, la “Caritas in Veritate” – questo è il titolo annunciato – rimane nella cartella delle bozze. “Portare qualche elemento originale” è un azzardo, ma ripetere la stessa lezioncina che dalla Rerum novarum (1891) alla Centesimus annus (1991) ha cambiato solo il lessico comunicherebbe scarso dinamismo e trasmetterebbe un’immagine di istituzione immobilista che, a differenza di ciò che sta nella sua dottrina morale, la Chiesa non è disposta a dare di sé nel campo del sociale. Si è sempre discusso, e con pareri contrastanti, se ciò che sta scritto in un’enciclica sia da considerare un parlare ex cathedra, e se quindi il dogma dell’infallibilità papale (1870) sia applicabile a ciò che un pontefice firma con quel documento ufficiale; ma mentre sulle questioni morali è difficile essere smentiti da fatti – la morale li trascende sempre – su quelle di natura politica ed economica la patente fallibilità è in agguato per tutti, e sarebbe imbarazzante per il dogma, o per chi volesse invocarlo, trovarsi in poco tempo tra le mani una Caritas in Veritate patentemente inadeguata al XXI secolo. Qualcosa che sia “conforme alle sfide dei tempi” e che risulti – insieme – universalmente ed eternamente valido è cosa per lo meno problematica.

CHIESA E CRISI – Non avremmo più crisi economiche se l’intero mondo accogliesse la dottrina sociale della Chiesa di Roma? La povertà sarebbe abolita per sempre? Domande poste male: non è questo che interessa alla Chiesa di Roma, perché la dimensione materiale dell’esistenza umana è da essa concepita come prova e tramite, e il fine ultimo dell’uomo non è la qualità materiale della vita, ma ciò che gli può essere consentito in termini di dignità attraverso un minimo indispensabile di questa qualità materiale. I poveri possono continuare ad esistere, anzi, essi si fanno occasione di carità, consentono che la carità possa manifestarsi, attraversandoli, facendoli corpo vivente del mistero. Non c’è paradosso – non nella Chiesa di Roma – tra l’elogio della povertà e nella lotta ad essa: essa è in qualche modo necessaria per essere colmata dalla carità, non per risultare annullata materialmente dai suoi effetti, ma per essere esaltata come occasione di quella. Nel discorso di monsignor Giampaolo Crepaldi questi elementi sono tutti presenti, e ne costituiscono la struttura concettualmente cogente. “Non solo la dottrina sociale della Chiesa ha una sua propria tradizione, che comincia nel 1891 con la Rerum novarum, ma si inserisce in pieno nella tradizione viva della Chiesa, da cui trova alimento. Uno dei motivi che spiegano certe lentezze e ritardi nella consapevolezza dei cristiani ad assumere, personalmente e insieme, la responsabilità della dottrina sociale della Chiesa è proprio di non considerarla dentro la tradizione ecclesiale. [...] Si potrebbe dedurre che l’aggiornamento della dottrina sociale della Chiesa derivi delle novità storiche che si presentano davanti all’umanità e la sfidano. Ciò è indubbiamente vero [...], però va correttamente inteso in senso non sociologico ma teologico. L’attualità di un’enciclica non è data solo dai problemi sociali nuovi che essa affronta. [...] C’è invece nella dottrina sociale della Chiesa un elemento profetico avente i caratteri della inesauribilità e irriducibilità“. Per essere inesauribile e irriducibile, la dottrina sociale della Chiesa dev’essere nel tempo, ma anche oltre il tempo: fotografare la realtà come immutabile, e nell’immutabilità calare l’elemento che la rende permanente come precondizione ad una speranza che sia oltre l’orizzonte materiale dell’esistenza umana.

ADELANTE PEDRO, SI PUEDES - “Leone XIII non si è fatto convincere dalle ideologie e dalle utopie del suo tempo, ma le ha condannate sostenendo che dai messianismi terreni non possono derivare che sistemi sociali e politici di schiavitù. Egli ha così avuto il coraggio di condannare la cupidigia dei padroni e di difendere i diritti degli operai. Contemporaneamente ha anche stabilito una serie di doveri degli operai stessi, condannando ogni forma di violenza. A proteggere tutti da false speranze e vane illusioni. Egli aveva addirittura ricordato che è ingiusto e dannoso pretendere di togliere completamente le disparità sociali“. Si tratta di un socialismo senza rivoluzione e senza riformismo: la povertà non è combattuta, se non nei suoi effetti immediati. Si tratta del cosiddetto “realismo cristiano“. “Questo realismo cristiano della dottrina sociale della Chiesa è forse il motivo principale per cui, agli occhi del mondo, essa appare spesso astratta e inefficace. Ma questo dipende dal fatto che il mondo ama le semplificazioni ideologiche. In virtù del realismo cristiano, la dottrina sociale della Chiesa [...] permette di costruire nel tempo, è fattore di mediazione e moderazione nelle relazioni sociali e internazionali, spinge a trovare soluzioni e a dare concreta testimonianza e è anche sostegno per tutti coloro che, concretamente, si trovano in situazione di sofferenza. [...] Giustizia significa dare a ciascuno il suo. La giustizia ci fa dare quanto dobbiamo dare: o pagando, se si tratta del mercato, o ottemperando alla legge, se si tratta dello Stato. La giustizia è importante e non può esserci carità che scavalchi la giustizia. La giustizia però non è tutto. [...] La giustizia si fonda sul rispetto della dignità della persona, ma la dignità della persona non nasce solo dalla giustizia, ma dall’amore. [...] La giustizia non è quindi all’origine, in quanto non è in grado di fondare la dignità della persona su cui essa si giustifica. All’origine c’è l’amore, che precede e non solo segue la giustizia“. Chi incarna l’amore nella sua forma più alta? Cristo. E la sua incarnazione permanente non è nel corpo della sua Chiesa? “La dottrina sociale della Chiesa non [è] riducibile ad elenchi di indicazioni di comportamento – pur se essa è anche questo – ma [è] da intendersi come un aspetto della missione della Chiesa nel mondo“. Potremmo dire che si tratti proprio di una forma di “realismo“.

     
 

8 Commenti

  1. gregorj scrive:

    finalmente si affronta come merita il lato economico della meravigliosa dottrina di B16. E ora scusate, vado a vomitare.

  2. Lucia scrive:

    “I poveri possono continuare ad esistere, anzi, essi si fanno occasione di carità, consentono che la carità possa manifestarsi, attraversandoli, facendoli corpo vivente del mistero”

    Caro Malvino, è un dato di fatto che a livello internazionale esista quella cd fascia di “povertà”: ci sono stati, ci sono e continueranno ad esserci…vecchi e nuovi poveri, emarginati, devianti,senza dimora, poveri estremi…
    e la povertà è anche solitudine, terza età che pesa,droga…e se non è la Chiesa a rimboccarsi le maniche col suo amore preferenziale…chi potrà mai farlo??

  3. Gregorj scrive:

    “e se non è la Chiesa a rimboccarsi le maniche col suo amore preferenziale…”

    AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH

    (scusate, m’è scappata)

  4. Lucia scrive:

    …e a gregorj…gli è scappata!!…ops! :)

  5. zi preveto scrive:

    che bel cardinale sarebbe il dott.Malvino

    che discorsi prudenti ed ispirati è capace di tenere

    che gioia per le orecchie, anche le più asinine

    quanto avrebbero i cardinali (ed anche dippiù) da apprendere da Malvino per poter durare dippiù

  6. cordapazza scrive:

    quell’adelante si puedes è geniale!:-)

  7. icy scrive:

    È che la chiesa cattolica è rimasta scottata quando si schierò sulla castità per tutti gli ordinati, quindi ora si espone con molta più prudenza, prima di fare errori peggiori :D

  8. AG scrive:

    La castità per tutti gli ordinati ha motivi ben più prosaici legata com’era al togliere ogni pretesa ereditarietà in cariche colme di poteri e ricchezze temporali nell’Europa feudale.

    Nel mondo bizantino dove la Chiesa ed i suoi beni erano sotto il completo controllo imperiale la castità era solo titolo “preferenziale” (come i punti in un concorso) e i simpatici pope si possono sposare a tutt’oggi.

    Ah ecco un buon esempio della dottrina economica della Chiesa. mantieni pure i tuoi figli caro parroco, ma essendo illegittimi col cazzo che usi le decime del convento.

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