Roma, la Magliana e quella Banda che non muore mai

Nomi e luoghi scritti nel destino. Oggi A. P. è stato gambizzato sulla via Portuense. Ieri… “Me so’ sparato da...

Nomi e luoghi scritti nel destino. Oggi A. P. è stato gambizzato sulla via Portuense. Ieri…

“Me so’ sparato da solo”. Vabbeh, un colpo capita, “No, due”. E la pistola, scusa, dove sta? “…”. Non sappiamo come si chiama, ma solo che è un pregiudicato. E che oggi una o due persone si sono avvicinate alla sua macchina sulla via Portunse, poco prima dei Colli, e gli hanno sparato alle gambe. Le guardie hanno trovato due fori di proiettile rilevati sulla “Seicento”, uno sullo sportello, l’altro sul parabrezza.

QUELLA VOLTA DELLE CAPRE – Poco prima era stato in un bar a via Monte delle Capre. Lui ha 33 anni, le iniziali del suo nome sono A. P., e via Monte delle Capre fa angolo con via degli Orti della Magliana. Coincidenze, ovvio. Sette chilometri e un fiume più in là, appena 28 anni fa, Raffaello Daniele Caruso venne trovato cadavere in una Giulietta. L’omicidio era conseguenza dell’ammazzamento di Orazio Proietti, a sua volta conseguenza della morte di Franco Giuseppucci, ovvero Franchino er Negro. Era pieno di puncicature al torace alla gola. Nei pressi della recinzione del campo sportivo la polizia trovò un pugnale di tipo scout, ancora sporco di sangue.

LA MORTE – Caruso è importante, nella storia della Banda della Magliana, perché aveva ammazzato Mariano Proietti, un “pescetto” della famiglia che, secondo la vulgata della mala romana, aveva osatto ammazzare Franchino Er Fornaretto. Solo che a viale Marconi, sempre da quelle parti ma più vicino, era stato ammazzato anche un altro Proietti, questo sì dalla Banda. Mentre Mariano era morto per storie di droga. Per questo Abbatino, Carnovale e Pernasetti, oltre all’operaietto Toscano, che non mancava mai, lo “parcheggiarono”. Quella di A.P. è stata invece un’esecuzione per droga.

L’EVASO – Intanto oggi un detenuto del carcere di Rebibbia, ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma, è evaso questo pomeriggio. La notizia, riferita all’ADNKRONOS dal segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci, è confermata dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che ha già avviato indagini. Roba da dilettanti, per chi è riuscito a scappare fingendo una malattia come Abbatino, o chi persino è scappato dal tribunale mentre lo processavano.

LA GOLA TAGLIATAQuasi un anno fa l’ex estremista di destra Sergio Calore è stato trovato morto nel suo casolare in campagna a Guidonia. A trovare il cadavere è stata la moglie, che non vedendolo rientrare a casa e’ andato a cercarlo: dopo la scoperta, la donna ha avvertito i carabinieri. Sul corpo di Calore c’era una profonda ferita alla gola. E’ stato ucciso a colpi di piccone, e gli inquirenti pensano a un delitto d’impeto. Aveva cinquantotto anni ed era in libertà da almeno altri dieci. E la sua storia s’incrociava con tante altre. Come quella di Antonio D’Inzillo, la cui mano Calore ha armato per l’omicidio dell’avvocato Arcangeli, che aveva fatto il nome di Concutelli per l’omicidio Occorsio. Quando spara, D’Inzillo ha 16 anni, è figlio di un ginecologo tra i più rinomati (e ricchi) della Capitale, frequenta un liceo classico e conosce già i vari grandi nomi dell’eversione romana.

GALERA E GALERA – D’Inzillo guida anche l’automobile che porta via Valerio Giusva Fioravanti e Bruno Mariani dopo che hanno appena ammazzato Leandri, lo studente scambiato per l’avvocato. Nell’auto c’è anche Calore, che non ha potuto partecipare all’azione perché Arcangeli avrebbe potuto riconoscerlo. Quando lo beccano per l’omicidio, lo condannano a quindici anni, ma lui esce per decorrenza dei termini. E rientra nel giro. Prende altri quattro anni per detenzione di armi da fuoco (che erano di Fioravanti), in carcere conosce quelli della Banda della Magliana, entra in contatto con Marcello Colafigli (“Marcellone”) e Vittorio Carnovale (“er coniglio”). Colafigli pretende che lui guidi la moto, mentre lui va ad ammazzare Enrico De Pedis, “Renatino”, il Dandy di Romanzo Criminale. Lui, nell’opera di De Cataldo, è il “pischello”.

COM’E’ PICCOLO IL MONDO - Nella realtà, D’Inzillo viene finalmente arrestato nel 1992, in casa di un certo Gennaro Mokbel. Quello oggi implicato nel caso Finmeccanica e ‘ndrangheta, e beccato a parlare di un movimento politico in formazione da creare con Aldo Brancher, ex ministro dimissionario di Berlusconi poi condannato per la scalata di Bpl. D’Inzillo intanto scappa di nuovo dall’Italia e muore in Kenia. Muore? “Secondo le rare indiscrezioni trapelate in procura, a Roma, D’Inzillo è deceduto tempo fa in un ospedale di Nairobi, ma il corpo è stato frettolosamente cremato, dunque non potrà mai essere a disposizione della magistratura che l’aveva rintracciato mesi fa a Kampala, in Uganda, attraverso l’ascolto delle conversazioni sul telefono della moglie Barbara e dei familiari di quest’ultima”, scrive il Giornale. Nel frattempo si era rifatto una vita, aveva sposato una donna tacendogli il suo passato ed era diventato un marito modello.

MUORE? - Muore, D’Inzillo? Scrive sempre il Giornale che la sua è “Una morte che presenta moltissimi lati oscuri (per i familiari si tratta di morte per problemi al fegato), così come oscura è tutta la sua avventurosa latitanza culminata con un misterioso agguato ai suoi danni al confine con il Congo: un killer gli ha sparato una pistolettata in faccia, a bruciapelo, ma il proiettile è passato per la mandibola senza colpire organi vitali. Da quel giorno il fantasma di D’Inzillo è stato più facile da tenere d’occhio per via di quella lunga cicatrice che gli squarciava la guancia. Pedinarlo, però, era praticamente impossibile visto che prestava la sua opera in un’azienda agricola di proprietà del presidente Museveni ed era indirettamente in affari, nella gestione di uno sporting club, con familiari del fratello dello stesso presidente. Sarà stato anche per queste importanti amicizie, oltre a quella con un religioso cattolico locale, che D’Inzillo viveva tranquillo, al riparo da qualsiasi richiesta di estradizione che l’Uganda, nel caso, avrebbe certamente respinto.

UN MERCENARIO – Il killer del boss De Pedis negli ultimi anni avrebbe lavorato al servizio di apparati governativi come coordinatore militare di attività segrete, assolutamente illecite, quali la raccolta e il trasporto di legname rubato in territorio sudanese oltre al traffico di particolari risorse minerarie, come l’oro del Congo. Avrebbe ricoperto anche un ruolo nei rapporti con il Lord Resistance Army, organizzazione paramilitare d’ispirazione cristiana specializzata in scorribande oltre confine, sovrintendendo i gruppi armati a difesa dei lavori per la costruzione di strade, partecipando come consulente alla costruzione di una diga. Precedentemente, però, viene segnalato in Kenia al servizio di due gruppi paramilitari”. Quanti nomi e quanti luoghi: la storia criminale di Roma deve ancora essere scritta.