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Culturadi talentosprecato
pubblicato il 16 gennaio 2009 alle 12:30 dallo stesso autore - torna alla home

Se eravate convinti che bastasse un poco di indignazione al chilo per considerarvi immuni dal sospetto di covare sentimenti poco nobili, ebbene, vi sbagliavate. Alcuni studiosi canadesi hanno fatto un piccolo esperimento che dimostra che siamo molto peggio di quanto pensassimo. Ma sarà vero?

Quante volte navigatori, divoratori di notizie, opinionisti e commentatori, leggendo di un episodio di razzismo, si saran detti: “Io non lo farei mai“? E quante volte, sentendo di un tipo che ha chiamato un altro “sporco negro“, avranno pensato: “Fossi stato lì gliene avrei dette quattro a quello“? Illusi. Non avrebbero fatto proprio un bel niente.racism2 Siamo tutti razzisti. Ma anche no Per questo, per ignavia o per indifferenza, tutti noi siamo molto più razzisti di quanto possiamo immaginare… Vero o no, è quanto emergerebbe da un recentissimo studio americano di psicologia sociale pubblicato giovedì scorso su Science Daily. “Il risultato è eccezionale“- dicono gli autori – un’equipe di psicologi della York University di Toronto. Gli esiti dell’esperimento sviluppato dal team dell’Ontario, però, potrebbero prestarsi anche ad altre interpretazioni oltre a quella da loro desunta. “Le ricerche di questo tipo sono condotte presupponendo che nel comportamento umano esista solo una variabile (in questo caso il razzismo) mentre ce ne sono un’infinità“. A commentare è la dottoressa Donatella Lai, psichiatra cagliaritana e collaboratrice di Giornalettismo, alla quale abbiamo chiesto di darci una mano a capire se le cose stiano davvero così.

RAZZISTI PERCHE’- Insensibile se spettatore diretto di atteggiamenti di razzismo, anziché protestare contro di essi, li sopporta in silenzio. Perciò può dirsi razzista, anche se di sé ha l’immagine di persona del tutto tollerante. In teoria si commuove, in pratica non reagisce. medioman Siamo tutti razzisti. Ma anche noSe testimone del misfatto fa finta di nulla, se glielo raccontano si indigna. E’ pressappoco questo il ritratto dell’uomo comune che gli studiosi di Toronto hanno dedotto dagli esiti del loro test, ideato essenzialmente per cercare una risposta al perché a tutt’oggi i casi di discriminazione nei confronti delle persone di colore siano così frequenti. “I risultati possono sembrare sorprendenti in un momento in cui l’America sta per inaugurare il suo primo presidente nero, ma l’elezione di un uomo di colore non vuol dire che il razzismo è morto o che la gente non è più disposta a tollerare atti di razzismo“, ha affermato la psicologa Kerry Kawakami, leader del team di lavoro che condotto l’esperimento. Nel gruppo anche Elisabeth Dunn, una studiosa della abilità degli individui nel predire le proprie future risposte emotive, John Dovidio, un esperto di “pregiudizio“, ed una dottoranda, Francine Karmali.

L’ESPERIMENTO- A sottoporsi all’esperimento 120 ragazzinon-neri” divisi in due gruppi, definiti, Chess piece   White king Siamo tutti razzisti. Ma anche norispettivamente, quello degli “Experiencers” e quello dei “Forecasters“. Mentre attendevano di essere chiamati per il test per il quale credevano di essersi candidati, gli Experiencers sono stati fatti accomodare in una sala insieme a due attori, uno bianco ed uno nero, che hanno recitato un episodio di razzismo; i Forecasters, da un’altra parte, hanno osservato la simulazione, immaginando cosa avrebbero fatto/detto/sentito se si fossero trovati nell’altra stanza, ed esprimendosi al riguardo. L’intolleranza è stata messa in scena in tre varianti, secondo un crescente grado di gravità. In ognuna delle tre l’attore nero, uscendo dalla sala, ha urtato il ginocchio del bianco (come per caso, evidentemente non con intenzione). Nel primo tipo di scenario prodotto, quello “meno grave“, il bianco non ha detto nulla, restando indifferente; nel secondo, quello “moderato“, appena il nero era fuori la sala, l’altro ha commentato: “tipico, i neri fanno tutti così“, dando voce, cioè, ad un presunto pregiudizio; nel terzo, quello più “estremo“, ha usato nei confronti dell’attore di colore un epiteto forte, pesantemente razzista.

LE REAZIONI DEI TESTER- La risposta emotiva alla simulazione è stata differente nei due gruppi: i Forecasters (quelli che hanno osservato da fuori) si sono scossi di più, hanno cioè espresso maggiore indignazione rispetto agli Experiencers. A giudizio degli psicologi di Toronto, i ragazzi in sala con gli attori sono rimasti quasi del tutto indifferenti. Gli studiosi hanno da ciò dedotto che è facile dirsi antirazzisti, ma ben più difficile è l’esserlo per davvero. “Le persone pensano che, di fronte a un episodio di discriminazione, interverrebbero a favore della vittima,” spiega Kawakami, “ma i nostri risultati mostrano che, posti davanti al fatto reale, la reazione che prevale è d’indifferenza“. Subito dopo a tutti i ragazzi è stato chiesto di scegliere tra i due attori, quello bianco e quello nero, un compagno per il test di anagrammi, quello per il quale erano stati convocati. Ebbene il 63% ha scelto la persona bianca, “nonostante, nella simulazione appena conclusa, fosse il carnefice e non la vittima.“, hanno sottolineato gli autori dell’esperimento. “Le persone spesso sbagliano nel valutare le proprie risposte emotive agli eventi spiacevoli“, ha commentato Elizabeth Dunn, coautrice dello studio.”E’ possibile che, per allontanare le sensazioni sgradevoli, si tenda ad avvertire l’ingiuria come un gioco o un’affermazione innocua“.

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