Nella città pugliese sono i movimenti di base a portare avanti le battaglie su temi ambientali e della sicurezza sul lavoro, mentre la politica ufficiale oramai tutela solo se stessa. Ma la città si spacca tra chi teme per la propria salute e chi ha paura di perdere il lavoro
Nel periodo dei saldi la zona pedonale di Corso Umberto è piena di gente. A nord, l’insenatura naturale del Mar Piccolo, a sud il golfo sul Mar Ionio, pieno di navi alla fonda in questa mattina di burrasca. Tra i due bacini, l’isola del borgo antico, cuore antico (bisognoso di qualche restauro) di questa città di antica vocazione marinara. Dal Corso ai Due Mari si può avere una visione d’insieme, compreso quello che c’è a nordovest: ciminiere e nuvole pesanti che in questa giornata di cielo plumebeo diventano minacciose. La zona industriale della città comprende le raffinerie che trattano il greggio estratto dai pozzi lucani, la Cementir e soprattutto il complesso siderurgico Ilva.
Il camino E312 dell’impianto di agglomerazione dell’Ilva è alto 210 metri, 60 in più della Mole di Torino, 90 in più del grattacielo Pirelli di Milano. Nel quartiere Tamburi, limitrofo allo stabilimento, le palazzine basse non riescono a nasconderla, la ciminiera spunta inesorabile in fondo a una strada o dietro una casa, o sullo sfondo dell’animato mercato del sabato, ma almeno oggi la pioggia lava via l’impalpabile polvere rossa con cui lotta la gente del posto.
SI MUORE A NORMA DI LEGGE – Qui viene rilasciata nell’ambiente, e respirata, il 90% della diossina prodotta sul territorio nazionale [1. Dossier peacelink, versione 1, 3/5/2007], e il camino E321 ne emette una quantità tra le 4 e le 6 volte superiore alle raccomandazioni UE anche in condizioni di operatività ottimale [2. ARPA PUGLIA: - RELAZIONE TECNICA PRELIMINARE - Rilevazione di PCDD/Fs e PCBs "diossina simili" nei fumi di processo emessi dal camino E 312 dell'impianto di agglomerazione AGL/2 dello stabilimento siderurgico ILVA S.p.A. di Taranto]. Niente di illegale, per la legge italiana: le diossine sono una famiglia di 210 sostanze delle quali solo 17 sono ritenute cancerogene, e mentre negli USA, in Giappone, in Francia e in Gran Bretagna da anni si valutano le emissioni in base alla tossicità equivalente, su base quindi qualitativa, in Italia il limite è calcolato sulla quantità totale, equiparando di fatto sostanze dannose e sostanze inoffensive. Un impianto siderurgico può quindi riversare legalmente in atmosfera fino a 10.000 nanogrammi/m. cubo di diossina totale, e l’Ilva volendo potrebbe inquinare ancora di più di quanto fa oggi. Ma già così l’impatto dell’area industriale è devastante. Al quartiere Tamburi ci si ammala di più che a Taranto città, e molto di più della media nazionale [3. Arpa Puglia: Criticità ambientali nell'area industriale di Taranto e Statte con particolare riferimento alla problematica delle emissioni e della qualità dell'aria. Relazione alla V Commissione del Consiglio della Regione Puglia. 19 novembre 2008], bambini di dieci anni si ammalano di patologie tipiche dei tabagisti, la diossina entra nella catena alimentare e interi allevamenti vengono abbattuti e le carcasse smaltite come rifiuti speciali, e perfino nel latte materno se ne trova un tasso 25 volte maggiore delle raccomandazioni OMS. C’è n’è abbastanza, no?
SALUTE O LAVORO? – E infatti i tarantini il 29 novembre hanno iniziato a dire forte ora basta (mò avaste, in tarantino) con una manifestazione da 20.000 persone (su una popolazione cittadina di 200.000) organizzata da un cartello di associazioni cittadine riunite sotto la sigla AltaMarea. Sui media nazionali, ovviamente silenzio o poco più. “Le associazioni ambientaliste di Taranto e provincia, aggregandosi, hanno raggiunto la massa critica necessaria per organizzare una manifestazione così, e lo hanno fatto in 20 giorni, proprio come un’onda che monta”
dice Luigi Boccuni, del comitato organizzatore. La manifestazione ha dato la spinta finale all’approvazione della legge regionale antidiossina, ma la partita è ancora aperta: “potrebbe essere impugnata, visto che le regioni hanno competenza in materia di tutela della salute, ma non in materia ambientale, e poi è un’arma caricata a salve se non si danno all’ARPA (Agenzia Regionale di protezione Ambientale) gli strumenti per monitorare il livello delle emissioni”. AltaMarea si prepara a vigilare ed ora è impegnata nell’organizzare la fase successiva del movimento. “vogliamo diventare una realtà presente sul territorio, aperta a tutti, assolutamente indipendente dalla politica come lo siamo ora, e passare dalla protesta alla elaborazione di progetti e proposte”, dice Luigi. Una parte dell’opinione pubblica vorrebbe puntare direttamente al superamento dell’Ilva e si è ventilata anche l’ipotesi di un referendum, ma fare a meno di una realtà che dà lavoro a 20.000 persone indotto compreso non è realistico nel breve periodo. Uno dei nodi da affrontare è proprio il rapporto tra chi è dentro e chi è fuori dallo stabilimento, e chi teme di perdere il posto di lavoro costituisce un movimento altrettanto forte di chi manifesta per l’ambiente. “Il rapporto con i sindacati per il momento è quasi inesistente, e il movimento viene guardato con sospetto da chi teme di perdere la propria fonte di reddito”, dice Luigi, e questa distanza è confermata da Margherita Calderazzi dello SLAI Cobas, che dà una lettura da un punto di vista diverso: “non dimentichiamoci che le prime vittime dell’inquinamento sono gli stessi lavoratori dell’Ilva; non si può prescindere dall’unità con i lavoratori e la fabbrica non può non essere il cuore della battaglia”.




Poi ci si chiede perchè il sindacato e i partiti di sinistra hanno perso il contatto con la gente…
Bel post e belle foto, insomma un bel “reportage”
Ogni volta che passo da quelle parti mi chiedo come si faccia a viverci… :\
ragazzi, io a taranto ci sono nata e ci vivo da 26 anni. ora aspetto un bambino e mi chiedo cosa stia respirando..se avessi le possibilità, me ne andrei via
Taranto è una città nella quale i problemi non si vogliono affrontare, si preferisce non guardare ma pensare al proprio orticello illudendosi che basti fare la propria vita per stare bene. Quante famiglie campano con lo stipendio dell’Ilva? E per molti lavoratori conta di più portare uno stipendio a casa che ammalarsi per la diossina. La gente dice “è cosi, che ci possiamo fare?”. Ma forse qualcosa è cambiato e la voglia di farsi sentire stà prendendo il sopravvento sulla rassegnazione. Gli interessi economici in campo sono spaventosamente alti e solo una forte volontà politica (non corrutibile!)potrà intervenire per cambiare le cose.
anche l’agip fa la sua parte benissimo e il popolo tarantino subisce in qualsiasi altra parte del mondo ci sarebbe la class action ccon richiesta danni all’infinito ma non qui dobbiamo subire il danno e la beffa
Vero Just come fanno a viverci i tarantini?
…quel fumo che vien fuori dalla ciminiera è ingannevole: perchè raggiungendo Taranto dalla SS 106 fissando gli occhi lontano si intravede sia di giorno che di notte una luce rosea, illusoria tale da farti sembrare un alba o un tramonto tarantino…ma invece non è altro che polvere rossa!
il governo, non so quale, decise di chiudere napoli e concentrare la produzione a taranto
e fu la fortuna della zona occidentale di Napoli
pur se con lentezza infinita stanno recuperando la costa di coroglio e bagnoli, trasformandola in spiaggia per migliaia di persone
l’ aria addora ‘e gelsomino (sono scomparse le montagne di carbone che noi ciclisti amavamo respirare in gita a Bagnoli)
si sono creati centinaia di posti-barca (che un giorno saranno pure regolarizzati)
Sono un pugliese della “diaspora romana”. Qualche hanno fa tornando da quelle parti sono rimasto esterrefatto per la distruzione delle coline del’Orimini, che collegano Martina Franca a Taranto.Colline diventate un’estensione di cemento
della gloriosa “Città dei due Mari”.
Ho cercato invano qualche cespuglio di quei boschi che ricordavo da bambino quando con mio padre si andava a cercare ottimi funghi e prima di natale muschio e rami con i frutti di corbezzolo da mettere nel presepe.
Che vergogna. Hanno distrutto Taranto, come Brindisi con la Montedison e la Puglia intera che poteva essere la “California del Sud”, un paradiso per l turismo nazionale e internazionale.
sono nata a taranto ma vivo a parma,e quando mi capita quelle poche volte di scendere giu ,vedere taranto in quelle condizioni mi fa stare male.E vero servono i posti di lavoro,ma bisognerebbe puntare su altre risorse(secondo il mio modesto parere).Ho visto l,agricoltura abbandonata per motivi speculativi,costruire dei palazzi o chissa’quale altro mostro.
Taranto e’ una citta’ ostaggio di se stessa. Lavorare rischiando di essere in quella percentuale che rischia di morire di diossina.
eppure taranto è una città affascinante, e mi dispiace averne restituito solo un aspetto. Io sono ottimista, forse per vocazione. un movimento che parte dal basso ha il problema di passare dalla protesta alla proposta e non è facile, ma wualcosa si muove e forse il bicchiere si può vedere mezzo pieno.
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