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pubblicato il 12 gennaio 2009 alle 12:30 dallo stesso autore - torna alla home

Il 2009 si è aperto con una serie di cattive notizie sul fronte dell’occupazione. Il dato più preoccupante è quello dei lavoratori invisibili e dei precari, milioni di persone che non hanno la possibilità di usufruire degli ammortizzatori. Per loro, che fare?

Poco prima di Natale è arrivata la prima doccia fredda sul versante dell’occupazione in Italia. La rilevazione Istat sulle forze di lavoro ci ha consegnato un quadro stabile, con i soliti problemi strutturali del lavoro in Italia: le profondeprecari2 Precari e lavoratori invisibili, i senza ombrello della crisi differenze tra Centro-Nord e Sud e tra uomini e donne. Segnale pessimo per diverse ragioni. Perché era riferito al terzo trimestre 2008, quindi appena prima dell’esplosione della crisi vera e propria. E soprattutto perché segnala una grossa inversione di tendenza: il numero degli occupati, dice infatti la nota Istat, è aumentato su anno dello 0,4% a 23,5 milioni di unità, in deciso rallentamento rispetto al recente passato. Una frenata così decisa dell’occupazione “è uno dei fattori che accennano all’arrivo della crisi”

SEGNALI DI CRISI – Leggendo dentro i dati, gli scricchiolii non mancano: c’è un calo degli occupati indipendenti (-3,7% su base annua), che comprendono in realtà larga parte dei lavori parasubordinati. E tra gli occupati dipendenti aumenta il lavoro a tempo parziale, anche per gli uomini. E quasi sempre per decisione aziendale e non del lavoratore. Inoltre, la tenuta dell’occupazione, dice ancora la nota Istat, viene soprattutto dal contributo della manodopera straniera, aumentata in misura doppia rispetto alla dinamica complessiva. Un elemento che rischia di venire meno per l’arresto del processo di regolarizzazione e per l’effetto della legge Bossi-Fini. Infine, va tenuta d’occhio la cassa integrazione. Quella ordinaria, è raddoppiata nel 2008, ed è esplosa a dicembre (+500%) mentre la straordinaria è rimasta stabile. Il ministro Sacconi ha ricordato che questo significa per il momento solo una caduta della produzione, peraltro quasi solo nel settore meccanico, perché la cassa integrazione straordinaria, anticamera del licenziamento, è infatti diminuita. E’ vero: ma è va tenuto presente l’inciso del ministro: per il momento. Anche perché c’è un consenso diffuso che il 2009 sarà un anno nero per l’occupazione: almeno 600 mila occupati in meno e un tasso di disoccupazione che torna oltre l’8%.

DALLA FLESSIBILITA’ ALLA PRECARIETA’ – Ma c’è dell’altro. La flessibilità dei contratti, che è stata volano della crescita occupazionale (ma anche di una progressivo peggioramento della produttività del lavoro) nell’ultimo decennio ora rischia di rivelarsi un boomerang. Perché i contratti a termine, tra tempo determinato, collaboratori, interinali, quelli con partita Iva e gli occasionali sono circa 3,4 milioni. E negli ultimi anni quasi tutti venivano rinnovata automaticamente dalla medesima azienda. Ora, con la recessione, è molto probabile che i rinnovi calino e sia più lungo il periodo di disoccupazione per i lavoratori. Secondo Paolo Flammoni della Cgil sono 500 mila tutti i lavoratori atipici, a termine e parasubordinati Precari e lavoratori invisibili, i senza ombrello della crisi, che rischiano di uscire dal mercato del lavoro nei primi mesi del 2009, il 10-15% degli 800 mila collaboratori mono-rapporto (quelli con un unico committente) resterà disoccupato. Secondo stime più “ottimiste” a dicembre i contratti a rischio erano 300 mila: 10 mila apprendisti, 193 mila dipendenti a tempo determinato, 16 mila somministrati, 64 mila collaboratori coordinati e a progetto e 35 mila di “non specificati”. Tantissimi. E molti di loro affronteranno i tempi difficili che si annunciano all’orizzonte senza alcuna rete di protezione sociale, perché le regole di accesso penalizzano le carriere discontinue e i salari bassi.  E  la CGIA di Mestre stima ad oltre 7 milioni di dipendenti, che nel caso la propria azienda si trovi in difficoltà non hanno garanzie e protezione sociale. Milioni di persone, in pratica una su due nel settore privato, sotto la pioggia e senza ombrello.

COSA FA SACCONI – In questo scenario, il ministro Sacconi pensa che bastino solo provvedimenti di spesa tempestivi, mirati e provvisori. Secondo lui, non è la stagione per le riforme strutturali degli ammortizzatori, o per mettere in discussione, come pure meriterebbe, il sistema delle tutele. Per il ministro basta rafforzare la cassa integrazione (ordinaria, speciale e a rotazione), estendendola ad una platea più ampia di lavoratori, finanziare l’indennità di disoccupazione coprendo anche le piccole attività di subfornitura e dei servizi. Le risorse si troverebbero con il ricorso al FSE, il Fondo Sociale Europeo, negoziando con Bruxelles una maggiore flessibilità nel suo utilizzo, usando anche il Fondo di formazione continua e i Fondi interprofessionali, con una collaborazione fra Stato e Regioni (che hanno competenza sulla formazione e sulla gestione del FSE). Per il contenimento della disoccupazione di ritorno, soprattutto tra i lavoratori atipici, il ministro pensa solo a incentivare l’utilizzo di forme di contrattuali poco utilizzate come l’apprendistato. Rientra in questo quadro anche l’idea della settimana corta, probabilmente collegata a una nuova cassa integrazione slegata dal tetto settimanale.