Per i più l’equazione sembra semplice: da un lato i palestinesi emarginati e oppressi, dall’altro Israele con la potenza delle sue armi tecnologiche. Le cose, ancora una volta, sono più complicate.
Su uno dei tanti blog della rete, un commentatore scrive: “Premesso che Israele ha un potenziale militare enorme e la determinazione di usarlo, e che i palestinesi sono in schiacciante posizione di inferiorità e imbottigliati in un fazzoletto di terra dal quale non possono nemmeno fuggire… qual’è la logica di stuzzicare un vicino così forte e spietato lanciando razzi che non servono a null’altro se non a scatenare una sanguinosa rappresaglia?” L’osservazione non fa una grinza e se è vero che a lanciare razzi non sono le famiglie palestinesi ma i guerriglieri di Hamas, è altrettanto vero che i palestinesi hanno dato fiducia ad Hamas permettendogli di vincere le elezioni generali del 2006. L’effetto finale della strategia di Hamas sembra solo quello di peggiorare la situazione palestinese, aumentare a dismisura il bilancio delle vittime, allontanare ogni prospettiva di pace. Per capirci qualcosa, è bene mettere a fuoco un po’ di dati e fatti spesso ignorati.
L’AUTORITA’ NAZIONALE PALESTINESE - Il pieno riconoscimento internazionale di un’autorità palestinese va fatto risalire al 1988, quando l’OLP di Yasser Arafat proclamò l’indipendenza dello Stato Palestinese. Un vero stato sovrano non esisteva, ma la rinunc
ia formale di Arafat al terrorismo unita al riconoscimento implicito dei confini di Israele precedenti la guerra del 1967, valsero alla Palestina un posto di osservatore permanente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (privilegio già riconosciuto all’OLP). Il riconoscimento espresso dello Stato di Israele da parte dell’OLP nel 1993 e gli accordi di Oslo dello stesso anno portarono alla costituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, con il compito di amministrare i territori che Israele si impegnava a restituire progressivamente. Il processo, una volta completato con ulteriori intese e accordi, avrebbe dovuto portare alla nascita di uno Stato Palestinese, costituito dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania (West Bank) con capitale a Gerusalemme Est. Prima dell’intervento militare di dicembre 2008, Israele aveva trasferito al controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese l’intera Striscia di Gaza e un quinto della Cisgiordania. I confini tra Israele e la Striscia di Gaza da un lato, e Israele e la Cisgiordania dall’altro, sono protetti da vere e proprie barriere anti-intrusione: recinzioni, palizzate, fossati e i famigerati muri. Nel 2006, in seguito ai risultati elettorali e a una serie di scontri fra miliziani di opposte fazioni, Hamas assumeva il controllo effettivo della Striscia di Gaza, a spese della fazione moderata Fatah. In realtà Hamas, che si era presentata alle elezioni con il simbolo Change And Reform (Cambiamento e Riforme) ha vinto con un margine ristretto: circa 440.000 voti contro i 410.000 di Fatah, a fronte di un totale di un milione di votanti. Il sistema elettorale ha però garantito ad Hamas un numero di seggi di gran lunga superiore. Formalmente la presidenza dell’Autorità Nazionale palestinese è in capo a Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen, del partito Fatah) mentre il governo è affidato a una coalizione di unità nazionale ed è presieduto dal Primo Ministro Salam Fayyad del partito Third Way, ma il controllo effettivo del territorio, come abbiamo detto, è di Hamas.
LA WEST BANK E LE ALTURE DEL GOLAN – Gli accordi di Oslo stabilirono che il territorio della West Bank (Cisgiordania) fosse diviso in una
serie di zone sottoposte a differenti livelli di amministrazione e controllo. Le zone denominate Area A sono sotto il pieno controllo dell’autorità palestinese. Le zone denominate Area B sono condivise: l’amministrazione spetta all’autorità palestinese mentre il controllo militare e di sicurezza resta nelle mani israeliane; le zone denominate Area C sono sotto il pieno e totale controllo israeliano. Gli oltre due milioni di palestinesi che vi abitano, tranne poche decine di migliaia di persone, vivono tutti nelle aree A e B, ma l’Area C è quella con la maggiore estensione: quasi il 60 % del territorio, occupato da circa 250.000 coloni israeliani. La sproporzione è chiaramente enorme e ad essa si aggiunge la circostanza che gli israeliani hanno costruito la barriera confinaria inglobando territorio che spetta ai palestinesi e senza tener conto della presenza di villaggi e abitazioni che sono rimasti isolati o sono stati demoliti dalle ruspe perché si trovavano lungo la linea di barriera unilateralmente decisa da Israele. Il mancato trasferimento dell’intera Cisgiordania all’autorità palestinese e la posizione della barriera costituiscono i due principali (dal punto di vista territoriale) motivi di d
isputa tra palestinesi e israeliani, che interpretano ciascuno a proprio favore norme, accordi e risoluzioni internazionali. Il problema più grosso è rappresentato proprio dagli insediamenti coloniali: i palestinesi, gran parte della comunità internazionale e le risoluzioni dell’ONU sostengono che tali insediamenti sono illegali e devono essere rimossi, mentre Israele vuole che restino dove sono. Nel mezzo c’è una serie di possibili soluzioni sulle quali però non c’è il necessario accordo tra le parti. Il problema si estende alla città di Gerusalemme, situata proprio al confine tra Israele e la Cisgiordania. Dovrebbe essere divisa in due aree: quella Ovest sotto il controllo israeliano e quella Est sotto il controllo palestinese. Anche in questo caso non si è raggiunto nessun accordo. Ulteriore disputa, questa volta tra Israele e Siria, interessa le Alture del Golan, un territorio montuoso al confine tra i due paesi, occupato dalle truppe israeliane nel corso della guerra del 1967. Le alture hanno un interesse prevalentemente strategico, perché da esse è possibile colpire il territorio israeliano in profondità con le artiglierie, come accadde nel 1967. La questione appare però di più facile soluzione, in quanto Israele è oggi disponibile a trattare la restituzione delle alture alla Siria, purché siano offerte garanzie concrete per evitare attacchi al proprio territorio.
CHI AIUTA I PALESTINESI? – L’Autorità Nazionale Palestinese ha un budget fallimentare: il prodotto interno è risibile, e la principale fonte di sostentamento è il lavoro “pubblico“. Circa un milione di palestinesi vive con lo stipendio di oltre 160.000 dipendenti dei servizi pubblici, a Gaza e in Cisgiordania. Gli aiuti esterni sono quindi l’unica concreta possibilità di sopravvivenza per i palestinesi e per l’Autorità Palestinese. Ci si
aspetta che i paesi arabi, specialmente quelli più ricchi, quelli che navigano nel petrolio e ostentano sontuosi palazzi regali e imbarcazioni da diporto grandi quanto un centro commerciale, siano in prima fila nell’aiutare il popolo palestinese. Non è così. In tanti rimarranno sorpresi nell’apprendere che la singola nazione che versa più aiuti all’Autorità Palestinese è… gli Stati Uniti. Oltre mezzo miliardo di dollari l’anno (circa 420 milioni di euro) è il contributo economico degli odiati americani all’Autorità Palestinese. L’Unione Europea, nel suo complesso, fa anche meglio: oltre mezzo miliardo di Euro all’anno. Alla fine del 2007, ben 87 nazioni si erano impegnate a finanziare un programma di aiuti del valore di 7 miliardi e mezzo di dollari ai palestinesi, da distribuire tra il 2008 e il 2010. Nell’occasione è emerso che gli Stati Uniti avrebbero versato 555 milioni di dollari nel 2008, l’Unione Europea altri 650 nello stesso anno. L’Arabia Saudita 500 milioni… ma spalmati su tre anni. Altri paesi arabi sono soliti promettere soldi ma non inviarli: tra questi l’Egitto. Anche nei confronti dei rifugiati palestinesi, assistiti dal programma UNRWA, gli Stati Uniti sono il paese che più contribuisce, con oltre 184 milioni di dollari stanziati nel 2008. Se esaminiamo i dati del 2007 è curioso notare che ai 90 milioni di dollari americani e ai 66 milioni di euro della Comunità Europea si contrappongono il milione di dollari offerti dagli Emirati Arabi Uniti, 50.000 dollari dal Bahrain, 25.000 dollari dall’Oman e appena 10.000 dollari dall’Egitto! Insomma, sarà anche vero che gli Stati Uniti sono il principale alleato di Israele… ma conti alla mano sono anche quelli che più aiutano i palestinesi. C’è qualcosa che non torna nel fatto che il terrorismo palestinese lancia razzi contro Israele ben sapendo che ne ricaverà solo una rappresaglia devastante e ha fra i suoi principali obiettivi gli Stati Uniti che rappresentano il maggior fornitore di aiuti economici e umanitari. C’è una qualche logica in tutto questo, oltre quella di alimentare l’odio e contrastare tutto ciò che può aiutare un popolo a trovare la via della dignità e della pace? Quale che sia la risposta, una cosa è evidente: la questione di chi siano gli amici dei palestinesi e chi i nemici, è molto meno semplice di quanto appaia.
























per fare copia-incolla a chi va chiesto il permesso, all’autore o alla redazione?
A te (sul tuo blog) basta citare la fonte con link attivo e cliccabile.
se si tratta di usaid sono guai seri. E’ l’agenzia di facciata della Cia,(http://www.rebelion.org/noticias/2006/4/29273.pdf) e non è un caso che la stampa non prend posizioni serie.
Guardare questo link (in spagnolo)con articolo del 17.10.2008
http://www.kaosenlared.net/noticia/como-ee.uu-financia-organos-prensa-todo-mundo-para-comprar-influencia-
e anche qui (sempre in spagnolo)
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=29235
Usaid su afganistan http://www.rebelion.org/noticia.php?id=57020
Obiettivi di Israele a gaza: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=78764
Sì Marilisa, quello è scontato: e’ sempre tutta colpa della CIA. Qualunque cosa. Noi non lo precisiamo più negli articoli proprio perché è una cosa che ormai sanno tutti. La CIA è ovunque, è chiunque… la CIA… c’è!
Trovo questo articolo alquanto lacunoso ( anche se non vergognoso come troppi su Giornalettismo dedicati a Gaza)
Per esempio:
” Il problema si estende alla città di Gerusalemme, situata proprio al confine tra Israele e la Cisgiordania. Dovrebbe essere divisa in due aree: quella Ovest sotto il controllo israeliano e quella Est sotto il controllo palestinese. ”
In realtà, se si vanno a leggere i resoconti dei vertici, si può notare che Israele intende rimanere su TUTTA Gerusalemme, lasciando ai palestinesi una zona fuori Gerusalemme, ma impropriamente chiamata Gerusalemme est.
Inoltre, dire: gli Stati Uniti finanziano in gran parte i palestinesi, POTREBBE non voler dire niente. Bisogna vedere dove sono andati i finanziamenti. La stessa Hamas è nata come ” ala militare” della Islamic Association, organizzazione finanaziata all’inizio da Israele. Per cui, abbiamo questo paradosso, che dovremmo stupirci perchè dovremmo scoprire che gli ” odiati ” israeliani hanno dato un sacco di soldi ai palestinesi, mentre contemporaneamente dovremmo scandalizzarci per Hamas, che è nata anche grazie a Israele.
Sempre della serie ” bisognerebbe capire dove sono finiti i soldi”, ci sarebbe anche l’esempio di Bush e i suoi finanziamenti per l’Africa. Gli usa hanno mandato un bel po’ di soldi in Africa drante la sua presidenza, ma gran parte erano soldi destinati a promuovere il programma Abstinence Only. Si può condividere o no questo programma, però non si può tacere che trattasi di soldi che pià che curare l’AIDS ( o non solo ) , avevano il fine di promuovere una certa politica.
MJ, a chi sono stati inviati i soldi americani c’è scritto sui link segnalati ed esistono i rapporti USAID da un lato, Autorità Palestinese e UNRWA dall’altro.
Questi sono i fatti di cui si parla e le altre vicende che citi (che peraltro hanno storia ben diversa da come la presenti) sono fuori tema.
Su Gerusalemme io ho scritto letteralmente quello che “dovrebbe essere”, non quello che vogliono gli israeliani.
Trovo questo articolo alquanto lacunoso
Io rispetto lo spazio editoriale, nei limiti del numero di battute a disposizione. Gli articoli offrono spunti, non sono voci enciclopediche.
John, tu hai scritto
” Dovrebbe essere divisa in due aree: quella Ovest sotto il controllo israeliano e quella Est sotto il controllo palestinese. Anche in questo caso non si è raggiunto nessun accordo.”
Mi sembrava giusto aggiungere i motivi per cui non si è raggiunto l’accordo. Per completezza di informazione. Soprattuto perchè riguardo alle altre zone hai scritto invece qualcosina in più. Tu puoi anche ritenere che non sia un’aggiunta significativa per il pezzo, io dovrei essere libera di poter criticare un pezzo che omette questa informazione. E non sto dicendo che l’hai omessa intenzionalmente. Dovrebbe essere importante fare questa distinzione soprattutto se si scrive di ” Gerusalemme ” divisa” in due”.
Per il resto, mi piacerebbe sapere quali sarebbero le cose che ” avrebbero storia ben diversa da come la racconto io”, ma mi rendo conto che non è questa l’occasione, per cui, ok,alla prossima, per essere più precisi.