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Barack Obama e il trattato TTIP di cui l’Europa non parla

Il tour di Obama nei vari paesi europei, oggi era a Roma, viene visto come la risposta USA alla rinascita della tensione con la Russia per la questione Ucraina. Un normale “rinsaldare” le “amicizie” per poi affrontare Putin, sapendo di poter contare sugli alleati europei per il piano di sanzioni. Ma c’è anche un’altra idea dietro: fare pressioni per approvare il TTIP.

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TTIP: DI CHE SI TRATTA – Cosa è il TTIP? Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (abbreviato appunto in TTIP) è un trattato di libero scambio di beni, capitali e servizi fra gli USA e l’Unione Europea di cui si parla oramai da 20 anni ma che negli ultimi due ha avuto una notevole accelerazione.
Esso prevede come punti principali l’abbattimento delle barriere doganali, particolarmente pesanti specie sui prodotto agricoli ed alimentari, la riduzione progressiva fino all’eliminazione delle altre barriere commerciali, in particolare regolamenti e norme che differiscono fra i due sistemi economici e, per finire, la creazione di una struttura giuridica basata sull’arbitrato privato al quale possono rivolgersi le imprese quando ritengono che una particolare norma di uno Stato possa essere un impedimento alla libera circolazione di beni, capitali o servizi. Come potete ben capire si tratterebbe di un cambiamento epocale e, come tutti i cambiamenti, anche molto controverso in alcune delle sue parti.

PUNTI CRITICI DEL TTIP – Per il primo punto, quello relativo alle barriere doganali, non vi sono in realtà grandissimi problemi. La maggior parte dei dazi sono stati già ridotti da anni dai vari accordi fatti attraverso i negoziati presso il WTO, ma sulle norme permangono ancora notevoli differenze fra il sistema USA e quelle UE, per non parlare poi di alcune particolarità di cui i singoli Stati sono notevolmente gelosi (e spesso a ragione e vedremo perché). Per l’agricoltura, ad esempio, la UE è estremamente rigorosa, a ragione o a torto, sulla normativa riguardante gli OGM, mentre invece, vi sembrerà strano lo so per voi cresciuti col mito di Gordon Gekko, il sistema finanziario USA è molto più regolato di quello UE (coi bei risultati che vediamo infatti). E qui nascono i primi problemi, Obama stesso ha affermato che non sarebbe favorevole ad una deregolamentazione delle banche USA al livello di quello europee, d’altra parte anche l’Europa ha parecchie remore sull’abbandonare alcune politiche, non solo di protezione, ma anche legate alla valorizzazione dei suoi prodotti. Per esempio tutta la normativa sui marchi DOP, DOC, eccetera di cui noi italiani siamo (e anche giustamente) estremamente gelosi potrebbe essere messa in discussione, giusto appena dopo essere a grande fatica riusciti a difenderla un minimo in sede europea. Avere al supermercato un parmigiano californiano, semplicemente perché è un formaggio duro, credo che non farebbe piacere né a tanti nostri produttori e neppure probabilmente ai nostri consumatori. Sintetizzando, le materie sono parecchio delicate e basterebbe una fatale noncuranza o una pericolosa sottovalutazione per creare effetti altamente indesiderabili e dannosi per la nostra economia.

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TTIP E UNIONE  – A questi timori si aggiungono quelli relativi al meccanismo di risoluzione delle dispute: un arbitrato privato che scavalcasse la normativa nazionale e pure quella europea sarebbe una cessione di sovranità talmente esorbitante da mettere in discussione l’utilità stessa a quel punto del concetto di nazione. Preoccupante al riguardo che a deliberare sul trattato per la UE sembri essere delegato il Parlamento Europeo e non quelli nazionali e sulla questione è facile immaginare le polemiche che potrebbero nascere da una simile decisione, con i relativi ricorsi alle Corti Costituzionali dei vari Stati. Inoltre un meccanismo sì fatto amplificherebbe a dismisura le disparità che già oggi esistono per le piccole imprese, che difficilmente potrebbero sostenere il costo di una simile disputa, rispetto alle multinazionali dei vari settori, che avrebbero i mezzi per permettersi i migliori studi legali del globo terracqueo. Del resto la legislazione, secondo i principi liberali con cui sono state elaborate le costituzioni occidentali, serve per assicurare un “level playing field”, cioè la parità di regole e di condizioni, per tutti i partecipanti. Se questo principio è già messo pesantemente in discussione tramite l’attività di lobbying, pensate solo a quella in sede UE, figuriamoci con un sistema basato sull’arbitrato privato.
I vantaggi economici prospettati sono notevoli, milioni di nuovi posti di lavoro, incrementi di PIL fra i 68 ed i 199 miliardi di euro per la UE e fra i 50 ed i 95 per gli USA al 2027, ma anche qui le voci critiche non mancano, soprattutto quelle che fanno notare che, essendo comunque già piuttosto basse le barriere commerciali, i vantaggi economici sarebbero minimi mentre in realtà il vero obiettivo sarebbe quello di abbassare le regolamentazioni in una ottica eccessivamente liberista. C’è anche qualche voce, magari un po’ complottista ma non ingenua, che dice che il TTIP, assieme al gemello TTP proposto ai paesi asiatici, farebbe parte di una strategia degli USA per isolare commercialmente la Cina, obbligandola a sottostare ad un insieme di regole e norme stringenti.
Come che sia, le recenti cause di una multinazionale energetica contro il Quebec per le sue regole sul fracking, o quella della Philip Morris contro l’Australia per la norma sulle sigarette senza marca, hanno fatto salire lo scetticismo sia da parte francese che tedesca, con il commissario UE al commercio, il belga Karel De Gucht, invece estremamente convinto che si debba proseguire su questa strada.
Quello che manca, come al solito, è una voce italiana, sia della politica che dell’informazione, ma del resto noi siamo solo la terza economia europea. Che ce ne può importare?