Tremonti ha previsto di ridurre il rapporto deficit/Pil al 92% circa in 5 anni. Gli altri Paesi ce l’han fatta, e subito. Gli italiani son 15 anni ormai che aspettano una svolta. E, guardando agli altri paesi, vince chi cresce
UN MACIGNO – In termini di finanza pubblica il principale bersaglio da colpire per la politica economica italiana è sempre lo stesso: portare il debito pubblico italiano al di sotto della fatidica soglia del 60% del prodotto interno lordo impostaci dal Trattato di Maastricht. Il debito pubblico oltre il 100% del Pil è il più grande macigno che grava sulle spalle dei contribuenti italiani, un mostro che ci costa circa 70 miliardi di euro solo per gli interessi, tra i paesi industrializzati secondo solo a quello del Giappone. Negli ultimi decenni
puntualmente ogni governo italiano prevede di portarlo entro tre anni sotto il muro del 100% del prodotto interno lordo. Nel 2000 Vincenzo Visco e Ottaviano Del Turco, nelle vesti rispettivamente di Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica e di Ministro delle Finanze, avevano previsto che sarebbe sceso sotto quella soglia nel 2003, l’anno dopo Giulio Tremonti aveva rinviato al 2004 l’appuntamento. A fine legislatura, nel 2005 il sostituto di Tremonti, Domenico Siniscalco, lo aveva addirittura rinviato al 2010 (prevedendo una discesa del debito al 100,9% del Pil nel 2009). Tommaso Padoa Schioppa, cogliendo i frutti degli extragettiti fiscali dovuti alla lotta all’evasione fiscale e avvantaggiato dalla leggera ripresa economica era riuscito a riportare i conti pubblici sul binario giusto, mettendo nel 2007 nero su bianco previsioni addirittura migliori di quelle di dodici mesi prima, il muro del 100% abbattuto non più nel 2011, ma nel 2010. La nota di aggiornamento al Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2009-2013, pubblicata a fine settembre scorso, invece, rinvia di nuovo la questione.




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