Giornalismo, criteri di notiziabilità, concorrenza: è fantastico ammirare la grande differenza con cui Corriere e Repubblica affrontano le notizie del giorno sul caso Telecom, la richiesta di rinvio a giudizio per Giuliano Tavaroli. Via Solferino presenta, sotto un titolo roboante e una firma di primo livello come Luigi Ferrarella, un articolo che però chiama in causa sia dal primo paragrafo l’azionista di Rcs Marco Tronchetti Provera, per spiegare che c’è stato
un solo testimone disposto a giurare che i vertici Telecom sapessero di quanto accadeva in azienda. Troppo poco per rinviare a giudizio, dice l’articolista, che comunque ha il merito di segnalare tutto. E poi, di ricordare i 34 milioni di euro spesi usciti dalle casse della società per finanziare le attività di spionaggio. Tanto, per passare inosservato: Ferrarella non lo dice, ma si capisce. Massimo Mucchetti, vicedirettore ad personam del Corriere spiato da Tavaroli e company, non ha scritto nemmeno oggi su quanto accaduto. Strano. Su Repubblica, invece, si picchia ancora duro: “Tronchetti mi ordinò un dossier sui soldi ai DS“. L’articolo è pesantissimo, racconta le trame e le controtrame di gruppi di potere e azioni di lobbying pesanti. Si conclude significativamente così: “Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell’area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l’idea che la si stia sfidando. Genio dell’opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un’ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere“.
A questo punto, rimane da chiedere: ma perché Tavaroli queste cose non le ha dette ai magistrati? Visto che sembra spiegare che i vertici aziendali sapessero tutto di quello che accadeva nel settore security ai giornalisti, perché non ha fatto la stessa cosa con i magistrati? La domanda gliela fa Paolo Colonnello su La Stampa: “«Ognuno scelga quello che vuole. Di certo non ho intenzione di accettare il ruolo di capro espiatorio», risponde al telefono l’ex capo della Security. «Posso dire soltanto che qualcuno sembra essersi dimenticato che nel nostro Paese la prova si forma in tribunale e non soltanto nelle carte delle indagini. Altrimenti non vale niente. Così quando andremo a processo riparleremo di tante cose. Inoltre ci si dimentica che un imputato ha anche il diritto di mentire al pm…»“. Quindi, Tavaroli fa sapere che lui è pronto a cambiare versione, al processo: un segnale chiaro all’interno di tanta oscurità: se sarà abbandonato, se non gli daranno quello che ha chiesto, chiamerà in causa Tronchetti e Buora, che oggi l’hanno scampata. Evidentemente, è accaduto qualcosa che non doveva accadere, nei piani processuali: da qui il cambio di tattica nella strategia difensiva. Tutto sta, adesso, a vedere se Tavaroli arriverà davvero al processo, e in quali condizioni.
Ricordate la famosa “cordata” che qualche tempo fa voleva acquistare la Lazio, quella che vedeva come portavoce Giorgio Chinaglia ed era entusiasticamente sostenuta dagli Irriducibili, il cui leader quasi un anno fa è stato gambizzato? Bei tempi, nevvero? Beh, le indagini sono giunte alla conclusione, e hanno tirato fuori dal cilindro chi c’era dietro: “Il clan camorristico dei Casalesi voleva comprare la Lazio attraverso un giro di denaro che coinvolgerebbe, oltre all’Italia, l’Ungheria e la Svizzera. La procura di Roma ha emesso dieci provvediementi di custodia cautelare che la Guardia di Finanza sta eseguendo in queste ore, anche se tre riguardano cittadini residenti all’estero: uno e’ per Giorgio Chinaglia, ex attaccante dei biancocelesti che gia’ due anni fa sfuggi’ all’arresto perche’ residente negli Stati Uniti“.
“Ultim’ora: Recitando un verso dell’inno di Mameli, Bossi mostra il dito medio. “Ormai avevo perso le speranze”, rivela commosso il suo fisioterapista.”, ci fa sapere Spinoza . Son cose belle.
(Vignetta di Boscartoon.com)
























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