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«La Trattativa Stato-mafia era necessaria»

C’è chi, come la procura di Palermo, tenta di ricostruire la verità su quel patto segreto tra Cosa Nostra e pezzi deviati delle istituzioni, a cavallo tra la stagione stragista del ’92-’93. Nelle vesti dell’accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia, dopo essere riuscita a portare nella stessa aula boss, politici e vertici delle forze dell’ordine, nonostante vent’anni di silenzio e depistaggi. Ci sono poi le «Scorte civiche», quei cittadini riuniti in presidio simbolico che continuano a manifestare la propria solidarietà nei confronti dei magistrati minacciati e al pm Nino Di Matteo, vittima dell’ordine di morte partito dal “Capo dei Capi”, Totò Riina, dal carcere di Opera. Ma c’è anche chi, al contrario, preferisce portare avanti il «processo al processo», insistendo nel delegittimare l’impianto accusatorio del pool palermitano. È il caso degli autori del saggio «La mafia non ha vinto», il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo: un testo che tenta di smontare il processo in corso, sostenendo come i comportamenti sotto accusa non costituiscano reato, che Cosa Nostra non sia stata salvata e che le tesi dei pm della procura palermitana non reggano.

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QUEGLI INTELLETTUALI CONTRO IL PROCESSO – Ma non solo. Nel saggio pubblicato dalla casa editrice Laterza si arriva fino a giustificare la trattativa stessa. Invocando un presunto «stato di necessità», in un periodo in cui l’Italia era sotto choc per lo stragismo, che renderebbe leciti «eventuali interventi o decisioni extralegem del potere esecutivo». Per Salvatore Lupo, fermo restando il bilanciamento costi-benefici, «la scelta politico-governativa di fare concessioni ai mafiosi in cambio della cessazione delle stragi risulterebbe legittima, perché legittimata, appunto, dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini». In pratica, una trattativa “a fin di bene”, per “tutelare” gli italiani. E non quei politici democristiani (e non solo) finiti, insieme a Salvo Lima, nella blacklist mafiosa, che Cosa Nostra accusava di aver tradito promesse e attese in seguito alla conferma delle pesanti condanne del maxiprocesso: da Calogero Mannino a Claudio Martelli, fino ai figli di Andreotti, secondo il racconto del pentito Gioacchino La Barbera (lo stesso che ha svelato anche come il tritolo fosse pronto anche per l’attuale presidente del Senato Pietro Grasso, allora procuratore, ndr). Non si capisce però in che modo la trattativa avrebbe dovuto tutelare i cittadini, dato che oltre alle stragi di Capaci e Via d’Amelio che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seguirono nel ’93 altre bombe, tra gli attentati di via Fauro a Roma, via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e le auto-bombe di fronte alle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano nella Capitale. In totale, 15 morti e decine di feriti. Ma non è l’unica tesi controversa del saggio – definita dalla Laterza «sorprendente, uno sguardo nuovo su un processo ricco di ambiguità, coni d’ombra e nodi tecnici da sciogliere» – capace di scatenare reazioni indignate soprattutto tra i parenti delle vittime, che l’hanno interpretata come un nuovo attacco al pool di Palermo. Una teoria poi bollata e attaccata con l’epiteto di «grande monnezza» dal vicedirettore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, già in passato scontratosi con il giurista Fiandaca (che sul Foglio aveva etichettato come una “boiata pazzesca” il processo sulla trattativa). Nonostante le polemiche partite dopo le anticipazioni del saggio pubblicate dal Corriere della Sera, la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi ha pensato di invitare il co-autore Fiandaca a presentare le sue teorie di fronte ai parlamentari,  scatenando le proteste in rete di diverse associazioni antimafia, che hanno spiegato di ritenere «inopportuno il suo intervento, mentre è in corso il processo che proprio quella trattativa ha per oggetto» nell’aula bunker dell’Uccciardone a Palermo.

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Giovanni Fiandaca, uno degli autori del saggio “La mafia non ha vinto”

STATO MAFIA: LA TRATTATIVA DA PRESUNTA A LEGITTIMA – Non è la prima volta che Fiandaca accusa il pool palermitano e critica il processo sulla trattativa. Eppure, se prima questa veniva spacciata per “presunta”, nonostante sentenze giudiziarie (come quella che ha condannato all’ergastolo il boss di Brancaccio Francesco Tagliavia per la strage di via dei Georgofili a Firenze, dove si spiega che «indubbiamente ci fu e venne quantomeno inizialmente impostata su un do ut des», oltre che «assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia», ndr), le dichiarazioni a verbale di Mori e De Donno, testimonianze di pentiti che la confermano, nel saggio c’è un cambio di prospettiva, seppur tra perifrasi e perplessità. La trattativa viene ammessa nel volume («Qualcuno può avere avviato, più o meno autonomamente, trattative con la leadership dell’organizzazione mafiosa, o con qualche sua fazione, o qualche suo satellite…»), ma si azzarda la teoria secondo cui la decisione di venire a patti con i mafiosi in cambio della cessazione delle stragi risulterebbe legittima, perché legittimata «dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini». Fiandaca invoca uno «stato di necessità» , allontanando i paragoni con la «categoria obsoleta della ragion di Stato» (dato che, secondo lui, «eventuali deroghe alla legalità formale, decise e a livello governativo, avrebbero come motivazione […] il perseguimento di un fine salvifico, il contrasto al pericolo incombente di danni gravi alle persone in carne e ossa») e spiegando come, con lo Stato sotto scacco, «l’iniziativa di Mori e De Donno di contattare Ciancimino poteva essere anche a posteriori considerata come «meritoria e coraggiosa». Oltre che «nemmeno biasimevole o illecita, neppure se – come sostiene l’accusa – fosse stata sollecitata da Mannino». Anche perché, a suo dire, risulta «non incompatibile con il complessivo quadro giuridico» e giustificabile, «in particolare per un organismo come il Ros, qualche forma di attività investigativa borderline o non completamente in linea con regole procedurali formalisticamente interpretate». In pratica, tutto viene minimizzato e legittimato. Con buona pace delle vittime della stagione stragista, continuata anche nel 1993, come già ricordato.  «Mi pare che accettare l’idea dell’opportunità di un tentativo di dialogo con l’organizzazione mafiosa possa aprire a scenari incerti e indefiniti, in cui si rischia di accettare che la mafia diventi una controparte, o addirittura un interlocutore», ha replicato il pm Di Matteo. Mentre, di fronte alle giustificazioni di Lupo e Fiandaca, è stata Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’”Associazione familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili” a spiegare: «Dire questo è un fatto gravissimo, dovrebbe generare la rabbia di tutti i familiari che hanno perso qualcuno in quelle stragi. C’è la volontà di dare un’immagine pulita di quella parte di storia che noi non possiamo accettare, di far passare la trattativa e le stragi che ne sono conseguite come un bene. Non senza aggiungere come «non solo di trattativa, ma anche di concorso in strage si è macchiato lo Stato».

LUPO E FIANDACA CONTRO IL PROCESSO SULLA TRATTATIVA – Nel saggio i due docenti dell’Ateneo palermitano bocciano in generale il processo sulla trattativa – che vede coinvolti capimafia come Riina e Bagarella, pentiti come Brusca, ex carabinieri come i generali Mori e Subranni ed il colonnello De Donno, ex esponenti politici come Mannino e Dell’Utri, oltre al figlio di Don Vito, Massimo Ciancimino (c’è anche l’ex ministro Mancino, imputato di falsa testimonianza ai pm) – , considerandola come un errore giuridico. Un processo che non andava realizzato. Fiandaca accusa gli inquirenti palermitani di un «pregiudiziale atteggiamento criminalizzatore», motivato da «una sorta di avversione morale nei confronti di ogni ipotesi di calcolo costi/benefici» e verso «ipotesi trattattivistiche». E attacca un impianto accusatorio che, a suo dire, trasformerebbe «negoziatori istituzionali operanti a fin di bene in una banda di delinquenti in combutta con la mafia». Ma non solo. Fiandaca cerca anche di smontare l’impianto giudiziario sul quale si basa il processo, ribandendo come il reato di trattativa non esista. Una cosa chiara in realtà anche ai pm di Palermo, dato che l’accusa che pesa sulla maggior parte degli imputati è di «minaccia a corpo politico dello Stato (art. 338 Codice penale)», punito con la reclusione da uno a sette anni. Ma per Fiandaca il capo d’imputazione scelto – sbagliato secondo il giurista perché, essendo il governo un organo costituzionale, i pm di Palermo avrebbero dovuto scegliere l’art.289 – sarebbe soltanto un «espediente giuridico», con l’obiettivo di «colorare indirettamente di criminosità la stessa trattativa». Ma se un giudice terzo come il gup Piergiorgio Morosini ha deciso, su richiesta dei pm, di rinviare a giudizio gli indagati, significa che ha ritenuto gli elementi a carico degli imputati idonei a sostenere un’accusa in giudizio. Dovrà poi essere il processo stesso a cercare di dimostrare se la trattativa, certa e non presunta, implichi il reato di “violenza o minaccia a corpo dello Stato”, come ipotizzato dal pool di Palermo. Fiandaca e Lupo sostengono poi che la mancata proroga dei 334 decreti di «carcere duro», tra il ’93 e il ‘94 – che secondo i due docenti ha coinvolto soltanto detenuti «non di primaria grandezza» – , anche qualora fosse stata una concessione a Cosa nostra per evitare nuove stragi, andrebbe interpretata come un atto «di discrezionalità politica» dell’allora Guardasigilli Conso. «Insindacabile» dal punto di vista penale, in ogni caso: sia se la scelta fosse stata fatta in autonomia, come si è sempre difeso l’ex ministro della Giustizia, sia se seguito a determinati suggerimenti, come sostiene l’accusa. Secondo il professor Lupo, Conso aveva il diritto di poter concedere quelle «aperture», senza venire meno ai propri doveri:  «Agì comunque nell’ambito delle sue competenze». Ma Conso è indagato per falsa testimonianza dai pm (il codice penale prevede che per questo tipo di reato la posizione resti sospesa, in attesa della definizione del procedimento principale, ndr), non certo per l’inesistente reato di trattativa o per le sue scelte politiche. Allo stesso modo è stato l’ex procuratore aggiunto e titolare dell’inchiesta, Antonio Ingroia, sul reato contestato, a precisare, intervistato da Antimafia 2000, come il processo preveda tra gli imputati sia i mafiosi che hanno minacciato lo Stato per ottenere dei benefici che i pezzi dello Stato che hanno favorito Cosa Nostra nel portare a destinazione la minaccia e a beneficiarne dei risultati. Con tanto di paragone:

«Nessuno è imputato in questo processo per il solo fatto di avere trattato con la mafia. [..] C’è una giurisprudenza di Cassazione, ormai consolidata, che sancisce che alla pari dell’estortore nei confronti del commerciante risponde dello stesso reato il concorrente in estorsione e cioè colui che svolge il ruolo di intermediario tra l’estortore e l’estorto. Nella misura in cui l’intermediario aiuta l’estortore a portare a compimento l’estorsione nei confronti del commerciante. Il commerciante – che è la vittima dell’estorsione – ha l’obbligo di dire la verità, e se non dice la verità viene incriminato per falsa testimonianza. E’ esattamente quello che abbiamo applicato nel processo in questione. Anche in questo caso – con le dovute specifiche – abbiamo il mafioso “estortore” che ha messo in atto un’estorsione di tipo politico-criminale; l’imprenditore viene rappresentato dallo Stato e dal Governo, mentre gli intermediari sono quegli uomini politici e quelli degli apparati che hanno svolto un ruolo di intermediazione. Quindi gli intermediari, così come rispondono di concorso in estorsione, per principio di uguaglianza devono rispondere di concorso nel reato specifico di minaccia nei confronti dello Stato. Il destinatario finale della minaccia, rappresentante del Governo, ha l’obbligo di dire la verità, se non la dice viene imputato di falsa testimonianza come è il caso di Nicola Mancino e di Giovanni Conso. [..] Chi aiuta il minacciante risponde di concorso alle minacce. Di fatto, queste sono le imputazioni che riguardano i mafiosi del calibro di Riina, così come gli stessi Mori, De Donno, Subranni, Dell’Utri e Mannino»

LA MAFIA NON HA VINTO? – Ma non solo Lupo e Fiandaca considerano la trattativa come legittima. Secondo loro Cosa Nostra non avrebbe vinto e contestano i benefici che lo Stato «avrebbe effettivamente concesso a Cosa Nostra come risultato della presunta trattativa». Oltre alla questione della già citata mancata proroga sul 41bis da parte di Conso, per il giurista «non risultano altre forme di concessioni riconducibili a singoli ministri o al governo nel suo insieme». Tanto da azzardare: «La montagna avrebbe partorito un topolino?». Peccato che le “concessioni” negli anni invece ci siano state. Lo stesso regime carcerario 41 bis è stato di fatto svuotato negli anni. Ma non solo.  Il papello di Riina è stato esaudito anche in altri punti. Come sulla chiusura delle super-carceri di Pianosa e Asinara. E sulla riforma della legge sui pentiti, quella del 2001 Fassino-Napolitano, che di fatto ha reso sconveniente per un mafioso collaborare con la giustizia (ai tempi dell’approvazione non mancarono le critiche. Lo stesso Pietro Grasso spiegò come la nuova normativa fosse disincentivante:  «Con questa legge, se fossi un mafioso, non mi pentirei più», spiegò). Senza dimenticare i capitali mafiosi rientrati in modo “pulito” dall’estero grazie ai diversi scudi fiscali. Altro che «topolino». Se per Lupo, «la trattativa c’è stata, solo che purtroppo (per i boss, ndr ) qualcuno si è rimangiato la parola», in realtà i fatti dimostrano ben altro. Senza dimenticare quegli altri tentativi non andati in porto, come per la revisione delle sentenze passate in giudicato, che avrebbe permesso di rimettere in discussione le sentenze del maxi-processo. Non certo comunque indizi di una vittoria dello Stato.

nessuna trattativa stato-mafia

UN PROCESSO SOTTO ACCUSA – Ne è convinto anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo fatto saltare in aria il 19 luglio 1992 nella strage di Via D’Amelio, insieme agli uomini della scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi). Secondo la ricostruzione della procura di Palermo, proprio perché aveva scoperto e si era opposto a quell’accordo maledetto tra i vertici mafiosi e quello Stato che aveva abdicato al suo ruolo, venendo a patti. Una versione però smontata dai giudici palermitani che hanno assolto in primo grado i militari dell’Arma Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia, «perché il fatto non costituisce reato», sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano nell’ottobre 1995 a Palermo. Per il Tribunale di Palermo «resta senza riscontro l’eventualità che Paolo Borsellino abbia in qualche modo manifestato la sua opposizione ad una trattativa in corso fra esponenti delle Istituzioni statali e associati a Cosa Nostra”. Mancano le prove, secondo i giudici. Una sentenza che rischia di mettere un’ipoteca pesante anche sullo stesso processo in corso sulla trattativa, considerato come Mori, secondo i pm, non avrebbe arrestato il boss per onorare il patto siglato nel ’92 tra pezzi dello Stato e la mafia. Nelle motivazioni i giudici di Palermo ammisero gravi errori investigativi, attendismo e aspetti opachi, ma non configurano patti.

“Si deve rilevare che, benché non manchino aspetti che sono rimasti opachi, la compiuta disamina delle risultanze processuali non ha consentito di ritenere adeguatamente provato – aldilà di ogni ragionevole dubbio – che le scelte operative in questione, giuste o errate, siano state dettate dalla deliberata volontà degli imputati di salvaguardare la latitanza di Bernardo Provenzano o di ostacolarne la cattura. Ne consegue che i medesimi devono essere mandati assolti con la formula perché il fatto non costituisce reato, che sembra al Tribunale quella che più si adatti alla concreta fattispecie”, scrissero i giudici.

Di Matteo, invece, annunciò di voler fare ricorso: «Sono un magistrato e quindi rispetto la sentenza anche se non la condivido in nessuno dei suoi punti», spiegò. Di recente c’è stato anche uno scontro tra i pm di Palermo e la Direzione nazionale antimafia: il pool siciliano ha interpretato come un “intervento a gamba tesa” le perplessità segnalate dal consigliere Maurizio De Lucia nell’ultima relazione annuale sull’impostazione del processo. Soltanto l’intervento del capo Franco Roberti («Nessun intento critico. La Dna, senza volersi ingerire nelle scelte processuali, ha inteso soltanto evidenziare la complessità del processo») ha evitato che le polemiche degenerassino.