Per il Principe di Salina in Sicilia “fare” è peccato. Il Principe di Salina e il Gattopardo sono la rovina della Sicilia. A Settentrione,
il tanto che dicono del poco che sanno sulla Sicilia gira vota e furria ha a che fare col Gattopardo. Libro troppo fortunato. Ad ogni modo, andiamo avanti.
SEMPRE LE SOLITE COSE – I luoghi comuni sulla Sicilia si sprecano e certamente, tra i luoghi comuni, il più comune è quello di dipingere il Siciliano e i Siciliani indolenti e pigri. Indolenti e bizantini nel loro immobilismo. Nella inazione. Nella incapacità di prendere e rimboccarsi le maniche. Perché si sentono troppo nobili, troppo signori per le attività pratiche ed operose. Troppi salamalecche quindi, e tanta miseria ammantata da finto splendore. Eppure, tra i luoghi comuni, ci sono anche quelli propri. Ci sono posti che raccontano di storie diverse. Di uomini differenti. Né indolenti, né pigri. Uomini operosi, creativi, intraprenditori. Uomini che hanno lasciato un’impronta nella storia e non solo sulle poltrone dei circoli dove si ioca e carti. La storia che queste pagine raccontano è ambientata nella Sicilia cchiù dura ed aspra. Cchiù inospitale. Una Sicilia bianca, arsa dal sole. Che tracima l’odore forte ed opprimente delle zolfatare. Una terra che racchiude un sottosuolo di miniere, in cui si concentrano bollori, umori, vapori, forze ed energia. Straordinarie e maledette. Un immobilismo browniano frutto di un improbabile equilibrio subatomico e superomico. La stessa cosa vale per gli uomini che la abitano. Metafora perfetta. Già. Metà fora e metà intra.
BUSINESS & “BISINISS” – Questa è la storia di Calogero Montante. Di Serradifalco, vicino a Caltanissetta. Al vocabolario: Castello di donne. Donn
e dell’harem dei berberi. Che, qui, le civiltà non si sono mai scontrate. Succedute, quello sì. Come in un casino. La Sicilia na fimmina con le cosce aperte e le civiltà, in fila, alla porta, a sgrullarsi usi e costumi. Serradifalco è posto bello e bastasu. Altro che economia reale. Economia surreale forse. Che fiacca le schiene. Gli uomini, che alla sera escono dalle miniere, sono bianchi e spiritati. Sembrano risuscitati. Morti in vita. Altre cose non ce ne sono. Ed agli inizi del ’900 o vai a fare u paisà negli States, passando per Ellis Island, oppure ti devi affiliare. Ma il franchising a Caltanissetta prevede contratti capestro. E c’è chi, per fortuna, non li vuole onorare. L’onore… Uno di questi è Calogero Montante. Che è giovane, pieno di passioni. Focoso, intraprendente, voglioso di fare. E’ un bravo artigiano ed è figlio del suo tempo. Vive con entusiasmo l’avvento della tecnica, della meccanica e della tecnologia. Ai primi del novecento si inizia a volare. Sono gli anni del mito della velocità, della corsa su strada. In bicicletta o in automobile non fa alcuna differenza. M
iti ed eroi dello sport. Vitalistica espressione di fierezza. La capacità di superare altri uomini, di eccellere in una disciplina. Sono gli anni di Girardengo, di Binda. A Calogero Montante piace il ciclismo. E’ abile con le mani, e decide di costruirsi la sua prima bicicletta. Coraggio, passione e opportunità. Gli ingredienti del successo di Calogero Montante. Quella bici sarà solo la prima di una storia che è anche imprenditoriale. Quella delle biciclette Montante. La Bianchi sforna biciclette dal 1885. E’ la più importante casa produttrice di biciclette. In particolare, bici da corsa. Calogero, nel 1927 costituisce la sua fabbrica. A Serradifalco. Lontano dal triangolo produttivo del Nord. Tra le zolfatare, lungo le lande deserte e brulle che uniscono Catania a Palermo. Calogero è uomo di marketing. Legge il mercato e lo interpreta. Assecondando le sue passioni e le sue inclinazioni. Costituisce la squadra ciclistica Montante. Che porta in giro per le colline Siciliane le sue biciclette. Pubblicità e la comunicazione passano attraverso la sponsorizzazione. Il marketing sportivo moderno. Anche Beckam deve qualcosa a Calogero di Serradifalco. Indomito, ribelle. Mai amico degli amici, Calogero è sempre sui pedali. Scala le asperità della vita come quelle del business. Vita e business per Calogero sono una cosa sola. E’ a Milano a Torino. Chiude ordini, incassa fatture, cerca nuovi componenti per rendere più belle le sue biciclette. I manubri sono di ottone. Ricurvi a forma di corna. Forma tipica delle bici da corsa, e tipico simbolo della tenacia dell’uomo.
LA NORMALITA’ DELL’ECCELLENZA – Sulla sella Montante appoggeranno il proprio fondoschiena i poliziotti co’ giummo. L’Arma dei Carabinieri ordina infatti diversi quantitativi di biciclette alla Montante di Serradifalco. Bici per molti ma non per tutti.
All’epoca infatti uno stipendio di dirigente era di mille lire al mese ed una Montante poteva arrivare a costare, full optional, anche cinquecento lire. La storia di Calogero Montante, si dirà, non ha niente di eccezionale. Storie così in Italia ce ne sono ad ogni campanile. Ed è più semplice raccontare la Sicilia del Gattopardo perché Alain Delon è cchiù bello di Calogero Montante. Il punto è che Calogero Montante avrebbe potuto comportarsi come i suoi coetanei con le stesse possibilità. Vivacchiare sulle spalle altrui. Spremendo i mezzadri delle proprie terre. Facendo il signore. Assecondando la logica di quella borghesia latifondista siciliana che, diremmo oggi, aveva i capitali e le risorse economiche funzionali per costruire, agli inizi del secolo scorso, quella che sarebbe potuta essere la futura ossatura economica della Regione. Che avrebbe potuto traghettare, anche senza un ponte in acciaio e cemento, la Sicilia in Europa. Che avrebbe potuto giuntare la storia del nuovo secolo con la storia di quello precedente. Semplicemente con una voltura al contratto delle luci dello splendore. Quello che invece andò tramontando nei salotti dei palazzi in stile liberty dei Florio a Palermo. La Sicilia si è attardata troppo. Non è stata buona né come velocista, né come scalatrice. Nel gruppo, in fondo, a contendersi sempre la maglia nera. Le sue tappe viziate da tante, troppe forature. Che l’hanno costretta a soste. Che l’hanno insanguinata. Ha preferito sempre fidarsi delle ruote pneumatiche anziché delle più affidabili ruote piene. Ha preferito i calati alle cchianati. Gli uomini con la parlantina. Principi di Salina e tanti ominicchi vistuti da Viceré. Fidatevi di Sciascia: “Io credo nei Siciliani che parlano poco, che non si agitano, che si rodono dentro e soffrono”.



