L’oro nero nei 365 giorni della svolta: qualche previsione su cosa succederà. Con un occhio di riguardo sul grande protagonista: la nuova America di Obama
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore).
Il 2009 sarà l’anno nero o l’anno zero del petrolio? Probabilmente tutti e due. Affermare che le quotazioni rimarranno lontane dai picchi dell’estate scorsa sembra un’ovvietà, ma anche solo porre il tetto per l’intero 2009 a 70 dollari non
è una scelta priva di rischi. Ricordo soltanto che eminenti esperti, più informati e pagati del sottoscritto, come gli analisti di Goldman Sachs e il presidente di Gazprom, erano sicuri, solo 8 mesi fa, che per regalare un barile di petrolio a Natale avremmo dovuto sborsare tra i 200 e i 250 dollari.
ANNO NERO – Rinuncio all’originalità e mi siedo sull’affollata tribuna di chi afferma che ci troviamo di fronte al terzo contro-shock petrolifero e per capirci qualcosa dobbiamo guardare agli anni ‘80. Dall’80 all’83 il consumo globale di greggio si ridusse anno dopo anno, facendo crollare il mercato. Potrebbe andare di nuovo così, o anche meglio, a patto però che alcune occasioni che si offrono siano colte a pieno dai paesi consumatori, soprattutto dagli Stati Uniti. Il passaggio di questi mesi da 147 dollari al barile a 35 dollari ha due cause tutte congiunturali: il mondo sviluppato in recessione consuma meno petrolio, le banche in difficoltà non hanno più denaro per alimentare la speculazione. Entrambe dovrebbero tornare con forza a far crescere i prezzi non appena la crisi finirà. Già questa è un’incognita non da poco visto che nessuno sa quanti “quarter”, cioè trimestri, saremo in difficoltà. Gran parte degli analisti americani dicono settembre 2009. Nel frattempo, prevede l’Agenzia internazionale dell’energia, gli americani avranno chiesto 1.2 milioni di barili al giorno in meno al mercato nel 2008 e 200 mila barili al giorno per tutto il 2009. Una contrazione più alta dell’aumento della Cina e degli altri paesi emergenti a cui va aggiunto quello che riuscirà a fare l’Europa in termini di risparmio. Con questi presupposti, nessun taglio da parte del cartello dei produttori Opec potrà riportare stabilmente sopra i 50 dollari i prezzi del Wti o del Brent. Anzi, momenti di magra analoghi nei decenni scorsi hanno dimostrato che il livello di coesione tra i paesi arabi è molto basso e di solito sono incapaci di rispettare le quote che loro stessi si scelgono.
ANNO ZERO – Ma se l’America ripartisse, e subito dopo la Cina e l’Europa, si ripresenterebbe entro qualche anno lo scenario di un mondo assetato di oro nero. Tornerebbero i prezzi record, la speculazione a senso unico e la ricerca spasmodica di nuove fonti da sfruttare. Non è un esito obbligato se nel frattempo gli Usa rendessero strutturale il calo del consumo, come l’Unione europea fa da anni (e lo farà ancora di più in vista del 2020). Mai come in questo momento la politica energetica americana sembra sul punto di cambiare. L’investimento di immagine fatto dalla nuova amministrazione Obama sulla riconversione “verde” del sistema industriale è un punto di partenza a cui si aggiunge il minimo storico in termini d’influenza che l’industria petrolifera e quella dell’automobile hanno ora a Washington. Le Big three dell’auto in particolare, costrette a negoziare il salvataggio, dovranno accettare delle condizioni, quasi certa l’introduzione di criteri “europei” sul consumo a Km e sul livello di emissioni. L’industria petrolifera, piccoli produttori americani e grandi corporation, scontano lo strapotere della gestione Bush. L’elemento più importante è che sul New York Times e Wall Street Journal è arrivata la questione tabù per eccellenza: alzare le
tasse sulla benzina. L’assunto di base è che nessun comportamento virtuoso s’imporrà tra gli automobilisti con il carburante a 1,9 dollari al gallone quando in estate superava i 4 dollari. Al di là del fatto che il parco automobili americano consuma il doppio di quello europeo (oltre ad essere mediamente più vecchio), il gasolio a poco prezzo fa sì che venga utilizzato nelle zone isolate per produrre energia elettrica, mentre negli Usa c’è un eccesso di offerta per il gas naturale visto che nessuno investe per le infrastrutture necessarie. Non esistono tasse federali sulla benzina e i governatori dei singoli Stati perdono il posto se si azzardano a far crescere il prelievo fiscale, considerata la più odiosa “gabella sulla libertà” di spostamento degli americani.
E QUINDI? – Tutto questo può cambiare: un calo dell’1% del consumo di petrolio Usa ogni anno (circa 250 mila barili al giorno) a parità di Pil prodotto può essere il segnale più dirompente del prossimo decennio e stabilizzare per anni il prezzo del petrolio, con l’intensità uguale e contraria a quanto è accaduto nella precedente decade con il peso crescente della Cina. Ma esattamente come i propositi sull’auto elettrica e la mobilità sostenibile della fine degli anni ‘70 fu spazzata via dai prezzi bassi dell’inizio del decennio successivo, i roboanti annunci di questi mesi potrebbero essere già stati sacrificati alla necessità di far ripartire l’economia il più velocemente possibile. I petrolio a buon mercato è la peggior minaccia ad ogni riconversione industriale. L’appuntamento per una prima verifica se i buoni propositi americani sopravviverà alla crisi è l’estate.






















Non sarebbe il caso di cominciare a ripensare un nuovo modo di progettare le merci?
Non sarebbe il caso che la politica cominci a svegliarsi e a guardare in giro se esistono società che già ci stanno lavorando su?
O vogliamo continuare a distruggere il pianeta come domostra in centinaia di reportage come questo ?
Analisi buona dello stato attuale, ma non si dovrebbero pesare maggiormente i consumi di Cina e India che, per quanto la crisi frenerà, si baseranno comunque sul petrolio per la loro ripresa economica?
Il problema dell’iquinamento è importante anche per la cina per la quali i cambiamenti climatici stanno minacciando alcune delle zone produttive strategiche nei suoi piani di sviluppo.
E’ plausibile che l’India, i cui distretti industriali possono contare su una rete universitaria avanzatissima, seguirà la stessa strada.
D’altra parte l’eurpoa (Germania-Francia) è fortemente proiettata nel guidare lo sviluppo dei paesi emergenti sotto la sua influenza grazie al primato nelle tecnologia pulite.
Il Giappone, che da sempe sconta la sua carenza di materie prime ed energia è già da anni leader nella ricerca sulle fonti alternative e pulite probilmente aspetta che il mercato sia maturo per rilanciare i suoi giganti Matsushita e Toyota..
E per tutta questa serie di ragioni e per molte altre, che diversi analisti sono concordi nel prevedere un declino prossimo dell’uso dell’oro nero.