“Sacconi ha ragione. Ma i governi non capiscono la crisi” – Intervista ad Alberto Mingardi

30/12/2008 - Cosa si dovrebbe fare, invece, nel breve e nel lungo periodo? Bisogna cercare strumenti che non inibiscano la capacità del mercato di correggere i propri errori. La crisi sarà grave e dura. Ma ogni intervento che finisca per falsare i

     
 

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Cosa si dovrebbe fare, invece, nel breve e nel lungo periodo?

Bisogna cercare strumenti che non inibiscano la capacità del mercato di correggere i propri errori. La crisi sarà grave e dura. Ma ogni intervento che finisca per falsare i segnali di mercato non potrà che renderla ancora peggiore. Non è, come viene ripetuto erroneamente, “distruzione creativa”: quella si ha quando le imprese innovano e “posizioni dominanti” in un determinato settore vengono costruite e distrutte, dalla pressione della concorrenza di mercato. Però è comunque un momento nel quale è molto ciò che il mercato deve imparare di nuovo: dalla dimensione ottimale delle imprese finanziarie che possono accollarsi certi rischi, al valore di talune imprese che probabilmente erano “prezzate” troppo alte, in un quadro di euforia complessiva. Sul versante delle imprese, ci saranno fallimenti – e se sono imprese che sono state a galla nonostante inefficienze diffuse e scelte sbagliate, negli ultimi anni, è giusto che sia così. L’aggiustamento è doloroso. Ma non c’è alternativa.

Ma l’Italia e (soprattutto) le forze sociali che la compongono è matura per una “rivoluzione del Welfare”?

Poco importa se l’Italia è pronta o meno, con le nostre dinamiche demografiche una rivoluzione del Welfare è una necessità, se perlomeno si vuole evitare di incorrere in una bancarotta del Welfare domani l’altro. Il problema, sicuramente, è di tempi. Una riforma strutturale e robusta dei meccanismi dello Stato sociale, che porti a far crescere il ruolo del privato e a ridimensionare quello del pubblico, che è insostenibile a meno di non spremere i contribuenti come limoni, è già difficile in tempi “normali”. Figurarsi ora.

In questi mesi in cui è scoppiata la peggior crisi finanziaria mondiale dell’ultimo secolo, i governi hanno messo in campo e – soprattutto – annunciato una serie di provvedimenti per tutelare i cittadini contro il “fallimento dell’ideologia mercatista e liberista”, come ama ripetere il ministro Tremonti. L’Istituto Bruno Leoni ha pubblicato invece un occasional paper nel quale mette sotto accusa proprio la politica. Perché?

Fino a prova contraria, la peggior crisi dell’ultimo mezzo secolo. Quanto alle responsabilità della politica, è presto detto. Questa crisi è erroneamente presentata come frutto di un ipotetico far west regolatorio. Non è così: il laissez-faire finanziario che viene ormai frequentemente biasimato, semplicemente non c’è mai stato. Al contrario, al centro della crisi vi sono azioni chiaramente riconducibili ai regolatori ed alla politica. In quel paper, Larry White cita scelte sbagliate da parte della Banca Centrale americana,  ma anche la politica del governo statunitense rispetto alla questione della casa, che ha portato a rendere assurdamente laschi i requisiti per l’accesso al credito.E’ facile biasimare l’avidità dei banchieri d’affari, ma gli operatori economici reagiscono ad incentivi, che sono determinati in buona misura proprio da quelle “regole” scritte dai politici e messe in atto dai regolatori.

Quali sono le soluzioni strutturali da mettere in campo per evitare il ripetersi di situazioni del genere?

Se le regole hanno contribuito a far scoppiare la crisi, forse bisognerebbe andarci piano, prima di chiederne a gran voce di più. Il tic del politico lo porta ad invocare nuove regole, cioè più potere discrezionale per sé, qualsiasi cosa accada. Invece probabilmente per evitare il ripetersi di situazione di questo tipo serve più umiltà. Tanto per cominciare da parte dei regolatori, che non risolveranno con un tratto di penna una situazione così complicata, e che non dovrebbero alimentare questa speranza nell’opinione pubblica. Bisogna che tutti ricordiamo che il mondo è un posto molto complicato dove vivere.

Ma i governi ne sono consapevoli?

Spero che almeno i singoli uomini di governo ne siano consapevoli! Purtroppo la paura che serpeggia fra i cittadini li spinge a chiedere ai governi di “agire”, anche rispetto a problemi sui quali non hanno le idee ben chiare. E, sotto tali pressioni, il rischio di compiere scelte sbagliate è altissimo.

(Pubblicato in parte anche da Liberal)

     
 

7 Commenti

  1. de liberismo scrive:

    il fine della produzione non è la massimizzazione della produttività, ma il guadagno

    per guadagnare è necessario che i costi del prodotto siano inferiori ai ricavi

    la produttività è uno dei modo per ridurre il costo unitario di produzione

    il liberismo, consentendo la libera circolazione dei capitali, assicura pure la possibilità di investire in nazioni che offrono non la max produttività (vedi la Cina), ma, sicuramente il minimo costo……con il minimo impiego di tecnologie, quindi, capitali

    il liberismo spinto e miope è fonte di regresso

    ed i liberisti sono degli ipocriti se non valutano ciò

    ma un governo mondiale di uomini saggi sarebbe possibile se almeno una nazione parlasse al mondo e non si chiudesse nelle sue piccole beghe

  2. AG scrive:

    Mah… a sti grandi genii dell’economia manca la conoscenza del detto “sacco vuoto non sta in piedi”: se all’asino dai poco da mangiare non puoi lamentarti che tiri il carretto sempre più lentamente.
    Una ridistribuzione reddituale per riportarci alle nostre percentuali degli anni 60-70 (non quindi all’URSS di Breznev) non gli sfiora manco per la crapa.
    Continuino pure così, persino quel filonazista di Ford aveva capito che doveva pagare di più gli operai perchè si potessero permettere di acquistare le auto che producevano.

  3. icy scrive:

    @De Liberismo: il liberismo però dice anche che nel medio periodo le tecnologie hanno un rendimento decrescente, quindi se è vero che nel breve periodo diminuire i costi è meglio che investire in ricerca, una persona che guarda oltre il suo naso sa che i costi hanno un limite inferiore.

    @AG: ma Ford era uno sveglio, qui stiamo parlando gestioni che sono a generazioni di distanza, e hanno perso il buon senso.

    Per l’articolo invece, la contestualizzazione delle azioni dei regolatori e dei politici di modo che non si limitino ai tratti di penna è un po’ miope, la società stessa si è evoluta verso un concetto che pone la legge e non la razionalità al centro del sistema politico ed economico. Chiedere adesso un cambiamento di rotta è abbandonarsi ad una falsa illusione. L’idea di Sacconi è buona, sicuramente è una soluzione migliore di lasciar aumentare il carico del welfare, le sfide che però pone saranno la diminuzione del potere d’acquisto (se i beni non saranno soggetti alla diminuzione proporzionale relativa al lavoro), la transitorietà della azione (perché sono convinto che se venisse attuata ed avesse effetti positivi si finirebbe con il non volerla lasciare), ed i costi di una azione del genere (perché ci sono, sempre e comunque, e sono una parte da valutare in questo periodo).

  4. AG scrive:

    I costi di un vero welfare to work (tipo quello svedese) non sono per nulla lievi, ed il tempo necessario ad organizzarlo perchè funzioni almeno un minimo è nell’arco di qualche anno.
    Pansate solo il creare una struttura di insegnamento e formazione collegata con il collocamento pubblico e privato che devono avere funhzioni di indirizzamento e studio delle necessità esistenti sul mercato del lavoro (io mi formerei come selezionatore di modelle per lingerie, ma mi dovrebbero rispondere che purtroppo gli sbocchi lavorativi sarebbero non esistenti e quindi indirizzarmi altrove).

    Non ha alcun senso quindi abbinarlo ad un provvedimento congiunturale temporaneo come la riduzionedell’orario di lavoro.

    Insomma le solite chiacchiere di Sacconi che nascondono semplicemente un altro sistema per evitare di riditribuire il reddito fra le classi sociali, tagliandolo anzi a quelle più in difficoltà con la scusa dello spettro della disoccupazione.
    La classica solidarietà fra poveri, mentre gli altri si tengono stretti i loro sghei.
    E questo era un socialista… tsk…

  5. de liberismo scrive:

    non ho capito bene la replica, ma io non contesto la ricerca, anzi

    credo piuttosto che una politica eccessivamente liberista tesa a minimizzare il costo di produzione con trasferimenti tra stati di capitali alla ricerca non della produttività maggiore, ma dello sfruttamento maggiore del fattore umano, mortifichi la ricerca ed il suo giusto incoraggiamento

  6. icy scrive:

    @De Liberismo: Io non concordavo, e non concordo, sul fatto che il liberismo diventi miope se viene spinto agli estremi. Il liberismo è una più che valida strategia per massimizzare i guadagni, la miopia è di chi applica il liberismo per massimizzare i propri guadagni in un orizzonte di tempo limitato e poi si lamenta se le cose non vanno come vorrebbe.
    Non esiste un liberismo positivo, semplicemente perché al suo centro c’è il guadagno e non la persona. Poi possiamo pure dire che certe forme di liberismo sono più accettabili e producono meno problemi di altre, ma non mi pare si possa andare molto oltre.

    @AG: la ridistribuzione non ci sarà, non pacificamente almeno, la storia mi pare insegni abbondantemente su questo tipo di argomento.

  7. Altromedia scrive:

    Ma chi è ‘sto ragazzino col panciotto fantasia vestito da managerr??
    Ancora questi personaggi a commentare la crisi che alcuni molto simili a loro hanno provocato a giocare coi soldi??
    E l’”istituto Leoni”,cos’è,un ricovero per suore?
    Aldilà della facile ironia su questi personaggi del sottobosco economico che pontificano sul lesinare i soldi ai lavoratori,viene il voltastomaco.
    Il sistema economico della finanza è fallito per i pirati speculatori,ed è stato salvato dai soldi dei lavoratori(soldi pubblici e statali).
    Se lo mettano bene in testa e si faccia piazza pulita di tutti quelli che campano sui soldi creati da soldi,così li mettiamo tutti a fare i lavoratori,vedrai che poi chiacchiereranno meno.
    Detto senza ideologia ma con molta intolleranza verso certi figuri che portano il mondo alla rovina coi loro giochi,e non sono mai sazi di succhiare le risorse alla comunità ,ciao.

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