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Gianroberto Casaleggio e il perdono ai parlamentari 5 Stelle

Analisi, scazzo, condivisione. O meglio, analisi (in casa), scazzo (in casa), condivisione (fuori). Non deve uscire nulla dalle crepe del MoVimento 5 Stelle. Nessun urlo, nulla che sia fuoriposto. Espulsioni? «Non credo proprio, non che mi risulti». Gianroberto Casaleggio, scende a Roma e posa uno stop davanti alla pentola che bolle dentro il MoVimento. Ancora lui, il pacere, il “genitore buono” (non per tutti) dentro il MoVimento si mette a calmare gli animi prima che un eventuale secondo giro di cacciate abbia inizio. Parole d’ordine calmare i toni, stemperarli e sopratutto condividere. L’immagine dei gruppi che deve uscire fuori deve esser coesa. Perciò, pare, che il milanese si sia preoccupato di “strigliare” chi nello staff dovrebbe esser impegnato a non far trapelare nulla sulle dissidenze. Il MoVimento degli scontrini non deve uscire. E questo è un avviso sia alle voci critiche e non solo. Così sia Pepe che Fucksia si salvano nello stretto giro di consultazioni che è avvenuto a Montecitorio ieri con tanto di lista di deputati e senatori da incontrare. Ma la riunione in Senato ha rischiato di far saltare i piani del guru. Succede tutto quando la telecamera si spegne e viene fuori una scena oramai “quotidiana” a Palazzo Madama. Con tanto di urla.

MoVimento 5 Stelle Casaleggio Senato  (2)

DISSIDENTI IN STAND BY – «La Fucksia? Dice di avere dei problemi tecnici per rendicontare i soldi dello stipendio. Se lo fa, nessun problema, ma se non lo fa io voto per l’espulsione», ha spiegato Luigi Di Maio ai microfoni di “Un Giorno da Pecora”. Ed è questo il clima per Serenella. Il problema sono le rendicontazioni, sulle cui alla senatrice è stata chiesta una garanzia. «Non puoi sfogarti così, non puoi fare uscite così… in video», spiega alterata una persona dello staff. Casaleggio sente prima Fucksia e poi Nunzia Catalfo (citata nel video di Serenella) sempre alla Camera. Un tentativo questo per cercare di smorzare i toni. Il guru sarebbe preoccupato dei sondaggi ed uno strappo ora, a due passi dalle Europee non è un toccasana. I dissidenti? «Non mi preoccupano», ha semplificato il comunicatore. Anche perché se uno vuole si sa mettere “fuori gioco da solo”. Così si lascia scorrere, accantonando anche il caso di sfiducia di Bartolomeo Pepe da cui il mu di Napoli ha preso le distanze.

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(La spicciolata di deputati e senatori da Gianroberto Casaleggio. Foto LaPresse)

AVANTI UN ALTRO – Ha fretta Gianroberto. Le sale dello staff comunicazione a Montecitorio sembrano un ambulatorio di zona , con continui via vai di deputati e senatori. «È la regola del semaforo – spiega Casaleggio all’Ansa – se è rosso, la macchina si ferma. Non ci si può mettere a gridare contro il semaforo: ci si può fermare o passare dritto. Ma se si passa, si paga la multa». Non gridare. È questa la linea degli ortodossi che, contrari alle espulsioni, spiegano come alzare la voce spesso (secondo loro) non serva: «Vede quel quadro? Ha una bella cornice. Ecco io dentro ci posso disegnare linee oblique, linee rette, linee a destra, a sinistra. L’importante è restare dentro questi quattro lati che sono i fondamenti del MoVimento», spiega uno dei senatori duri e puri. Così, da quando il guru mette piede alla Camera, le regole cambiano ovunque. Tutto alla luce del sole, con una attesa assemblea streaming, on line però solo quando è necessario.

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IL KGB DI MADAMA – Quando manca la rete? Quando si urla, quando le accuse, le parole di troppo, vengono riprese da un microfono puntato dietro ad una porta. Passa la linea Kgb anche a Palazzo Madama. Quattro commessi a monitorare il corridoio dove si svolge l’assemblea e zona perimetrata. Nella sede della commissione Industria però dopo minuti su ddl e programmi si alzano i toni. E quando i toni si alzano, i cronisti vengono allontanati dallo staff fino agli ascensori. Il volume delle voci è però ancora alto. Soluzione? Rendere tutto il piano off limits alla stampa, ogni volta che i senatori si riuniscono. In un primo momento ieri la riunione dei senatori 5 stelle scorreva tranquilla in diretta streaming: si parlava di lavori d’aula, di legge elettorale e abolizione del Senato, e anche di coperture economiche del jobs act. I giornalisti seguivano  dai pc o  tablet. Ma poi il tema si fa “caldo” e lo streaming viene interrotto. Bartolomeo Pepe, senatore sfiduciato dal meetup di Napoli, scampato al momento a richieste di procedure di espulsione, solleva la questione della validità della votazione del suo gruppo per la commissione sulle Ecomafie. Secondo il senatore si è votato per sei volte, esiti che hanno visto Pepe vincente ma poi, chissà perché, alla settima votazione (quella valida) Pepe ha perso.

SCUSATE EH – Basta poco. Basta una mano alzata, una parola fuori posto. «Scusate – incalza Peppe – se vado fuori tema. Ma vorrei sapere come mai è stata annullata la votazione che per la settima volta mi vedeva vincitore nella commissione sulla gestione dei rifiuti, la cosiddetta Ecomafie. Chiedo come mai ci sia stato un sistema di votazione a doppia preferenza obbligatoria su 3 candidati. Lo chiedo a Martelli, mi dispiace che non è presente, perché lui è molto bravo a fare questi giochetti… Chiedo – ha proseguito – di annullare questa votazione. Chiedo il tabulato di questa votazione, chi ha votato per chi e come. E dopo di che, trarrò le mie conseguenze». Il senatore campano ha chiesto conto e ragione delle modalità di votazione, insistendo nella richiesta di considerarla nulla. I toni si alzano, Pepe urla: «Si tratta di una questione di rapporti di fiducia», ha spiegato ai suoi colleghi pentastellati. Sarà poi lo stesso senatore, a fine riunione, a chiarire come probabilmente la votazione sarà poi ripetuta.

MESSORA TROPPO BUONO – Momenti che però stridono con la “liberale” e dialogante ala del Senato. Quella dove Claudio Messora è considerato come uno “troppo buono”. Così, durante l’assemblea, la tensione ad un certo punto sale e i componenti dello staff della comunicazione ordinano ai commessi di far allontanare i giornalisti dal corridoio. «Si tratta di una riunione privata – ha cercato di spiegare Rocco Casalino – non avendo una sede di partito, fanno le riunioni qui». Una distanza cresciuta pian piano: prima intorno alla porta, poi lungo il corroio ed infine con la stampa stipata davanti agli ascensori, sotto l’occhio vigile dei commessi. «Qual è il problema? Che avremo la stampa contro? – chiede Casalino – vuol dire che l’avremo contro…». L’esempio l’ha ben portato Nicola Biondo a Montecitorio. Chi ha alzato la voce se ne è andato “da solo”. Alzi la voce? Te ne prendi le responsabilità. L’importante è il maquillage ed attaccare Renzi laddove serve iniziativa. Così, per i prossimi due mesi, chi è dentro il MoVimento si dovrà impegnare su più fronti: riforme costituzionali, rilievi costituzionali su senatori a vita, esistenza del Senato e vincolo di mandato. Chicca del programma il job act in salsa 5 Stelle, da presentare entro maggio, prima dei fastidiosi 80 euro in più e prima di Renzi (che corre sempre più). Il resto può soprassedere, oppure andarsene. Casaleggio ha fretta. Il genitore cattivo lo può fare qualcun’altro: Beppe.

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(Casaleggio lascia Montecitorio)