L’indagine sul caso Tavaroli sembra scagionare l’imprenditore, ma non è stata l’inchiesta a segnare il suo fallimento: al contrario, le responsabilità del management nell’impoverimento di Telecom sono molte e molto precise.
La cosa migliore capitata a Telecom e ai suoi azionisti negli ultimi dieci anni è l’uscita di scena di Marco Tronchetti Provera e della Pirelli. Vale la pena ribadirlo visto che le vicende giudiziarie sul caso delle intercettazioni illegali operate del settore sicurezza di Telecom stanno avviando un processo di revisione sull’operato del presidente /azionista / imprenditore. I giudici, dopo tre anni d’indagine, dicono che Marco
Tronchetti Provera non è un criminale ossessionato dal dover controllare nemici veri e potenziali e ha avuto un ruolo marginale nelle malefatte del suo capo della sicurezza Giuliano Tavaroli. Lo stesso Tavaroli sembra sostenere una versione leggermente diversa che sarà verificata durante il processo. Quale che sia la verità sul comportamento dell’erede della dinastia Pirelli un giudizio sul suo operato al vertice di Telecom: Tronchetti ha perso la sua sfida professionale come re dei telefoni italiani.
COSA DICONO I NUMERI - Non è quello che sembrano pensare molti commentatori dei nostri quotidiani (per fare tre nomi: Oscar Giannino, Nicola Porro e Franco Debenedetti). Per loro il ragionamento è il seguente: «Tronchetti ha dovuto lasciare perché travolto dall’inchiesta sul suo capo della sicurezza Giuliano Tavaroli. Ora si scopre che lui è addirittura parte lesa di quella vicenda e quindi è stato vittima di un errore, o di un complotto operato dal centrosinistra, che gli ha impedito di continuare a lavorare». I numeri dicono il contrario: Pirelli ha rilevato il pacchetto di controllo di Telecom a 4,1 euro per azione nell’estate del 2001 e lo ha rivenduto nell’ottobre 2007 a 2,82 euro ad azione. Una notevole distruzione di valore dipendente dal “peccato originale” di un acquisto fatto a debito, cioè senza mettere capitali freschi in un’azienda già appesantita dall’Opa precedente.
L’INDEBITAMENTO - In sette anni ogni piano di sviluppo ha dovuto cedere il passo alle n
ecessità di ridurre l’esposizione finanziaria. Obiettivo mancato nonostante i tanti soldi spesi: pur con perimetri molto diversi, l’indebitamento dell’entità Telecom era di 41 miliardi nel 2001 e 36 miliardi nel 2007. La complessa architettura finanziaria fatta di holding che serviva a Pirelli per mantenere il controllo ha fatto sì che la magra riduzione da 4 miliardi di riduzione arrivasse mentre si distribuivano in dividendi oltre 21 miliardi di euro. Vale a dire che se al posto di Tronchetti ci fosse stato un proprietario meno bisognoso di soldi il problema dell’indebitamento si sarebbe praticamente risolto da solo. In più asset e aziende controllate sono stati venduti per un valore di 8,5 miliardi e i tentativi di razionalizzare la galassia (le fusioni Olivetti-Telecom-Tim) hanno portato a spendere oltre 15 miliardi di euro, in parte sborsati anche da Pirelli. Nulla è servito a portare il gruppo lontano da una quota d’indebitamento considerata eccessiva dagli investitori.
SCELTE SBAGLIATE - Dunque non serve ricorrere alla dietrologia per spiegare il calo del titolo: di fronte e a fatturati e utili costanti (per quanto alti), nonché a rendimenti in linea con il resto del settore, gli analisti vedevano l’azienda impoverirsi a causa dei continui esborsi straordinari. Il tutto senza che il programma d’investimenti fosse paragonabile a quello dei concorrenti europei. Altra scelta tutta tronchettiana, e a posteriori decisamente sbagliata, è stata quella di puntare tutto sul ramo immobiliare di Pirelli (anche grazie agli asset Telecom) e disimpegnarsi dai settori industriali. Lo dimostra la vendita totale delle fibre ottiche, la quotazione dei cavi e la vendita di circa metà del business dei pneumatici. Un giudizio sereno su questo capitolo della martoriata storia dell’ex
monopolista telefonico e sulle capacità del manager non può prescindere da questi numeri, né dalla considerazione che, anche senza l’affaire Tavaroli, Pirelli sembrava decisamente a corto di nuove cartucce per mantenere il controllo di Ti e stava già cercando compratori o soci.
IL MERCATO QUANDO FA COMODO - In realtà proprio la vicinanza con i potentati politici e finanziari “vecchio stile”, come il patto di sindacato con Mediobanca e l’attenta politica di “equidistanza” tra i due poli tenuta da Tronchetti, sono stati l’ostacolo principale ad un cambio della guardia anticipato, caldeggiato per anni da parte dei fondi internazionali. Cambi di management che nel settore sono comuni: nello stesso periodo hanno interessato colossi come Vodafone (ben due volte) e Deutsche Telekom. Quegli stessi commentatori che lamentano gli effetti deleteri che la “politica” o comunque elementi non di mercato hanno avuto nelle vicende Telecom, dovrebbero riconoscere che il più deleterio di tutti è stato l’aver sottratto Tronchetti al giudizio del mercato per anni.


























Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
L’indagine sul caso Tavaroli sembra scagionare l’imprenditore, ma non è stata l’inchiesta a segnare il suo fallimento: al contrario, le responsabilità del management nell’impoverimento di Telecom sono molte e molto precise….
“che serviva a Pirelli per mantenere il”
…controllo?
yes, correggiamo grazie
Si potrebbe anche dire però che è il sistema economico capitalistico a non funzionare: dare in mano a dei privati cittadini la possibilità di fare economia speculando a piacimento, su settori strategici della nazione, forse non è la strada giusta per il progresso. L’esempio ci viene dato dal paese in cui il libero mercato è un vanto e all’avanguardia: gli Stati Uniti. In questo paese circa 90 banche sono sull’orlo del fallimento e se non fosse intervenuto lo stato (sì, negli USA lo stato!!!) a salvare Fannie Mae e Freddie Mac a quest’ora l’intera economia mondiale sarebbe collassata. Ma il sistema globale del capitale è fallimentare, il libero mercato (che poi tanto libero non è), le privatizzazioni, sono solo un modo per concentrare il potere in mano di pochi (per di più scaltri) e sta avvenendo in quasi tutto il mondo. Non diamo sempre la colpa ai singoli Amministratori Delegati di turno, a “congiunture” economiche inaspettate, etc. E’ il sistema che è sbagliato, un sistema capitalistico che è al collasso, che non porta benessere se non ad una ristrettissima cerchia di persone, che porta guerre, fame, disastri ambientali, tutto in nome del profitto, unico scopo e fine di tutte queste aziende. Questo è il problema. Quanto mi mancano i bei tempi della SIP!