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Rassegna stampadi Pino Nicotri
pubblicato il 29 dicembre 2008 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Per la prima volta dopo decenni navi da guerra russe hanno gettato l’ancora nel porto dell’Avana, a Cuba. E quelle cinesi arrivano nel Mediterraneo, invertendo l’iter di Marco Polo….. I cinesi però sono già arrivati a Cuba: senza navi da guerra, ma con la propria compagnia petrolifera di Stato. Per la prima notizia il solito coro di conformisti 140 fidel castro Alla conquista di Cubamiopi ha parlato di “provocazione” anti Usa, perché secondo il loro strano modo di vedere gli Usa hanno il diritto di schierare basi militari in Europa al confine con la Russia e di mandare nei mari di tutto il mondo le proprie potenti flotte, armatissime di missili con ogive atomiche, mentre invece Mosca la propria flotta deve tenersela per giocarci nella vasca da bagno. La seconda notizia ha lasciato disorientati, relegata forse nel folclore o in preoccupazioni che fanno fatica a capire come gira il mondo. La terza notizia è passata pressoché inosservata.

Le navi da guerra cinesi si annunciano nel Mediterraneo per proteggere dai pirati somali (!) i traffici petroliferi di Pechino con il Darfur, che come tutti gli altri Paesi africani (e arabi) fa tragicamente le spese delle mire altrui, ora non più solo europee od occidentali. Il problema è che tutto ciò accade in nome del Dio Petrolio. La Cina mette piede in Darfur, allagandolo di armi per procurarsi alleati locali, perché ha fame di petrolio e se lo procura come può, cioè con le spicce avendo imparato la lezione dall’Occidente. E con la scusa dei pirati somali, manco fossimo ancora ai tempi di Salgari, si affaccia in quello che una volta era il Mare Nostrum. Gli Usa puntano a (ri)mettere piede a Cuba, questa volta non più in nome del turismo biscazziero, mafioso e puttaniere dei “bei tempi” del loro fantoccio Batista, bensì ovviamente in nome della democrazia, il nuovo prodotto di lusso da esportazione che ben si presta a invadere terre altrui e/o a disseminarle di basi militari a stelle e a strisce. Ma le mire degli Stati Uniti su Cuba sono provocate, come per l’Iraq, più dal petrolio che dall’amore per la democrazia. Siamo talmente abituati a parlare male di Cuba e a cercare pettegolezzi su Castro e dintorni che nessuno ha fatto caso a un paio di cose. La prima è che la produzione industriale viaggia al ritmo di incrementi annui del 12%, anche se per più d’uno osservatore europeo e americano a partire dal 2005 l’incremento può avere sfondato perfino quota +16%.

Già nel 2006 il “lider maximo” nel suo usuale discorso chilometrico del 1° maggio ha annunciato che l’isola caraibica aveva prodotto nei primi quattro mesi dell’anno il 45% del suo fabbisogno di petrolio e derivati, che è quindi capace di lavorare in proprio, e che la produzione media è arrivata a 76 mila barili al giorno. La società petrolifera statale Cuba Petroleo, nota anche come Cupet, ha stipulato col Venezuela un accordo per modernizzare un impianto di raffinazione, costruito a suo tempo dai sovietici, per arrivare rapidamente a lavorarvi 120 mila barili al giorno di petrolio e derivati. E questo accordo aumenta il fastidio di Washington verso Chavez, fornendo una ulteriore chiave di lettura delle sue mene anti Chavez. Secondo l’esperto messicano Fabio Barbosa il litorale e il mare a nord di Cuba custodiscono nel sottosuolo riserve petrolifere tra i 30 e i 50 miliardi di barili di petrolio.. “In pochi anni Cuba potrebbe produrre 525.000 barili al giorno di greggio e diventare una nazione esportatrice”, ha dichiarato Jorge Piñón esperto di questioni petrolifere dell’Università di Miami. Attualmente Cuba consuma 140.000 barili al giorno di petrolio, 92.000 provenienti dal Venezuela e acquistati a un prezzo «politico» al di sotto dei 30 dollari al barile. Gli Stati Uniti potrebbero mettersi anche loro a trivellare il fondo marino davanti alla loro Florida? Nossignore! E qui sta un primo problema.

Ironia della sorte, il trattato firmato fra Usa e Cuba nel 1977 prevede che il confine marittimo tra i due Paesi divida esattamente a metà le acque dello stretto di Florida (90 miglia nel punto più stretto). Ma le società petrolifere americane non possono perforare un fico secco nella piattaforma continentale della Florida: hanno le mani legate dalla moratoria decisa intanto fino al 2010 da una legge federale. Sta invece per iniziare a perforare, in acque profonde cubane del Golfo del Messico, il consorzio spagnolo Repsol-YPF, con l’obiettivo di mettere in produzione i giacimenti di greggio e gas naturale accertati già da due anni. Da notare che la Repsol-YPF dal 2006 è associata con la norvegese Norks-Hydro e l’indiana ONGC. Alla faccia delle Sette Sorelle! Ma non è finita. Sono sei, per ora, le altre compagnie che hanno firmato accordi con la cubana Cupet e potrebbero seguire le orme degli spagnoli in altre zone del mare cubano. Tra queste, la cinese Sinopec. E dopo l’avvicinamento tra l’attuale presidente cubano Raul Castro e il brasiliano Lula è probabile che al business dell’oro avanero partecipi la brasileira Petrobras, che ha due pregi mica da ridere: ha buona esperienza in perforazioni oceaniche profonde e non dipende dalla tecnologia statunitense.

Secondo Barbosa, le riserve accertate degli Usa sono 22 miliardi di barili, cioè la metà di quelle cubane! Sempre secondo questo esperto, le riserve del Messico sono di 12 miliardi di barili, anche se l’industria Petròleos Mexicanos calcola che in realtà possano arrivare a quasi il quadruplo, mentre le riserve del Venezuela sono di circa 80 miliardi di barili e quelle del Canada 174 miliardi compreso il giacimento sotto il lago Alberta. Come si vede, le sole riserve di oro nero del Golfo del Messico sono un vero tesoro, tanto che Barbosa e lo studioso messicano di geopolitica Miguel Garcia Reyes definiscono la zona come la terza più importante al mondo per riserve petrolifere e parlano delle acque profonde del mare del golfo come della “gemma della corona”. Una gemma e una corona che fanno molto gola agli Stati Uniti, e infatti secondo i due studiosi a Washington hanno già messo a punto gli scenari del dopo Castro incentrati proprio su una strategia di penetrazione dell’industria americana degli idrocarburi e delle lavorazioni chimiche. Strategia per ora frustrata. come abbiamo visto. Ma i piani della Casa Bianca sono più vasti, puntano a una serie di battaglie, si spera solo economiche, per tentare di egemonizzare lo sfruttamento del petrolio di tutta l’area geografica che, con baricentro nel Golfo del Messico, assomma a questo Paese anche Cuba e la prospiciente porzione di Stati Uniti.

La guerra sarà forse solo economica e politica, ma gli Usa stanno già facendo pressione sul Messico per una politica il più possibile anti cubana per poter mettere quanto prima un’ipoteca sul futuro del petrolio cubano e impedire che continuino a svilupparsi gli accordi in tema di idrocarburi dell’isola castrista con la Cina, il Giappone, l’India, il Canada, il Venezuela, il Brasile e di nuovo con la Russia, che ha ripreso a farsi via con le navi qualche nave da guerra alla chetichella. Insomma, la parte di mondo che ha visto le gesta di Zapata e di Castro e le manovre molto spicce, anche armi alla mano, degli Stati Uniti può ritornare a bollire. Il fallimento della strategia americana in Iraq e più in generale in Medio Oriente ha spinto i falchi e le multinazionali Usa a tentare di affossare Chavez. I non sono più i “bei tempi” dello strapotere della Cia e delle multinazionali Usa nel Centro e Sud America, i tempi delle invasioni di Grenada e dello sbarco nella Baia dei Porci a Cuba, fallimentare tentativo di marciare su L’Avana riportando al potere gli sgherri di Batista. La Casa Bianca ha però sempre allo studio piani anche militari per interventi traumatici utili a (ri)blindare almeno il cortile di casa chiamato Centro America, a partire dai vasti giacimenti di oro nero. Vedremo cosa farà Obama. Intanto però i russi hanno cominciato a farsi rivedere con navi militari nel porto dell’Avana. E i cinesi sono pure loro molto attivi in tutto il Centro e Sud America per stipulare una marea di accordi commerciali e per inserirsi nella estrazione e lavorazione del petrolio locale.

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