La vigilia di Natale non prometteva niente di buono. Non sarebbe stata come sempre, mielosa e noiosa, tra infinite corse per comprare regali, scambiarli tra mille sorrisi, tra bocche incerte tra l’aprirsi per i saluti e il contrarsi per il dolore allo stomaco pieno di troppo dolci.
No, quel Natale non sarebbe stato così stereotipato, sarebbe stato molto peggio.Un improrogabile impegno di lavoro, una serie di contrattempi che la trattenevano fino alla mattina di Natale, mi lasciavano solo nella vigilia della festa delle feste.“Solo senza di lei”, pensavo, guardando il mio volto riflesso nella televisione ormai spenta, esausto di quell’infinito susseguirsi di immagini prodotte dalla mia smania al telecomando.
“Questa volta la vigilia sarà diversa”.
E’ triste essere solo a Natale e provavo inutilmente ad affidarmi alla gioia degli altri, ai festoni sulle porte chiuse, alle luci intermittenti delle finestre di fronte, ai mille colori delle buste dei regali inseguiti dai bambini. Cercavo di sentire la loro tenerezza, di colmare il mio vuoto con il loro entusiasmo, ma non c’era nulla da fare. Avrei voluto solo attaccarmi al telefono, scambiare a distanza tenere effusioni, discorsi futili o importanti, battute ridicole: ma non potevamo, lei doveva lavorare.“Ricordati di comprare il latte” erano le uniche parole che mi aveva grugnito poco prima e non mi restava che scendere subito, affrontare la calca della festa fino al negozietto alla fine della via, fare quel misero ordine, salutare il vecchietto con un sorriso e tornare su. Cinque o sei parole in tutto, cinque minuti, niente di più.
Mi vestii distrattamente, mettendomi le prime cose che mi suggeriva la memoria del sole mattutino. Ma quella sera faceva molto più freddo e abitando al 5° piano senza ascensore ogni errore di valutazione non permetteva appello. Strinsi le mani nel giubbetto e cominciai a camminare forte per riscaldarmi.L’aria fresca mi accarezzava il viso e mi sentii di nuovo vivo, risvegliato dal torpore della malinconia e della televisione. Guardavo i visi che fuggivano via, le luci delle vetrine che promettevano regali mozzafiato, gli odori delle pizzette e dei dolci che via via si mescolavano a quelli degli incensi dei venditori indiani e delle spezie di un quartiere che amalgamava ogni giorno una nuova razza e una nuova cultura. Si sentiva che era festa per tutti, per tutte le età e le religioni, per quei sorrisi bianchissimi in visi multicolori.
Il vecchietto accolse con spregio la mia richiesta mormorata appena nella voce rotta di chi è stato per troppo tempo
zitto. Non ero un buon cliente e quel locale piccolo e decrepito ne richiedeva di molto migliori. Mise il latte in una busta che a mala pena ne reggeva il peso e si girò prima ancora che potessi indirizzargli un qualche augurio.Appena fuori, diedi un’occhiata al cellulare per cercare un nome familiare, una chiamata che non avevo sentito, un messaggio che mi desse un segno di calore, ma il display mostrava solo un grande cuore con le ali, ali che non la riportavano tra le mie braccia.Niente, la malinconia non passava: era meglio tornare a casa.
Ero già quasi arrivato al portone, avevo già abbandonato la passeggiata tra i negozi di elettronica e la gente vociante, quando un profumo intenso mi fece fermare. Che strano, mi guardavo intorno ma non vedevo nessuna ragazza imbellettata per le feste della vigilia, nessun ragazzo in trepida attesa della sua amata, nessuna signora imbacuccata per il cenone dai parenti. In quel momento non c’era nessun altro se non quel profumo intenso, dolce e familiare, venuto dal nulla a consolarmi. Chiusi gli occhi e cercai di ricordare, fare ordine nella mia testa per capire da dove veniva quella sensazione di piacevolezza che mi faceva sorridere. Niente, continuai a camminare e il profumo si affievolì, tornai indietro ed era ancora lì. Girai l’angolo e tra passi incerti riuscii a seguire la sua scia verso la metro.
Avevo dei vestiti quasi estivi, mi portavo appresso un budello di plastica con il latte dentro ed ero spettinato da far paura. Ma non avevo niente da fare né qualcuno da incontrare per cui feci spallucce a me stesso, contrassi le labbra in un muto “e chi se ne importa” e mi avviai per le scale. Il profumo era così intenso da coprire la puzza del caldo che veniva dal chiuso della stazione, il tanfo dei cenci dei barboni, del vino degli ubriachi che, ondeggiando paurosamente, si gustavano la razione aggiuntiva regalata dalla carità natalizia. Presi un biglietto e cercai, tra i diversi binari, quello dove poteva essere andata quella persona, forse una ragazza, così profumata. Trovata la direzione presi il vagone quasi al volo.
Fintamente distratto, passeggiavo tra i vagoni finché la raggiunsi o meglio, capii che era lei quando mi accorsi che, al vagone dopo, non c’era più il suo profumo.Mi avvicinai e, sebbene il profumo non sembrasse così forte da giustificare quella scia infinita, aspirai forte per ricordare. Era una ragazza magra, con gli occhiali, molto giovane, con uno
zainetto in spalla e un giubbino di pelle. Sotto, disegni e caratteri gotici su una maglietta mi ricordavano musica heavy-metal, un jeans stracciato in più punti lasciava pericolose fessure al freddo invernale. Le cuffiette alle orecchie le sparavano musica che mi giungeva come un indistinto rumore di fondo; lei pareva completamente isolata dal resto. La guardavo con attenzione ma non ricordavo di averla mai vista prima e il suo profumo, per quanto familiare, non c’entrava niente con me. La guardavo e mi ricordavo dei miei 20 anni, quando cominciai a studiare in quella città, dapprima spaventosa poi sempre più stimolante, libera, misteriosa, ricca di mille emozioni. Quel profumo, quel profumo mi ricordava quei tempi, belli e intensi, pieni di corse per la città e notti insonni, di concerti rock e libri studiati con ansia. Sorrisi trasognante mentre lei si alzava per raggiungere l’uscita. Mi risvegliai di colpo per l’assenza del profumo, e quella nuova solitudine mi spinse a seguirla. Lei stava scendendo proprio nella zona dove avevo abitato da studente così decisi di passare per la prima casa dove avevo abitato, nel primo quartiere in cui avevo vissuto. Aspettai un attimo, per paura che potesse credere che la seguivo (il mio aspetto ricordava in più punti quello di un maniaco da metropolitana), mi accodai agli altri passeggeri e ai loro pacchi che nella frenata finale si urtavano come per fare tutti insieme festa.




Il Natale, o meglio, la “notte di Natale” trasmette sempre un senso di nostalgia!
…e la nostalgia è sempre legata ai ricordi, e quanti ricordi racchiusi in un profumo: in quella scia profumata…mi tuffo con i pensieri per poter capire di più il suo tempo nel tempo.
BUON NATALE Pietro e a tutti voi di giornalettismo.
E’ il Natale dell’amore, di chi l’ha trovato e di chi l’ha perso, è il Natale di Franco, Stella, Massimo e Martina, un Natale semplice, fatto della casa sempre sognata, di piccoli oggetti di ceramica bianca, di lampadine perché i lampadari possono pure aspettare ché ce li compriamo pian piano, è il Natale con l’albero dalle palline rivestite di filo colorato e di pacchetti finti di scatole vuote, è il primo Natale senza Franco, un uomo normale, con il profumo della semplicità, uno che quando non ti conosceva si presentava: “Ciao, io sono Franco”, perché lui era uno che ci teneva a non pretendere troppo dalla vita: un sorriso, un caffè e un bicchiere di vino per stare in compagnia. Questo è decisamente il suo Natale per ricordarci quanto poco vale qualsiasi regalo senza chi amiamo.