Una grande banca che ostenta ottimismo, tra acquisizioni, inchieste, archiviazioni, strategie di crescita poco riuscite, malumori all’assemblea dei soci. Sullo sfondo, il destino della cooperazione ex rossa
Giovedì 4 dicembre si è tenuta l’assemblea del Monte dei Paschi di Siena. Un evento atteso, perché la banca qualche problemino ce l’ha, e non da oggi. E si pensa che molti siano derivati dall’acquisto, annunciato un anno fa, della Banca Antonveneta dal Santander, che l’aveva ricevuta in dote dalle spoglie dell’Abn Amro, della quale aveva partecipato alla scalata qualche tempo fa. L’orgogliosa Siena, banca “anomala” per la composizione azionaria, che vede la stragrande maggioranza nelle mani della Fondazione Mps
(il 43.6%), un 3,20% a Unicoop Firenze, e il 4,20% a Francesco Gaetano Caltagirone: insieme fanno il 51%, la maggioranza assoluta dell’istituto di credito. La Fondazione è presieduta da Gabriello Mancini, ragioniere e direttore amministrativo Asl, ex democristiano. E dietro le nomine spesso si combattono battaglie di equilibri politici all’interno dei Democratici di Sinistra, della Margherita, del Partito Democratico.
TANTI LA VOGLIONO… - Forse per questo la banca è sempre rimasta una “splendida isolata” nel panorama creditizio italiano, senza trovare mai l’occasione per un merger di qualche importanza. Si è limitata ad acquistare la Banca Agricola Mantovana, azionista a sua volta del gruppo L’Espresso, e Banca del Salento (poi Banca 121): affare “sfortunato”, che ha visto anche l’entrata e l’uscita di Vincenzo De’ Bustis (oggi a Deutsche Bank) dal gruppo, e ha portato problemi di reputazione anche se è arrivata un’archiviazione: “Dopo attente indagini, abbiamo riscontrato che non sono rilevabili reati penali per queste persone” scrive il PM in sintesi al gip nella richiesta di archiviazione. Anche grazie alla sua inchiesta, però, migliaia di risparmiatori sono riusciti a ottenere il rimborso del capitale investito sui titoli dell’ ex 121 e che magicamente era andato perso. Poi è arrivato l’orgoglioso rifiuto a provare ad acquistare la Banca Nazionale del Lavoro, che ha invece tro
vato a rispondere la sventurata Unipol, e qualche pour parler con Capitalia, a fasi alterne, San Paolo prima della fusione con Intesa, e altre medio-piccole. Poco, per parlare di strategia di crescita, fino al momento in cui non si è presentata l’occasione Antonveneta, opzione sulla quale il management si è buttato a capofitto pur conoscendo le difficoltà della ex banca del conte Auletta Armenise, che si era trovata di riflesso nella bufera all’epoca dei brevi fasti di Gianpiero Fiorani, e poi aveva cambiato padrone altre due volte, senza che gli olandesi facessero in tempo a completare un riordino di cui l’istituto avrebbe bisogno. E che adesso tocca a Siena.
UN SORRISO PER LA STAMPA – In assemblea Giuseppe Mussari, presidente di Mps, è stato piuttosto definitivo: “L’acquisizione non ha avuto un impatto rilevante sul patrimonio di Rocca Salimbeni: ‘Oggi il Tier 1 e’ al 5,2%, senza Antonveneta sarebbe tra 5,6 e 5,8′‘. E ha anche respinto le critiche di chi parla di operazione troppo onerosa: “Il rapporto tra prezzo e valore di libro e’ 2,9 contro una media del 3,09. Il prezzo a filiale e’ 9 milioni di euro, inferiore alla media di 9,8 mln“. Mussari ha poi confermato gli obiettivi del piano industriale al 2011, e detto che alla firma del contratto tra Santander e Mps per Antonveneta nessuna caparra è stata versata, e che a maggio di quest’anno poteva recedere dall’affare, ma ha scelto di non farlo evidentemente perché ancora convinto della bontà dell’operazione. Mussari, ai giornalisti che gli chiedevano se confermava l’intenzione di usufruire del probabile aiuto
del Governo, ha ribadito di essere pronto a valutarlo, quando sarà chiara la sua “natura“, e per questo non ha voluto precisare in che misura il Monte potrebbe avvalersene. “E’ una misura fatta molto bene“, ha aggiunto, ma “per ora dobbiamo aspettare“. E il giorno dopo il titolo, pur in presenza di una pessima giornata di Borsa, ha limitato i danni (-0,79% a 1,49).
OTTIMISMO TOSCANO? - I rumors sul perché non sono mancati. Si parla di una imminente vendita degli immobili a Caltagirone per fare cassa, o di un bilancio non messo così male come sembra, specialmente nei crediti. In ogni caso, non c’è stata nessuna débacle, e questo non può che rinforzare la posizione di Mussari. Anche se l’assemblea stessa non è andata poi così liscia. Ne è un esempio questo lungo intervento di un socio, tale Franco Bossini: “Nell’ultima assemblea di bilancio altri soci, dirigenti delle Liste Civiche, evidenziarono i punti di debolezza di questa operazione (Antonveneta) e come essa si è innestata in una storia recente della nostra banca che ha visto indebolire il nostro assetto patrimoniale. In quella sede fu da noi lamentata la perdita di valore dell’azione Monte, allora giunta a quotare 2,80 euro con una perdita di oltre il 39% da quando si è insediato il nuovo Consiglio di Amministrazione, ben superiore alla perdita del 13,48% subita dai titoli del settore bancario nello stesso periodo“. Bossini ha poi continuato ricordando che oggi la banca capitalizza meno degli oltre 9 miliardi spesi per acquistare un’azienda che aveva la metà degli sportelli di Mps: “Paradossalmente, chi ci ha venduto Antonveneta, sarebbe ora tecnicamente in grado di ricomprarsi, con i nostri soldi, non solo la banca ceduta, ma anche tutto il nostro gruppo preesistente come se se ne fosse azzerato il valore“.






















In un certo senso, la voragine provocata da Antonveneta non dispiaceva al management: si tratta di una pillola avvelenata che scoraggia molti potenziali acquirenti. Chi doveva impedire tale distruzione di valore, ossia la Fondazione, si è comportato come troppi altri azionisti bancari: interessandosi ai dividendi e fidandosi del management e della capacità di Bankitalia di preselezionarlo tramite regolamentazione.