E ANCORA… - Altro punto dolente: “Dobbiamo allora chiederci se avevamo assunto tutte le possibili cautele nell’affrontare la più grande acquisizione bancaria mai registrata in Italia e, a questo fine, è stata illuminante la lettura della comunicazione formale al mercato effettuata in giugno. Da essa abbiamo appreso che, oltre a non aver inserito clausole di salvaguardia, la banca non ha effettuato una formale due diligence finalizzata all’aggiustamento del prezzo di acquisizione e che le è stato consentito, solo dopo la sottoscrizione dell’Accordo, di effettuare una verifica conoscitiva sulle principali tematiche contabili, fiscali e legali del Gruppo Antonveneta. Inoltre, per determinare il valore della banca acquistata, non sono state redatte perizie di stima“.
E i denari spesi? “Dalla stessa comunicazione abbiamo inoltre appurato che per il pagamento dilazionato del prezzo dall’8 novembre 2007 al 30 maggio 2008 è stato sopportato un costo aggiuntivo di 230 milioni in conto interessi, come se l’acquisto fosse stato liquidato “pronta cassa” con denaro avuto in prestito dallo stesso venditore. Come pure abbiamo appreso che che la banca sarà chiamata (come nuova Capogruppo di Antonveneta) a sostituire le linee di finanziamento che ABN AMRO aveva accordato a Banca Antonveneta per un importo complessivo di circa Euro 7.500 milioni, che tale processo di sostituzione non rientra nelle condizioni previste dal contratto di acquisizione e che, in assenza di tutte le informazioni addizionali“
FINALE - Oggi il Monte dei Paschi di Siena non è in gravissima difficoltà. Il bond è considerato un utile puntello solo per chi ha già superato la fase più acuta della crisi e tutti lo vogliono: anche gli istituti più patrimonializzati (Unicredit e Ubi) che potrebbero addirittura non partecipare, non possono farlo per non esporsi alla speculazione in quanto “uniche banche non protette dallo Stato”. Ma è in realtà la vera partita è il futuro della cooperazione ex rossa in Italia. Quella emiliana ha dei problemi ben più grossi con Unipol, che era più esposta di MPS verso un certo tipo di mercati e di prodotti e ha dovuto accollarsi le perdite dei suoi clienti derivanti dal crack Lehman. Il MPS e la cooperazione toscana si sono mantenuti invece su strade più tradizionali ma avrebbero bisogno di una iniezione di capitali freschi. Sembra oramai quindi prossima una ristrutturazione del mondo cooperativo e dei due istituti di credito a cui fa riferimento. Però nessuno in questo momento nell’area politica di riferimento, cioè il PD appare avere la forza politica per imporre una operazione di così grande portata. Forse dopo il congresso. Forse.




In un certo senso, la voragine provocata da Antonveneta non dispiaceva al management: si tratta di una pillola avvelenata che scoraggia molti potenziali acquirenti. Chi doveva impedire tale distruzione di valore, ossia la Fondazione, si è comportato come troppi altri azionisti bancari: interessandosi ai dividendi e fidandosi del management e della capacità di Bankitalia di preselezionarlo tramite regolamentazione.