di Vincenzo Vinciguerra
postato alle 17:32 del 22 Luglio 2008 in CulturaTorna alla home

Un ex terrorista di Ordine Nuovo recensisce il libro di un medico legale e una giornalista che racconta la crisi dei sistemi investigativi e i buchi della burocrazia. Rendendo oggi di fatto quasi impossibile trovare i colpevoli dei delitti.

Vincenzo Vinciguerra è un ex membro dei movimenti neo-fascista Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Attualmente sta scontando l’ergastolo per l’uccisione di tre carabinieri con un’autobomba a Peteano nel 1972

II titolo del libro scritto da Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco rivela già tutta l’amarezza dei due autori dinanzi ad una verità sconvolgente qual’è quella di una giustizia e di un apparato investigativo e medico-legale incapaci ed impotenti dinanzi al delitto più efferato: l’omicidio. Sommersi e storditi da una propaganda che vuole la giustizia italiana perennemente in crisi per la carenza di organico, la lentezza dei procedimenti penali e civili, la mancanza di adeguati finanziamenti, scopriamo ora, leggendo questo libro di appassionata denuncia, che c’è ben altro, di gran lunga peggiore: che la vita dei cittadini è affidata al caso, perché l’imponente apparato poliziesco e giudiziario italiano è incapace di reprimere il delitto e, quindi, di prevenirlo. “Non avere paura di uccidere! Il delitto perfetto brilla all’alba del terzo millennio - scrivono i due autori - complici il declino dei sistemi investigativi e il rituale tutto italiano del ‘post mortem’,'immobile nei secoli tra moduli, certificati ed inutili formalità”. (“Non avere paura di uccidere” - G.Umani Ronchi/A.Stocco - Edizioni libreria Cortina - Torino -2008 - p.5).

LA DENUNCIA - Il pessimismo dei due autorevoli autori è confermato, in modo magistrale, dall’accurata disamina dei fatti e delle procedure, corredata da esempi significativi che, insieme, eliminano ogni dubbio sulla validità e la veridicità di una denuncia che non può e non deve essere ignorata, nonostante i corposi interessi che lede. In forma leggera, spesso ironica, comprensibile a tutti i cittadini nonostante la materia, il libro di Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco lancia l’allarme sulle carenze - da tutti fino ad oggi taciute - di un sistema investigativo e giudiziario che lascia i cittadini in balia di tutti coloro che portano nel loro patrimonio genetico l’impronta di Caino. Non rassicura più, dopo aver letto queste pagine avvincenti, l’immagine televisiva dei Ris dei carabinieri o dei Nuclei di polizia scientifica che ci fanno vedere con le loro tute bianche mentre lavorano sulla scena del crimine.

UN PROBLEMA STRUTTURALE - Crolla la certezza sull’efficienza delle analisi scientifiche, sul “Luminol”, il dna, le impronte digitali,ecc. perché si scopre che, dietro tutto questo, c’è il vuoto normativo e professionale di giudici ed investigatori. Prendiamo dolorosamente atto, per merito del coraggio e della sete di giustizia di uno scienziato e di una giornalista investigativa, che la crisi della giustizia italiana non è sanabile con l’aumento degli organici dei magistrati, l’accelerazione dei processi e maggiori finanziamenti, bensì con la modifica radicale delle procedure e la creazione di figure di giudici ed investigatori professionalmente in grado di indagare sui delitti, senza affidarsi al caso, alla “soffiata”, alla rivelazione di un pentito (spesso tardiva) e alla fortuna. Silenzioso come un tumore che corrode, senza sintomi apparenti, un organismo un tempo sano, l’incompetenza congiunta all’approssimazione ha reso agonizzante il sistema investigativo italiano affidato a pubblici ministeri, spesso privi di esperienza, che si barcamenano come possono nella conduzione delle indagini utilizzando a loro insindacabile giudizio gli organi della Polizia giudiziaria.

I RISULTATI - Il risultato è che in questo Paese non si conosce nemmeno il numero degli omicidi che vengono compiuti nell’arco di ogni anno. “Sul vasto orizzonte delle morti in bilico - scrivono i due autori - tra incidente, omicidio, suicidio e cause naturali s’indaga soltanto se c’è una denuncia, o se arriva una segnalazione alle forze dell’ordine, a volte con grande ritardo (per esempio dai collaboratori di giustizia, o la solita soffiata). Le migliaia di persone scomparse nel nulla, negli anni, come vengono classificate? Sono ancora vive per l’anagrafe? Quante sono le morti presunte? E gli omicidi?…” (ld - p.6). Non esistono meccanismi che, automaticamente, si mettono in moto per accertare se veramente un suicidio è tale e non un omicidio mascherato, se un incidente stradale è frutto di una fatalità e non di una volontà omicidiaria, se un salto nel vuoto da una finestra o da un ponte è stato determinato da qualcuno e non dalla volontà del presunto suicida. Tutto riposa sulla segnalazione di qualcuno che sa o sospetta, suscettibile di determinare un approfondimento di indagini frettolosamente chiuse. Se questa viene a mancare, il caso è archiviato per sempre complice un certificato medico redatto da un sanitario che non ha la volontà e la competenza per porsi domande.

NELLE CARCERI - Vero, terribilmente vero quanto scrivono e denunciano Giancarlo Umani Ronchi e Antonella Stocco, tanto da farci porre una domanda, a nostra volta: quanti sono i detenuti morti in carcere nell’arco di un trentennio per infarto, “fibrillazione cardiaca”, impiccagione, ritenuti vittime di malori e del malessere derivato dallo stato di detenzione? Eppure, le “voci” del carcere, in numerosi casi, hanno detto il contrario: che si può morire a causa di veleni volatili che provocano l’infarto o la fibrillazione cardiaca o si può essere appesi ad una corda, rudimentale e lasciati morire. Nessuno ha mai fatto una perizia tossicologica o un esame necroscopico accurato perché mancava la “segnalazione”, il “fondato sospetto”, per cui magistrati e medici hanno scrollato le spalle e attribuito a fatalità e depressione quello che, a volte, era il frutto di un omicidio premeditato. E se tanto è possibile in un ambiente come quello carcerario dove il “sospetto” sarebbe doveroso, che cosa succede fuori dall’universo detentivo?

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