Debunking Emanuela Orlandi - 2 : Giornalettismo
di Dario Ferri
postato alle 11:35 del 21 Luglio 2008 in InterniTorna alla home

Renatì, ma che davéro davéro…? Mica m’avrai combinato pure questa, eh? Co’ quella bambola, poi? No, perché allora dillo che la Banda della Magliana è come il nero: sta popo bene su tutto

N.B.: se questo articolo vi parrà costruito con una struttura simile a quella de “Le Mille e una notte”, sappiate che non è colpa nostra: l’unica vera responsabile di tutto ciò è la realtà. Prendetevela con issa.

“Tu mi fai girar
Tu mi fai girar
Come fossi una bambola
Poi mi butti giù
Poi mi butti giù
Come fossi una bambola”

Le parole della canzone di Patty Pravo si adattano perfettamente ad Emanuela Orlandi. Non solo quelle citate all’inizio, ma anche altre: “No ragazzo no / Tu non mi metterai / Tra le dieci bambole / Che non ti piacciono più / Oh no, oh no”. Perché in realtà è andata così: il suo caso è stato proprio come una bambola. Preso per giocarci un po’, poi buttato giù, poi di nuovo ripreso. Da magistrati alla caccia di “un bel filmone da fare” (cit.), da giornalisti in cerca di notorietà effimera e magari un’assunzione ex art. 1, da spie e controspie, poliziotti ai limiti della legge, gente che passava lì per caso. E ha colto la palla al balzo. Perché, vedete, l’Italia è questa qua. Essendoci un sacco di misteri irrisolti, e con dei punti in comune (se non altro, il luogo geografico), uno può benissimo divertirsi a collegare tutto nella maniera che ritiene più coinvolgente per chi lo sta ascoltando. E può dire, ad esempio, che “Emanuela Orlandi è stata rapita dalla P2” , che con il rapimento c’entra Marcinkus e che Renatino De Pedis stava nella Loggia massonica che tremare il mondo faceva (l’ha detto sempre la Minardi).

CE L’HA UNA CALCOLATRICE? - Da qui, fare le somme: la banda della Magliana ha rapito la Orlandi per (prima ipotesi) fare un favore a Marcinkus, che intendeva ricattare qualcuno più in alto di lui a causa di qualche oscuro scopo collegato allo Ior e all’Ambrosiano, o (seconda ipotesi) per fargli un dispetto: “Be’, credo si sia trattato di un ricatto. C’era un sottobosco di persone collegato con la malavita, c’erano giri di riciclaggio di denaro sporco, c’era la banda della Magliana, c’erano i finanziamenti del Banco Ambrosiano, c’erano ambienti internazionali interessati a sostenere il dissenso nei Paesi comunisti. La leggerezza di Marcinkus fece risultare lo Ior coinvolto”. (Notate la finezza. Lo Ior magari non era nemmeno coinvolto, ci fa pensare il nostro interlocutore, ma siccome Paul Casimir era un fesso alla fine così è sembrato; come se in Italia chi ha i soldi fosse per forza un cretino che li ha ereditati, e non uno che se li è - anche con gli impicci - guadagnati; è proprio vero che Weber e Smith, nella nostra cultura, non riescono ad attecchire). Quindi, Marcinkus - Banco Ambrosiano - Banda della Magliana. Certo, collegando così le cose, però, potremmo andare avanti. De’ Pedis era massone. I massoni però erano templari. Ergo, Emanuela è nascosta a Rennes Le Chateau. Sapete quanto possiamo continuare, per associazione di idee, o barlumi di fatti? Praticamente fino alla fine del mondo. Ma qui non siamo in un libro di Tremonti, per fortuna.

NUN TE PERDE IN CHIACCHIERE - E quindi, promettiamo di non divagare. Innanzitutto, rendiamo il vero merito a chi ce l’ha. Non è vero che è stata Sabrina Minardi a chiamare in causa per la prima volta la Banda della Magliana nel rapimento di Emanuela Orlandi. La primogenitura di questo sgùb è di Max Parisi e Otello Lupacchini, che nel libro Dodici donne e un solo assassinocitano espressamente Enrico “Renatino” De’ Pedis. La fonte? Giulio Gangi, l’agente del Sisde che già abbiamo incontrato nel primo pezzo. E che dice di preciso? Un sacco di cose, qui riassunte: “Lupacchini e Parisi partono dal caso di Emanuela Orlandi, giovanissima cittadina vaticana scomparsa a Roma il 22 giugno del 1983, per approdare al crac del Banco Ambrosiano e agli intrighi in Vaticano attraverso «un finanziatore privato romano, in rapporti con personaggi legati a Pippo Calò (cassiere della mafia) e alla banda della Magliana, che possedeva un negozio in corso Rinascimento», dirimpetto al Senato. Proprio dove Emanuela venne adescata e vista per l’ultima volta mentre parlava con un uomo. L’incontro avvenne di fronte alle vetrine del locale di un «noto usuraio condannato a una pesante pena detentiva per concorso nella bancarotta del Banco Ambrosiano». Il nome che sciorinano gli autori è quello di Fausto Annibaldi che insieme a Ernesto Diotallevi (vecchia conoscenza del giudice Lupacchini ai tempi dell’inchiesta sulla Banda della Magliana) avrebbe prestato prestato 24 miliardi di dollari a Calvi. Annibaldi - ricordano gli autori - possedeva un’officina all’interno della quale venne ritrovata la macchina presumibilmente usata per trasportare la Orlandi. E la ragazza bionda che parcheggiò l’auto aveva una relazione con Enrico De Pedis, capo della «Bandaccia», unico boss ad essere sepolto in una chiesa del Vaticano. Alla vettura ci arrivò per primo il Sisde, con l’agente Giulio Gangi, che per strane vicissitudini fu presto bloccato nelle indagini. Il punto, secondo gli autori, è che con l’impiccaggione di Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, la Mala romana rischiava di non rivedere più una lira.”

T’HO DETTO NUN TE PERDE IN CHIACCHIERE - Brevemente, secondo Parisi e Lupacchini l’omicidio della Orlandi sarebbe stato commesso da un personaggio noto agli autori del libro, la cui prima ed ultima lettera del nome sarebbero C ed E, che ha ucciso insieme a Emanuela altre dodici donne (l’ultima è Simonetta Cesaroni), fa l’imprenditore, ha una società di capitali oggi ancora operante ed è tuttora a piede libero, anche se è stato fermato all’epoca perché beccato ad adescare una ragazza con una borsetta della Avon a bordo di una Ferrari. In più, fisicamente somiglierebbe a quel Raoul Bonarelli che venne riconosciuto come frequentatore del bar di Mirella Gregori, l’altra giovane scomparsa che poi è stata accostata alla Orlandi, per i motivi raccontati lunedì scorso.

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