Caracciolo, io l’ho conosciuto

17 dicembre 2008

Come tutti sapete già, è morto Carlo Caracciolo, nume tutelare del settimanale L’Espresso e padre fondatore assieme a Eugenio Scalfari del quotidiano la Repubblica. Nonché, di conseguenza, del piccolo impero editoriale di carta stampata della annessa catena di quotidiani. NON desidero unirmi al coro delle prefiche, dei beneficiati,degli adottivi, degli adottati e dei becchini che pare siano in procinto di bastonarsi a sangue per spartirsi le spoglie, ricche non solo del 10% di azioni del gruppo editoriale. Di fatto, e certo molto ma molto meno che per altri, Caracciolo è stato parte della mia vita professionale. Perciò, nel mio piccolo, anche della mia vita tout court. Cosa di cui gli sono e sempre gli sarò grato.

Non ricordo esattamente quando l’ho conosciuto. Ricordo bene che all’inizio del 1979, quando ero già collaboratore fisso de L’Espresso e corrispondente di Repubblica, dopo avere contribuito a far nascere il quotidiano Il Mattino di Padova per conto di Giorgio Mondadori gli telefonai per dirgli che ero stato contattato da Rino Serri, dirigente del Partito comunista veneziano, che con un gruppetto di veneziani influenti voleva anche per Venezia un quotidiano concorrente del Gazzettino. Volevano però lo facesse lui, Caracciolo, e non Mondadori. Rimasi d’accordo con Caracciolo che avrei portato a casa sua a Roma Serri, ma poche settimane dopo arrivò la mia disavventura giudiziaria del 7 aprile di quell’anno: accuse di rapimento e uccisione di Aldo Moro, direzione strategica delle Brigate Rosse, Prima linea, Autonomia e non ricordo più quanti ammazzamenti, anzi non riuscii neppure a contarli tutti.

La botta fece saltare i piani con Serri&C. Caracciolo però non si lasciò impressionare dalla valanga di accuse demenziali piovutemi, tutte prive anche della sola ombra di uno straccio di prova, e d’accordo con il direttore de L’Espresso, Livio Zanetti, e con Eugenio Scalfari, non solo mi fece difendere dal miglior penalista italiano di allora, cioè dall’avvocato Adolfo Gatti che era anche il legale del gruppo editoriale, ma lasciò che io continuassi a figurare nel tamburino dei collaboratori fissi de L’Espresso. Che mi pubblicò due articoli da me scritti in carcere: una tavola rotonda con i miei coimputati e una intervista a Valerio Morucci, arrestato nel frattempo e vero autore delle telefonate a me addebitate da un magistrato delirante.

Il 7 luglio dello stesso ‘79, uscito dal carcere, Caracciolo mi consigliò di mollare Padova: “Ti mando nella redazione de L’Espresso a Milano, a fare lo Scialoja del Nord”. Mario Scialoja era forse la firma più famosa del settimanale, scatenato com’era sulle “piste nere” che avevano portato alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre ’69 a Milano. Ed era il mio scopritore e mentore, diventato l’amico fraterno al quale devo poco meno di tutto. Saputo che sarei andato in vacanza alle Eolie sulla barca di Mario, Caracciolo mi disse divertito: “Vai a Lipari e guarda com’è bella e strana la miniera di pietra pomice che ha sventrato il monte Pilato”. Ci andai. E gli portai in regalo un pezzo di pietra pomice che lui tenne a lungo sul cruscotto o nel porta oggetti della sua auto. Un piccolo legame quindi un po’ abrasivo…

13 commenti a Caracciolo, io l’ho conosciuto

  1. Interessanti questi articoli che rivelano retroscena vari, aneddoti, ecc. pansa/Pansa non manca mai, eh… :D

  2. gregorj

    Pansa è un must.

  3. cordapazza

    mi ha stupito il coccodrillo del tg1, tutto paludato e sostenuto come nel suo stile, salvo la lapidaria clausola della pappardella: “amava il poker e le donne”(fine)

  4. Stupirsi? Della tv? Della Rai?
    Mah.
    pino

  5. cordapazza

    Mi ha “colpita” l’inversione di stile, stridente rispetto al tono iniziale e rispetto all’ipocrisia solita del tg,diciamo così

  6. …mi è sembrato di sbirciare sul diario personale di Pino! bel post direttore…

  7. Un articolo davvero piacevole, sicuramente più sincero e sentito dei mille coccodrilli ascoltati finora.

    Mi ha incuriosito l’accenno ai suoi guai giudiziari. Confesso profonda ignoranza e forte curiosità sul tema. Non tanto la vicenda personale (che è personale e che a scanso decisioni individuali tale deve rimanere) quanto un racconto sul periodo e gli avvenimenti, sul clima sociale che si respirava e la caccia alle streghe, su Padova (anche mia città, vivo nella bassa padovana) e sul fatto che sia stata (e sia ancora viste le vicende dello scorso anno) il centro di un certo spirito eversivo.
    Non so se ho spiegato bene ma lo spero.

    Buona serata!!

  8. Ah, caro Enrico….
    E’ la condizione umana. Più la cognizione del dolore. Senza la quale non si apprezza la felicità. Quando si riesce ad afferrarla.
    pino

  9. Può dare un’occhiata al libro di Giorgio Bocca intitolato, appunto, se non ricordo male, “Il caso 7 aprile”.Non c’è tutto, ma può farsene un’idea.
    Alcuni amici insistono perché io scriva un libro su quel periodo. Ma come si fa? E’ come raccontare un grande amore, quando ormai non c’è più… L’intimità non la si può raccontare, perché equivale a violarla. Il pudore non è un optional.
    Gli amori si vivono. Poi si tace. Almeno finché le ferite non siano diventate cicatrici. Quelle passano, queste però no: rimangono. E a volte dolgono.
    Mi scusi.
    pino

  10. Mi scusi di che? Grazie mille anzi della risposta e dell’indirizzo a Bocca.
    Come con l’ottimo Alessandro Bernardini spesso (spessissimo) non sono d’accordo con quello che scrive ma trovo la lettura una fonte magnifica di dubbi e desiderio di ricerca (limitata alle mia capacità, of course). Lei mi fa arrabbiare spesso. Ma mi piace leggerLa ed è un piacere ancor più grande poter parlare anche se divisi da uno schermo.
    Scusi ora Lei la sviolinata. È sentita e sincera però!

  11. gloria

    Mi piace molto leggere nella vita di una persona attraverso la storia della relazione che ha avuto con con un’altra. La si scopre sotto punti di vista ancor più interessanti. Perché forse non siamo esattamente noi stessi se non in relazione a qualcun altro. Bell’articolo

  12. cordapazza

    Come tutto è relativo: è proprio ciò che io considero un limite di questo pezzo.
    Alla fine della lettura, l’impressione che persiste non riguarda la persona morta, che dovrebbe essere, in teoria, il referente e l’oggetto del discorso, ma un pezzo di vita di chi il pezzo l’ha scritto, con i suoi amori e le sue idiosincrasie umane. Un “io”, puttosto che un “tu”.
    Punti di vista, legati alla irriducibile sensibilità di ognuno, lo ripeto spassionatamente.

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