La città è sprofondata in un clima d’intolleranza, che si nutre di piccoli soprusi: dal parcheggio in doppia fila all’occupazione degli scivoli per handicappati, dall’invasione dei cantieri al mancato rispetto degli avversari che hanno fatto grande la comunità. E la storia ci dice che quando cade Milano a seguire cade il resto del Paese.
Alfio Caruso, giornalista e scrittore, che terrà la rubrica settimanale “Se lo sapesse Indro..”. Il suo ultimo libro è “Willy Melodia”
Inquieta la maleducazione, intrisa di aggressività e arroganza, nella quale è sprofondata l’esistenza quotidiana di Milano. Segnala l’incapacità di aprirsi agli altri, la pretesa di essere sempre e comunque dalla parte della ragione, la tendenza a non ascoltare il prossimo, l’incarognirsi di ogni regola comportamentale. Nel 1971 arrivando da Catania a Milano il disorientamento poteva durare settimane. Non era dovuto al semplice rispetto del codice stradale, ai marciapiedi liberi da auto in sosta, alla possibilità di attraversare la strada senza essere travolti, agli uomini che cedevano il passo alle donne al momento di salire sui mezzi pubblici, all’abitudine di far sedere le persone anziane e le signore incinte; il disorientamento era, invece, dovuto al prevalere della creanza, dalla quale discendevano i piccoli comportamenti virtuosi che stu
pivano l’aspirante meteco appena sfuggito all’eccessivo calore del Meridione. Prima di essere la capitale dell’economia, della stampa, dell’intraprendenza, della moda, benché i futuri stilisti venissero chiamati sarti, Milano era la capitale dell’educazione elargita e pretesa. A suo simbolo assurgeva l’anziana signora pronta a sbattere l’ombrellino da passeggio contro il cofano dell’auto colpevole, sulle strisce pedonali in via Senato, di aver frenato troppo vicina. E il consenso dei passanti stava a sottolineare che quell’ombrellino veniva sostenuto da cento mani.
COSA SI E’ PERSO - Proteste, rabbia, odi segnavano vie e piazze, tuttavia la cortesia del vivere, il regalo di un sorriso, la spontaneità del saluto rappresentavano la regola, non l’eccezione. Nelle pieghe degli affari e sui divani dei salotti si esibivano farabutti, pescecani e maliarde in numero identico a quello attuale, ma almeno – Arbasino docet – non portavano i pantaloni con la vita bassa. E il dialetto, dolce e sincopato, delle mercerie e dei panifici, degli artigiani e dei tassisti fungeva da colonna sonora, costituiva il veicolo di trasmissione delle buone maniere: ai meteci era concesso di non saperlo pronunciare, non di sconoscerlo. Oggi Milano ha perso le botteghe, ha perso il dialetto, soprattutto ha perso l’educazione. Le macchine posteggiate in seconda fila, davanti agli scivoli degli handicappati, sulle rare piste ciclabili; gli epiteti truculenti che si scambiano guidatori di auto e di moto; l’assalto tracotante ai sedili della metropolitana, degli autobus, dei tram; le dieci soperchierie alle quali si può assistere percorrendo a mezzogiorno via Manzoni non esprimono il malessere della nostra epoca, bensì l’imbarbarimento della città. Da esso deriva la rottura del patto di grande tolleranza fra le diverse anime, che ne ha scandito la crescita. Neppure la Milano delle tangenti avrebbe sconvolto il tessuto urbano e le abitudini degli abitanti con l’imposizione di smisurati cantieri per parcheggi il più delle volte inutili. Fino ad Albertini nessun sindaco, ladro o perbene che fosse, avrebbe compiuto un simile sopruso non venendo per altro chiamato a renderne conto.
DECADENZA - La Milano resa illustre dal fucecchiese Montanelli, dal triestino Strehler, dal pugliese Grassi, dall’alessandrino Eco, dal piacentino Armani, avrebbe concesso a occhi chiusi l’ambrogino d’oro al bolognese Enzo Biagi senza stare a questionare sui riconoscimenti già attribuitigli. Nell’educazione di Milano, che durante gli anni di feroce e sanguinaria contrapposizione ideologica menò vanto delle scudisciate di Dario Fo, rientrava la deferenza verso chi compiva al meglio il proprio lavoro. Da ambo i lati della barricata si praticava la religione del dovere: allora si prediligeva la politica del fare e non c’era motivo di annunciarla; adesso, malgrado gli annunci, pare che al fare vengano anteposti gli atti di fede, le dichiarazioni di appartenenza. Viceversa il senso di appartenenza si dimostrava ricostruendo la Scala, distrutta dai bombardamenti, prima ancora delle case. I suoi maestri mai avrebbero minacciato di privare i concittadini dell’orgoglio della prima per una rivendicazione sindacale. D’altronde perché i soli orchestrali della Scala dovrebbero avere a cuore le sorti di una città che, dopo essersi aggiudicato l’Expo, per otto mesi ha litigato sulle competenze di un amministratore? Al confronto sostituire Mattei e Cuccia fu un esercizio accademico. Purtroppo Milan non l’è più un gran Milan. E la storia ci racconta che quando cede Milano a seguire cede il resto del Paese.



Al di là dei complimenti, che non sarebbero di rito nè -forse- scontati, vorrei far notare come, purtroppo, il resto del paese sia già caduto. La Milano bene è stata bevuta, poi sniffata, ora stuprata. La sua involuzione può solo essere pari a quella del suo hinterland, della sua provincia, della sua regione, del Nord, del resto d’Italia.
Quel che resta da domandarsi è che cosa mai potrà invertire la rotta, non solo per il bene di Milano…
Quanti milanesi veri sono rimasti a Milano, su 2 milioni di abitanti?
Date la risposta e poi capite il perchè dell’involuzione della città.
spiace sempre constatare che la maleducazione , l?Italia dei furbetti , i ladri di ieri e di oggi e purtroppo di domani ci sono sempre e ci saranno sono nato a Milano , me sono andato indignato , il terzo mondo e’ piu’ organizzato , e non scherzo ci vivo . l’expo 2015 e’ una colossale truffa le linee sotterranee propedeutiche al tutto non verranno mai realizzate in tempo , ma loro taglieranno i nastri delle fermate seppur non collegate tra loro . L A D R I andate a lavorare