Ha quasi dieci anni l’idea dell’economista Herbert G. Grubel di una moneta unica che dovrebbe rimpiazzare i dollari canadesi e quelli americani, oltre ai pesos messicani. Esaminiamo quali problemi economici e politici si frappongono tra questa originale proposta e la sua realizzazione concreta.
Quando non si sa più che pesci pigliare, perché le opzioni sono già state tutte bruciate, e sembra che si possa solo aspettare il botto del proprio Paese, si cerca una soluzione maneggiando la propria valuta: ci si impelaga in tassi di cambio fissi, in dollarizzazioni dell’economia, o si studia una “nuova
moneta”; non a caso l’Italia a rischio botto è tra i fondatori dell’euro. Ora che le cose si sono messe male per tutti, c’è come da copione qualcuno che tira fuori l’idea di aree monetarie di ampiezza continentale o di una nuova “moneta continentale”: di recente si è parlato dell’Amero, la moneta unica del Nord America (Canada, USA e Messico); motivazioni politiche a parte (che tutto possono), ha un senso economico?
UNA BUFALA? – Le ragioni ufficiali di queste unioni monetarie, quindi anche di un Amero, riguardano sempre il sostegno, attraverso minori costi di transazione e l’eliminazione del rischio di cambio, degli scambi commerciali in un’area di per sé già relativamente integrata nonché di una maggior stabilità finanziaria. Un bel problema però sarebbe decidere chi governerebbe l’Amero, se la Federal Reserve (che gestisce già la moneta di riserva internazione, quindi ha una certa autorità) o un organismo collegiale di americani canadesi e messicani (stile euro); e questo problema è rilevante perché le strutture economiche di questi tre paesi sono diverse e prone a shock asimmetrici (cioè non comuni a tutti), il che imporrebbe la scelta su chi proteggere e chi no, problema oltre che economico anche molto politico. Non credo che si possa anche avanzare, come nel caso euro, la motivazione di un controllo dell’inflazione: la performance anti-inflazionistica canadese è superiore a quella USA, e non essendo il dollaro canadese (CAD) la valuta dominante, il Canada potrà solo “rimetterci”; che il dollaro USA (USD) si fonda con quello canadese come aiuto al controllo dell’inflazione sarebbe inoltre un po’ come “alzare la bandiera bianca” e far diventare l’euro il vero riferimento mondiale (perché in grado di star in piedi “da solo”), per cui la cosa non ha senso politico. Si può leggere il work in
progress di S.W. Arndt per ritrovare come le motivazioni comuni a supporto dell’Amero siano in realtà piuttosto deboli, soprattutto dal punto di vista canadese. Insomma, economicamente è una bufala.
TECNOLOGICA RETRÒ – Lo stesso Arndt suggerisce però un nuovo punto di vista: il tendenziale calo del prezzo delle commodity (vero sicuramente per gli ultimi dieci anni escludendo il settore energia) tira giù il valore della valuta del Paese esportare netto (nel caso il Canada), ma questo permette ai prezzi in CAD delle commodity di non scendere quanto il prezzo in USD; e ai prezzi in CAD di altri settori, come la manifattura, addirittura di aumentare, pur rimanendo internazionalmente (in USD) competitivi. Il tasso di cambio variabile quindi può nascondere inefficienze della manifattura canadese senza stimolarla a uno sviluppo tecnologico, problema che diventerà drammatico con una ripresa dei prezzi delle commodity e quindi del CAD. Un cambio fisso (o un’unica moneta) invece costringerebbe ad un più marcato calo dei prezzi in CAD delle commodity con annesso ridimensionamento del settore, e forzerebbe uno sviluppo più competitivo della manifattura (se vuol sopravvivere). Detto questo, pur ammesso un ritardo nello sviluppo delle attrezzature elettroniche, non è del tutto certo che il Canada stia soffrendo di una generale arretratezza tecnologica, tanto meno per colpa del tasso di cambio variabile tra CAD e USD. Se così fosse, il problema starebbe in realtà nell’eccessiva debolezza, dal 90 in poi, del CAD, verso cui un’unità monetaria nord-americana è una soluzione un po’ “eccessiva”. In ogni caso, aggiungo, l’attenzione ora cade sulle prospettive del prezzo relativo di commodity e manifattura a livello internazionale: quanto più le commodity si apprezzeranno tanto più l’Amero resterà economicamente una bufala perché lesivo degli interessi di uno dei partecipanti (il Canada). Resta il fatto che gli USA avrebbero da guadagnarci, se con un’Amero attivamente partecipato dal Canada diventassero più “credibili” nel controllo dell’inflazione, se una moneta unica permettesse maggiori scambi e mobilità dei fattori produttivi
nell’area (almeno per gli scambi la cosa è valsa nella UEM), e se l’apprezzamento relativo delle commodity (alla faccia delle paure di deflazione) si traducesse in una crisi di competitività della manifattura canadese a vantaggio di quella USA.
UN PROBLEMA POLITICO – Troppi “se” dalla soluzione incerta perché l’Amero non resti (economicamente) una bufala. Tra l’altro, tutta la pur interessante analisi sopra descritta fa perno su un tasso di cambio “distorto” dal prezzo delle commodity, in un certo senso dalla “speculazione”, come piacerebbe dire a molti nostri politici. Ma si deve ricordare che c’è una ragione di fondo per cui un paese come il Canada abbia spinto più sulla (bassa) manifattura che sullo sviluppo tecnologico (elettronico): la troppo lasca politica monetaria USA, con annessi standard di vita superiori alle reali possibilità, che ha comportato una eccessiva domanda aggregata di manifattura da poter soddisfare solo con l’importazione. Questo shock sulla domanda (questa è la “distorsione”) si è riverberato sui tassi di cambio secondo la stessa logica sopra esposta, aiutando il Canada ad esportare manifattura e gli USA a importarla. L’economia ha cercato cioè di adattarsi a un cambiamento che però origina da una discorsiva volontà politica, e ora, dopo una fiammata sulle commodity, è naturale che la politica si metta in moto, nel caso proponendo un Amero (risposta agli effetti, non alle cause, di passati e probabili futuri problemi), magari spacciandola come un “evento storico”, simbolo di un “nuovo corso”, “solidarietà” e “cooperazione” tra popoli. Il problema dell’Amero è insomma tutto politico, e rischia di essere solo un tentativo di socializzare su tutto il Nord America i problemi dell’inflazionismo USA (e con un Amero in mano alla Fed è difficile pensare ad un futuro cambio di direzione); dove non riuscirà la scienza economica, riuscirà la retorica politica.























mmmmmmmmmmm che bellissimo e interessantissimo articolo……. mmmmmmmmmmm
Leo alias bellissima gnocca, sei una persona orribile.
Grazie, Ameri
Vai Ameri
con il coraggio e la paura di sentirti bene
Ameri in forma, Ameri in sintonia
Ciotti ti sgrida, parli sempre tu
e gli altri a dirgli cosa vuoi che sia?
Provavo un fastidio quasi fisico a non far questa dotta citazione.
*clap clap*
E il Messico che ruolo ricopre in tutto questo?
la costituzione degli stati uniti dice che il dollaro può essere generato solo dal governo su parere favorevole del congresso.non dice che lo crea dal nulla la fed (banca privata).
con l’amero su tipo euro ,le banche finalmente renderebbero obsoleta la costituzione dei PADRI FONDATORI degli USA,che stanno VIOLANDO SISTEMATICAMENTE dal 1913 anno di fondazione della FED.e cosi saremo tutti fottuti.
lei non ne era a conoscenza?
ci fa o ci crede?