Il federalismo fiscale può essere la soluzione per il sud, evitando però luoghi comuni e scorciatoie semplicistiche. Un’analisi su sfide, criticità ed opportunità del federalismo fiscale per il nostro mezzogiorno
Il federalismo fiscale è sempre in primo piano, con il ministro Bossi che tiene alta l’attenzione. Federalismo che alcuni temono, e altri vedono come unica salvezza per l’Italia. Le resistenze più forti sembrano venire dal mezzogiorno, che ne teme gli effetti dirompe
nti sulla spesa pubblica. Invece, il presidente della Repubblica ha invitatole classi dirigenti del sud a darsi una mossa. Un libro di Piercamillo Falasca e Carlo Lottieri “Come il federalismo fiscale può salvare il mezzogiorno” invita politici e opinione pubblica meridionale ad accettare la sfida della competizione tra territori, invece di continuare a battere cassa e fare uno scambio tra una riforma federale molto spinta, abolendo tutti i sussidi per il sud, a cui si accompagni l’abbattimento generalizzato per 10 anni dell’imposta sul reddito di impresa per chi investe nel mezzogiorno.
IL FEDERALISMO COMPETITIVO – La tesi eccheggia quella del cosiddetto federalismo competitivo, elaborata da Albert Breton, un economista neoclassico sostenitore delle virtù della “concorrenza perfetta” e del mercato: le classi politiche meridionali dovrebbero domandare alla loro gente i soldi che servono per la spesa pubblica, ci sarebbe una concorrenza virtuosa tra i territori su tasse richieste e servizi offerti, i cittadini e le imprese potrebbero “votare con i piedi”, secondo una frase ad effetto di Tiebout, un altro economista. Andrebbe abolita ogni forma di perequazione e di aiuti a favore delle aree più povere. Perché si sostiene che non è giusto che un euro di spesa pubblica “costi” al contribuente 28 centesimi in Calabria o 41 in Campania, mentre in Lombardia il costo è di 2,45 euro. Dato che spiegherebbe la preferenza per la spesa pubblica del sud: perché, sempre secondo questa tesi, la spesa del sud la pagherebbe qualcun altro. Il ddl di Calderoli sul federalismo fiscale, che prevede invece un meccanismo di forte perequazione delle funzioni essenziali, pur se legato alla definizione dei costi standard, sembra più o meno un vero “tradimento” del nord.
LE COSE SONO PIU’ COMPLICATE - Le tesi sono forse un po’ provocatorie, e le opinioni più controverse. Intanto non tutti pensano che sia scontato a priori che un sistema federale sia più efficiente di uno centralista: anzi, per molti se si escludono alcuni settori in cui la scelta tra livello centrale e livello locale è più
aperta, per molte funzioni pubbliche una gestione centralizzata è tecnicamente più efficiente. L’eventuale preferenza per un sistema federale deriva semmai dall’effetto virtuoso della maggiore responsabilizzazione degli amministratori locali, la cosiddetta accountability. Ma che si può ottenere anche con modelli federali meno “hard”. Il federalismo competitivo, e in particolare il meccanismo allocativo di Tiebout si basa peraltro su ipotesi poco realistiche: assenza di economie di scala (come dire, banalizzando, che Lombardia e Basilicata sono la stessa cosa), perfetta informazione di tutti, assenza di costi di mobilità. Secondo altri economisti questo modello porterebbe ad una polarizzazione ricchi-poveri e ad elevati costi di transazione, nonché ad effetti di traboccamento. Senza andare nel complicato: difficile impedire in uno stato unitario di farsi curare in un ospedale di un’altra regione, oppure di eleggere la residenza legale in una città e vivere in un’altra. Il risultato ultimo sarebbe che le regioni più povere potrebbero addirittura subire un deflusso di base imponibile e quindi avrebbero più difficoltà a coprire le spese; oppure, che quelle con servizi migliori sarebbero chiamate ad un impegno di spesa maggiore. A meno che non si pensi davvero di impedire (e bisognerebbe capire come) ad un cittadino sardo di andare a curare il figlio ammalato al Gaslini di Genova, in Liguria.
EFFICIENZA ED EQUITA’ – Il dibattito sull’efficienza è quindi molto controverso. Ma soprattutto c’è un aspetto che il modello competitivo sottovaluta: l’equità. Perché oltre al “principio del beneficio”, va considerato anche il “principio di equità orizzontale”, per il quale due individui che pagano una stessa quantità di tasse devono ricevere la stessa quantità e qualità di servizi pubblici, sia che abitino a Milano che a Napoli: uguale trattamento degli uguali. In caso contrario è indispensabile l’intervento della perequazione. Che, e questo è un punto importante, è diversa dai sussidi. Non a caso, la nostra Costituzione all’art. 119 distingue tra le risorse destinate alla copertura delle funzioni proprie delle regioni e degli enti locali (in cui è ricompresa la perequazione per quelle con minore capacità fiscale) dalle risorse aggiuntive per rimuovere gli squilibri economici e sociali di quelle più povere (che sono
aiuti veri e propri). A proposito di Costituzione, va ricordato anche l’art 53, che afferma il principio della capacità contributiva per il quale “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” ovvero che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività“.
LA PROGRESSIVITA’’ – E questo merita una riflessione, perché sposta l’attenzione dal tema del trasferimento di risorse tra regioni (regioni ricche e regioni povere) alla questione della redistribuzione del gettito fiscale tra persone (ricchi e poveri). Perché a parità di tasse pagate un cittadino deve ricevere gli stessi servizi pubblici, a Milano come a Catanzaro, e la progressività del fisco prevista dall’art.53 deve servire a ridistribuire i soldi tra chi è più ricco e chi è più povero, come accade in tutti i paesi civili, USA inclusi. Impostare la questione dicendo che i lombardi pagano le tasse per “mantenere” i calabresi o i campani, non è corretto: semplicemente, sono i “più ricchi” che pagano parte delle tasse anche per i “più poveri”, come dice l’art.53 della Costituzione. Il fatto che ci siano più ricchi in Lombardia che in Calabria produce l’effetto del “trasferimento territoriale”. Ma quello è l’effetto, non la causa. Altrimenti, estremizzando questa tesi, potremmo arrivare a dire che non è corretto che ci siano trasferimenti tra una provincia ricca (Venezia) ed una meno ricca (Rovigo) del Veneto, o tra comuni ricchi e poveri di una stessa regione.
























Il meccanismo di voto coi piedi in effetti non funziona. Pero’ si puo’ interpretare l’exit option come l’uscita non dei principali, ma degli agenti. In questo caso servono strumenti di controllo, misurazione, ecc.
Che sono abbastanza complessi da mettere in campo….
Un sorriso semplice e un po’ in ritardo..
^_^
Potevi pensare che, anche se in ritardo, ti facevo mancare il mio contributo su un tema “caro” come il federalismo?
Analisi molto valida di quanto è in ballo, come sempre. Anche la proposta di “gabbie fiscali” ben temperate, di Irlanda del Sud, mi pare assolutamente condivisibile.
Solo, andrebbe chiarito qualche aspetto di contorno: ad esempio, in generale il Nord è terra estremamente votata alla solidarietà, basti considerare i numeri assoluti da primato a livelo mondiale di realtà non profit e attive nel sociale.
Se ne deduce che il problema dei trasferimenti al Sud non è egoistico o micragnoso (anche se,in tempi di magra si tende giustamente per prima cosa a limitare le “liberalità”): RIGUARDA PIUTTOSTO L’EFFICIENZA NELL’IMPIEGO DI TALI CONTRIBUTI.
Se all’efficienza vergognosa dimostrata delle varie Casse del Mezzoziorno nel tempo, accompagnamo poiil tema devastante dell’evasione fiscale, che i dati dimostrano essere a livelli subsahariani al sud, ma continua ad essere perseguita con accanimento degno di miglior causa in un Nord oramai da anni nelle medie europee dell’evasione (oltre al danno la beffa), si ottiene l’equazione che porta le frange più popolaresche e becere del Nord a reclamare il “loss von Rom”.
In definitiva si raccoglie cio’ che si semina: nessuno in Veneto si lagna dei contributi a Rovigo o alla Bassa Paodvana, perchè sanno che là si spenderanno in modo mediamente efficiente.
In tal senso il tema dell’ “accountability” è quello assolutamente centrale nel federalismo all’italiana: lo sappiamo bene che non esiste “il sistema perfetto” a prescindere, ci può essere un centralismo iper efficiente (Francia) e federalismi farlocchi (Russia), ma anche i fatti recenti dimostrano che oramai il tema l’accountability degli amministratori locali è divenuto prioritario.
ciao, Abr
@ABR
)))) (scherzo, eh…)
Grazie. In effetti ti confesso che mi spiaceva molto non aver letto il tuo commento, che m’interessa sempre, anche se a volte mi fai un po’… arrabbiare
Il tema dell’accountability degli amministratori locali è FONDAMENTALE. E, come sai bene, su questo punto la pensiamo esattamente allo stesso modo (esattamente come sul tema Cassa del mezzogiorno).
Sono molto d’accordo anche che quest’accountability non necessariamente dipende da un sistema federale “spinto”. Per questo, molto modestamente (ma in eccellente compagnia..) penso a forme tipo quello alla “catalana” per alcune regioni più “pronte” e un sistema nazionale che attui forme di federalismo cooperativo (quindi, con perequazione, purchè limitata al fabbisogno standard, cosa sulla quale – piccola confessione – si stanno facendo degli studi e delle elaborazioni interessanti, ma ne parleremo tra non molto) che tenga conto dell’efficenza ma anche dell’equità.
Io credo che un federalismo ben fatto sia una buona risposta a qualche problema che ha l’Italia. E che la Lega abbia il merito, forse un po’ rozzamente, di averlo messo sul piatto.
Temo anche che in molti (in modo assolutamente bipartisan) faranno tutto il possibile per mantenere lo status quo. E che idee eccessivamente provocatorie finiscano per portare, ovviamente non volendo, fieno in cascina proprio a questi “molti”.
Ovviamente, sono sempre pronto a confrontarmi con chi, civilmente e ragionando, prova a farmi cambiare idea. Mi succede.
Ciao e auguri
C.