Ambientarsi con calma
22/12/2008 - Al termine del Consiglio europeo dell’11 e del 12 dicembre, tutti i partecipanti si sono detti soddisfatti. Date le premesse, fatte di posizioni fortemente in contrasto e minacce di veto, poteva apparire non scontata una conclusione pacifica. In realtà il
di Luca Vinci
Al termine del Consiglio europeo dell’11 e del 12 dicembre, tutti i partecipanti si sono detti soddisfatti. Date le premesse, fatte di posizioni fortemente in contrasto e minacce di veto, poteva apparire non scontata una conclusione pacifica. In realtà il presidente di turno (la Francia) aveva tutte le intenzioni di trovare un compromesso per chiudere serenamente il dibattito. Non è stato facile, Sarkozy ha dovuto presentare un testo di compromesso sul clima che accontentasse tutti, dai Paesi più “ambientalisti” a quelli più pragmatici, fino alle posizioni dei Paesi dell’Est, che hanno voglia di diventare le industrie d’Europa, non vogliono certo un freno all’inquinamento. E poi c’era l’Italia.
ASPETTANDO COPENAGHEN – Le linee generali del piano energetico (con tutti i suoi limiti e i suoi difetti) restano immutate, sono
dunque ancora validi gli impegni assunti dall’Unione europea nel marzo del 2007 e nel marzo di quest’anno sulla riduzione del 20% delle emissione dei gas responsabili dell’effetto serra, sull’incremento del 20% dell’utilizzo delle energie rinnovabili e sul conseguimento di un 20% di risparmi energetici, tutti obiettivi da raggiungere entro il 2020. La clausola di revisione, considerata il grande successo dell’Italia, in realtà dice semplicemente che l’impegno di ridurre del 30% (anziché del 20%) i gas serra entro il 2020 ci sarà solo se a Copenaghen nel 2009 anche gli altri Paesi sviluppati assumeranno impegni simili e se i più avanzati Paesi in via di sviluppo si assumeranno le proprie responsabilità. Nel 2012 scadranno gli obiettivi attuali del protocollo di Kyoto, e nel 2009 le Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) si riuniranno a Copenaghen per un nuovo accordo che riguarderà il periodo successivo al 2012. L’Europa vorrebbe presentarsi all’incontro del 2009 con una linea comune, obiettivo ambizioso. L’Europa cerca mediante le sue posizioni sull’ambiente di conquistarsi un posto di primo piano nell’ambito internazionale, vuole diventare una guida almeno sull’ambiente. Deve però fare i conti con le profonde differenze che esistono tra i Paesi membri.
LA GRANDE INDUSTRIA PROTETTA – Un altro obiettivo raggiunto dall’Italia, grazie al fatto che la Germania spingeva in questa direzione, riguarda alcuni trattamenti di riguardo a particolari settori industriali. Per i settori non esposti a rischio di carbon leakage (delocalizzazione dell’offerta dai Paesi con politiche ambientale restrittive verso Paesi senza politiche ambientali restrittive) viene previsto
l’obbligo di acquistare il 70% dei permessi di emissione (previsti nel sistema europeo di scambio delle emissioni) entro il 2020, considerando l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 100% nel 2027. Il livello iniziale viene fissato al 20% nel 2013. I settori industriali esposti a un significativo rischio di carbon leakage, invece, riceveranno gratuitamente il 100% dei permessi di emissione (secondo i livelli delle prestazioni delle migliori tecnologie disponibili). Vale la pena approfondire questo punto. Un settore industriale viene considerato “esposto ad un significativo rischio di carbon leakage” se si verifica una di queste tre condizioni: 1) la somma dei costi addizionali diretti ed indiretti indotti dall’attuazione della Direttiva porta ad un incremento dei costi di produzione superiore al 5% del suo valore aggiunto lordo e se il valore totale delle sue esportazioni ed importazioni diviso per il valore totale del suo turnover e delle sue importazioni supera il 10%; 2) la somma dei costi addizionali diretti ed indiretti indotti dall’attuazione della Direttiva porta ad un incremento dei costi di produzione superiore al 30% del suo valore aggiunto lordo; 3) se il valore totale delle sue esportazioni ed importazioni diviso per il valore totale del suo turnover e delle sue importazioni supera il 30%. Per stabilire i dettagli si dovranno attendere le proposte che la Commissione presenterà a giugno del 2010. In sostanza i problemi e le discussioni non sono state risolte ma vengono solo rimandate: a marzo 2010 per quanto riguarda l’attuale isolamento Europeo sulla lotta ai cambiamenti climatici; a giugno del 2010 per quanto riguarda la definizione dei settori industriali che beneficeranno di un trattamento di favore sui permessi di emissione. Il Governo italiano può dunque dirsi soddisfatto, le industrie energetiche di Stato, grandi produttrici di CO2, e le industrie dell’acciaio, del cemento, della carta, del vetro e della ceramica sono salve, almeno fino al 2013. Ma tanto nel 2010 ci sarà la valutazione sull’impatto di competitività, avremo tempo e modo per porre nuovi ostacoli al piano energetico europeo o per giungere a ulteriori compromessi.
OLTRE ALLA GRANDE INDUSTRIA C’E’ DI PIU’ - Ovviamente bisogna vedere se oltre a questi settori protetti ne abbia guadagnato il sistema Paese, ma il calcolo si complicherebbe. Certo è che nel breve termine i costi (specie in periodi recessivi dell’economa) rischiano di essere insostenibili, ma proprio per questo è (ed era, visto che il protocollo di Kyoto risale a più di dieci anni fa) necessaria una programmazione di medio-lungo termine, nel trasporto, nel rendimento energetico dell’edilizia e nell’efficienza energetica. Programmazio
ne che nel caso dell’Italia è mancata. Nel marzo del 2007 la Commissione giudicava molto duramente le politiche e le misure formulate dal nostro Paese. Per quanto riguarda le misure infrastrutturali nel settore dei trasporti pubblici “l’Italia non presenta, tra l’altro, in maniera sufficiente le ipotesi e le metodologie impiegate per quantificare gli effetti di riduzione previsti”, indicando genericamente un modello ottimistico secondo il quale sarebbero raddoppiati i passeggeri di metropolitana e tram e sarebbero aumentati del 50% i passeggeri dei treni. Secondo la Commissione queste ipotesi non sono plausibili, sono considerate troppo ottimiste ed insufficientemente fondate, né si comprende quali metodi siano stati applicati. [...] L’investimento in termini di bilancio indicato dall’Italia per un totale di 270 milioni di Euro (90 milioni di Euro all’anno dal 2007 al 2009) è di gran lunga insufficiente per attivare notevoli miglioramenti nelle infrastrutture del trasporto pubblico in un paese delle dimensioni dell’Italia. [...] Senza altre misure di “incentivo” oltre a quelle indicate dall’Italia, è improbabile che tale crescita sostanziale dell’uso del trasporto pubblico possa realizzarsi”. Per quanto riguarda l’attuazione della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell’edilizia secondo la Commissione l’Italia non presenta “in maniera sufficiente le ipotesi e le metodologie impiegate per quantificare gli effetti di riduzione previsti. [...] Secondo la Commissione è altamente improbabile che sia possibile raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni proposto. [...] solo attraverso l’attuazione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia, visto l’ingente parco edilizio e i tempi di rinnovame
nto che sono lunghi e visto che l’attuazione di questo strumento ha già subito notevoli ritardi in passato“. Sull’efficienza energetica la Commissione indica come sia “errato ipotizzare che gran parte delle riduzioni delle emissioni avvenga nei settori non regolati, perché le riduzioni ottenute diminuiscono principalmente la domanda di elettricità, e dunque le emissioni, dei settori che invece rientrano nell’ambito della direttiva“. Infine, per quanto riguarda l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, la Commissione ritiene che “non comporterà un abbattimento delle emissioni nel settore non regolato“. In definitiva, nel nostro Paese manca un programma energetico e dei trasporti credibile.
CONCLUDENDO – Dunque, anche se può essere giustificabile l’obiettivo di proteggere alcuni settori industriali (almeno finché non riusciranno a modernizzare i propri impianti) è necessario non rimandare ulteriormente le innovazioni tecnologiche, la spesa in ricerca energetica e la riforma della mobilità e delle infrastrutture, perché potrebbe essere un costo che non possiamo permetterci. Il rischio è che l’Italia rimanga immobile fino al 2010 sperando di rimandare le riforme all’infinito, salvo poi dover competere con dei partner europei sempre più efficienti. Perché è vero che la Germania come l’Italia ha puntato a salvaguardare la propria industria manifatturiera, ma è anche vero che, diversamente da noi, in questi anni in Germania hanno investito sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica (riducendo gli sprechi e la dipendenza da altre fonti estere), e stanno puntando a trasporti più efficienti. Insomma, difendono le proprie industrie senza però restare immobili, possiamo farlo anche noi? Altrimenti il rischio è quello di perdere due gare di competitività, la prima riguarda le nostre industrie inquinanti contro quelle dei Paesi in via di sviluppo, l’altra è la gara in innovazione tecnologica ed efficienza energetica contro i Paesi sviluppati.











