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Il crollo dell’impero ottomano

In un articolo dei primi di questo mese avevo evidenziato come l’economia della Turchia fosse estremamente fragile ed esposta al “sentiment” dei mercati finanziari a causa del pesante indebitamento verso l’estero, concentrato in gran parte nel settore privato.

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LA CRISI DELLA TURCHIA E I PERICOLI PER L’ITALIA – Come vedete la gran parte dell’indebitamento delle grandi società turche è in valuta straniera. Come viene spiegato in questo articolo l’ammontare dei debiti lordi in valuta straniera delle corporation è pari a 260 miliardi di dollari, il 30% del PIL della Turchia, mentre quello netto (cioè al netto degli attivi nelle stesse valute) rimane comunque sui 165 miliardi, il 20% del PIL. Inoltre il debito estero a breve, cioè che scade entro l’anno, è pari a 129 miliardi di dollari, che dovranno essere o rifinanziati o restituiti, dei quali 112 in valuta straniera. Cercate di seguirmi, le aziende che vendono all’estero e incassano in valuta estera, non hanno problemi, per loro la situazione è neutrale. Ma come abbiamo visto buona parte del cosiddetto “miracolo turco” è stato fatto sul mercato interno come si vede infatti dalla bilancia commerciale sempre costantemente passiva da più di un decennio (vedasi la figura sotto).

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Questo concentrarsi sul mercato interno, su beni detti not-tradables, cioè non vendibili all’estero, (come il settore costruzioni ad esempio) e ad indebitarsi invece in valuta straniera ha reso queste aziende terribilmente esposte alla svalutazione della lira turca, perché è quella che incassano, mentre devono pagare debiti ed interessi in dollari ed euro.

GLI ALTRI INDICI – Il tapering della FED ed il peggiorare di altri indici macroeconomici (come il rallentamento della Cina) ha portato molti capitali a rientrare, aumentando quindi il rischio sui paesi più esposti a questo tipo di finanziamento. Vedendo la situazione peggiorare velocemente anche altri investitori esteri hanno iniziato a liquidare le proprie posizioni, le aziende estere a fermare gli investimenti, la speculazione a seguire il movimento sapendo che in queste situazioni ci sono facili guadagni da lucrare ed in breve la lira turca è andata in spirale di eccesso di offerta sui mercati valutari. A questo punto i poveri banchieri centrali turchi si sono trovati nel perfetto esempio del “Policy Trilemma”: una Banca Centrale può avere come obiettivi due fra il tasso di cambio, il tasso di interesse o il libero movimento dei capitali, ma non tutti e tre ed ovviamente ognuno ha le sue controindicazioni.

LA SVALUTAZIONE DELLA TURCHIA – Se lascia svalutare la lira turca, cioè rinuncia all’obiettivo del tasso di cambio, le aziende turche di cui dicevamo sopra fanno un botto che lo vedono da Marte. Se invece alza il tasso di interesse, cercando di compensare col maggiore rendimento l’aumento del rischio sugli investimenti del paese, il governo Erdogan si incupisce perché un alto tasso di interesse deprime l’economia (ed i possibili elettori e ci sono a breve elezioni in Turchia), oltre a far diminuire comunque gli utili per le stesse aziende indebitate. Il bloccare i movimenti di capitali metterebbe invece completamente in crisi il modello economico su cui si è basata la Turchia in questi ultimi anni. Probabilmente nel medio-lungo termine sarebbe la scelta più oculata da fare, con un controllo più che un blocco, ma è una decisione fortemente politica e torniamo quindi ai problemi di prima.

LA SPECULAZIONE – Nel mentre l’unica cosa che potesse fare era cercare di arginare la svalutazione della lira turca vendendo la valuta straniera delle sue riserve per far calare l’eccesso di offerta, in pieno stile Ciampi del 1992, ed ovviamente con lo stesso meraviglioso risultato: gli speculatori che si sfregano le mani dalla gioia.

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Dopo giorni di passione della lira turca sul mercato valutario finalmente la Banca Centrale turca ha deciso due giorni fa di alzare il tasso overnight (quello usato per i finanziamenti a brevissimo alle banche) dal 7,75% al 12%. Il Primo Ministro Erdogan non l’ha presa bene, accusando indefinite “lobby dei tassi di interesse” che “provocherebbero un aumento dell’inflazione(sic!)” oltre a varie altre amenità che ne riflettono la sua posizione sempre più debole all’interno del paese.

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IL FUTURO POSSIBILE – Sarà interessante vedere nei prossimi giorni se l’aumento dei tassi basterà a calmare l’ondata di vendite sulle posizioni in valuta turca. È facile comunque prevedere che la Turchia dovrà purtroppo ridurre il suo indebitamento per renderlo più consono alla sua base industriale e cercare di riportare verso il pareggio la bilancia dei pagamenti verso l’estero, ma la velocità con la quale sarà costretta a farlo dipenderà dalla politica dei tassi della FED. Ulteriori strette da Washington spingeranno sempre più in alto i tassi (o giù la valuta turca) e ben presto il suo debito a breve termine diverrà insostenibile. E nel mentre a marzo ci saranno le elezioni locali, mentre ad agosto ci saranno quelle per la Presidenza della Repubblica. Penso che adesso capirete che tutte le voci di corruzione, di scontri politici, eccetera sono il risultato di questi problemi, più che la causa. Erdogan ed il suo partito sono gli stessi ai quali i mercati hanno prestato miliardi e miliardi di dollari, che prima erano dei santi immacolati o dei novelli DeGaulle? Suvvia. Purtroppo hanno scelto un modello di sviluppo che presupponeva un continuo afflusso di capitali esteri a basso costo, ed i mercati (quelli che non sbagliano mai, a detta di qualche fan ultraliberista) li hanno assecondati e adesso devono trovare qualche buona scusa per giustificare la loro imprudenza: “eh, io gli ho prestato tanti soldi, ma sembrava una personcina tanto a modo! E invece guarda che corrotto!”. Di sicuro la Turchia che uscirà da questo 2014 sarà molto diversa da quella che ci siamo abituati a vedere nell’ultimo decennio. Speriamo bene.