Il caso di due giovani infermiere del Minnesota che abusavano dei loro pazienti mostra che spesso anche le persone più “normali” si abbandonano a comportamenti inaccettabili.
Hanno ricevuto delle attenzioni molto singolari dalle proprie “infermiere”. Almeno 15 tra i pazienti, affetti da Alzheimer ed altri disturbi mentali, ospitati presso la Società del Buon Samaritano, una casa di cura ad Albert Lea, nel Minnesota, tra il primo gennaio ed il primo maggio 2008, sono stati protagonisti involontari di una vicenda dai tratti agghiaccianti (thriller-horror-porno, oserei dire). Approfittando della difficoltà a ribellarsi ed a
reagire delle vittime, un gruppo di almeno sei ragazze giovanissime che lavoravano come assistenti part-time nell’ospizio, si sono dilettate in un gioco che hanno creduto per mesi piuttosto divertente. Per mesi si sono trastullate ad umiliare e a maltrattare le vittime, uomini e donne anziani, abusando di loro emotivamente, verbalmente, sessualmente.
LE DUE PORNO INFERMIERE - Due ragazze in particolare sono finite nel mirino dell’indagine, le più grandi di età nel gruppetto, quelle su cui gravano per ora le peggiori accuse e che nel corso del processo non subiranno sconti legati all’età. Saranno trattate da adulte. Si chiamano Brianna Broizman e Ashton Larson ed hanno 19 e 18 anni rispettivamente. Entrambe hanno ammesso qualcosa, Ashton in particolare. Il resto viene raccontato da qualche testimone o montato dalla stampa. Li hanno spintonati, sculacciati, hanno strofinato il sederino candido sulle loro facce, si sono distese al loro fianco, li hanno masturbati nell’area genitale fino a provocare l’erezione – si dice – e non scendo in ulteriori dettagli. Infine li hanno soprattutto derisi, umiliati, sputandogli addosso, tenendogli una mano sulla bocca per impedire loro di urlare, nell’omertoso silenzio di chi assisteva allo spettacolo, magari divertendosi. Non sappiamo ancora se questi ed altri dettagli più crudi, comprese le stesse presunte confessioni delle ragazze, si siano effettivamente verificati. Certo è che a fine agosto il Ministero della Sanità ha pubblicato un rapporto in cui si denunciava il maltrattamento di 15 degenti della Società del Buon Samaritano, che lunedì primo dicembre un’accusa è stata depositata in tribunale contro il gruppetto di adolescenti coinvolto, che ora i familiari degli ospiti della casa di cura stanno prendendo provvedimenti.
FATTI, MISFATTI, MONTATURE - “Le accuse non sono quelle che vengono raccontate. E’ tutto una montatura dei mass media. Mia figlia non ha fatto nulla in più rispetto a quello che richiedeva il suo lavoro”. Così Michel Larson, nel corso di un programma televisivo lo scorso 4 dicembre in uno show della NBC, ha difeso Ashton. La ragazza avrebbe invece confessato qualcosa che non sembra propriamente rientrare nei compiti di una badante, come quello di infilare un dito nel retto di un paziente. Avrebbe ammesso inoltre di aver spinto i degenti, ma anche, di averci fatto un po’ di sesso… - di averli trattati male, il tutto per umiliarli, emotivamente, psicologicamente, fisicamente. Sarebbero state scattate diverse foto e girati anche alcuni video nel corso di quei mesi.
UN GIOCO DI GRUPPO - E le altre? Le altre ex allieve della scuola superiore di Albert Lea che, come le due ragazze incriminate, svolgevano servizio part-time nella struttura? Pare abbiano assistito divertendosi e che, a loro volta, se la siano presa con qualcuno tra i pazienti in particolare… L’accusa nei confronti di Brianna ed Ashton è grave ma, dice il procuratore Craig Nelson di Minneapolis, se dovessero alla fine del processo essere giudicate colpevoli, saranno probabilmente sottoposte ad una libertà vigilata, con assenza di pena carceraria, così che potranno sperimentare la condizione di chi vive con la paura addosso, quella di finire in prigione. Molti dei parenti delle vittime non sono d’accordo, come è facile immaginare.
MALATE ANCHE LORO? - E’ anche probabile che siano sottoposte a controlli psichiatrici. Ci viene difficile immaginarle affette da una qualche compulsione sessuale, una qualche parafilia, una perversione che deve durare per almeno sei mesi e presentare fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente che comportino determinare azioni… Ogni “condotta sessuale” per essere definita parafiliaca ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento. Sarebbe più semplice pensare ai ragazzi coinvolti nella vicenda come a povere vittime delle proprie ossessioni. Forse non è così però. Sarebbe più facile pensare al tutto come ad un giogo diabolico intriso di malata compulsione sessuale ma questa vicenda ha sì i contorni cupi , ma non sono certo quelli delle storie raccontate, ad esempio, nell’ultimo film di Andrew Lew, Identikit di un delitto, nel quale un inquieto Richard Gere controlla e monitora gli schedati per crimini sessuali della sua zona, tutti terribilmente ammalati della propria perversione.
BRIANNA - Lo space di Brianna, che non viene comunque aggiornato dal 2007, da prima, cioè, che la ragazza entrasse all’interno della struttura a prestare il suo servizio, ce la descrive come una ragazza americana “normale”, un modello che ben conosciamo poiché ricorrente in film e telefilm. Basta curiosare nelle foto o leggere qui e lì… Scopriamo che ai tempi aveva un ragazzo di nome Matt – forse ci sta ancora insieme – che ha studiato per anni danza – la sua grande passione – che ama calcare il palcoscenico, che crede in Dio ma che dubita dell’esistenza di Satana, che non ha mai rubato, spacciato, che preferisce il cappuccino al caffè, i sandali alle scarpe da tennis etc etc, che le piace andare sui rollerblade, a fare shopping ma, soprattutto a divertirsi in giro con gli amici. Farebbe qualunque cosa per divertirsi, scrive, perché odia le storie tristi. Magari anche stupida… come questa.
IL PARERE DELLA PSICHIATRA - Per avere una visione più approfondita della vicenda abbiamo sentito il parere di un’esperta, la dottoressa Donatella Lai, psichiatra cagliaritana e collaboratrice di Giornalettismo. Le abbiamo chiesto in particolare se il comportamento delle due ragazze, letto attraverso i dati di cui disponiamo, possa considerarsi indice di una qualche parafilia. «Io non credo affatto che si tratti di perversioni sessuali, anche se ciò che le due ragazze avrebbero fatto (il condizionale mi pare indispensabile) ha comunque degli aspetti sessuali. Non credo affatto che lo scopo ultimo fosse quello di soddisfare una forma “deviata” di appetito sessuale ma di esercitare in modo grossolano e brutale il bisogno di dominare. Ti spiego: molto spesso si attribuisce alla sessualità un’importanza che di fatto non ha (non sono seguace di Freud, da questo punto di vista), mentre ciò che trovo maggiormente pericoloso, soprattutto nel mondo attuale, è il bisogno di dominanza. Questo bisogno viene facilmente esercitato attraverso la sessualità perché negli aspetti legati ad essa l’essere umano è molto più vulnerabile. Pensa: si tratta di donne molto giovani, belle, che hanno a che fare con persone vecchie, deboli e con una malattia a causa della quale difficilmente sarebbero creduti nel momento in cui dovessero raccontare ciò che subiscono. Casi simili sono molto frequenti, ricordo che verso la fine degli anni 60 (o forse in pieni anni 70) ci fu un esperimento abbastanza noto in cui un docente universitario divise i suoi studenti in due gruppi ad attribuzione casuale. Uno di questi era destinato a fare da carceriere e l’altro da carcerato e simularono le condizioni di vita in un carcere americano.
Si tratta dello “Stanford Prison Experiment”, avvenuto nel 1971».
L’ESPERIMENTO DI STANFORD - “L’esperimento della prigione di Stanford è un esperimento psicologico volto ad indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L’esperimento prevedeva l’assegnazione ai volontari che accettarono di parteciparvi i ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato. Fu condotto nel 1971 da un team di ricercatori diretto dal professor Philip Zimbardo della Stanford University. Zimbardo riprese alcune idee dello studioso francese del comportamento sociale Gustave Le Bon; in particolare la teoria della deindividuazione, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali. Tale processo fu analizzato da Zimbardo nel celebre esperimento, realizzato nell’estate del 1971 nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, dove fu riprodotto in modo fedele l’ambiente di un carcere. Fra i 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca, gli sperimentatori ne scelsero 24, maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti; furono poi assegnati casualmente al gruppo dei detenuti o a quello delle guardie e vestiti in modo tale che il loro abbigliamento li ponesse entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza: i detenuti si strapparono le divise di dosso e si barricarono all’interno delle celle inveendo contro le guardie; queste iniziarono a intimidirli e umiliarli cercando in tutte le maniere di spezzare il legame di solidarietà che si era sviluppato fra essi”.
IL DIAVOLO E’ DENTRO CIASCUNO DI NOI - Continua la dottoressa Lai: «Ecco, a mio parere quello che è successo è da ricondurre a quel genere di fatti, non a devianze sessuali. Gli esperimenti del tipo “Stanford Prison Experiment” sono stati successivamente proibiti un po’ dappertutto, ma di fatto ciò che capita quando si creano situazioni comunitarie in cui esistono elementi deboli controllati (o anche accuditi) da elementi forti rientra in quel modello di comportamento umano. Sono convinta che la maggior parte degli individui, messi di fronte a situazioni estreme, in cui avessero elevate probabilità di farla franca, avrebbero lo stesso comportamento persecutorio e vessatorio». Come dire: il diavolo è dentro di ciascuno di noi, e certe condizioni lo fanno uscire allo scoperto… E ad avanzare questa ipotesi non c’è solo l’esperimento di Zimbardo. «Il sesso in questi casi è secondario ed è strumentale a rendere ancora più profondi gli atti di esercizio di potere. Penso che le ragazze abbiano probabilmente delle caratteristiche tali per cui il livello soglia per tali comportamenti fosse più basso del normale, è probabile che abbiano un elevato grado di immaturità emotiva e affettiva, ma non penso che siano “malate”», spiega ancora la nostra psichiatra. Le chiediamo perché gli ammalati di Alzheimer non abbiano reagito prima: «A volte vanno in totale confusione, non ricordano. Semplicemente però, non è facile reagire quando si viene pesantemente umiliati».























bellissimo pezzo
di rencente c’è stata quella trasmissione “amore criminale”, ricordi? La Rasnovich continuava a parlare di deviazioni, malattie e simili che portano a questi atteggiamenti persecutori e infine criminali; uno psicologo invitato disse una cosa che mai avevo sentito (a parte in un certo senso sostenute anche da LAI): “non si può, ogni volta che qualcuno compie atti che sono così distanti dalla nostra etica che non riunsciamo a comprenderli o accettarli, dar la colpa a una malattia, certe persone sono semplicemente dei criminali e come tali vanno trattate.”
Grazie Leonardo. Non ho seguito amore criminale ma ho inteso . Se non fosse stato per Donatella avrei preso la tangente ed avrei parlato come la R.. ..Mi stavo documentando sulle parafilie un po\’ troppo. Grazie mille a lei per averci fornito una chiave di lettura differente alternativa alla prima che mi era venuta in mente:giovani ragazze malate per cui provare compassione.
Quale è il nomo esatto della clinica che mi faccio ricoverare????
Senza scomodare dei saggi c’è un fantastico romanzo da leggere: “Il Signore delle Mosche” di William Golding.
Il titolo si riferisce appunto a Satana e narra le vicende di un gruppo di bambini dispersi su un isola a seguito di un incidente aereo.
Non sto a raccontarvi la storia (se siete curiosi c’è Wikipedia) ma le dinamiche che vengono raccontate sono estremamente simili: Golding, premio nobel nel 1983 era stato un insegnante elementare e trasse spunto dalla sue esperienze con i bambini.
ehehe Valer…hai centrato un altro punto. Io mi chiedo: è mai possibile che in quella casa di cura abbiano chiamato delle adolescenti a fare da stagiste?e che nessuno, salvo il gruppetto ed i familiari che notavano strani attegiamenti nelle vittime, si sia mai reso conto di nulla?
AG. segno,
va beh se dovessi proprio scegliere non escluderei quelle in via del campo…
Innanzitutto grazie Gloria, per questo pezzo. Ci fa capire molto, di noi stessi. Della psicologia del nostro profondo. Porto come esempio simile di ricerca a quella citata dalla Dott.ssa Donatella Lai, una ricerca svolta dallo psicologo americano Kurt Lewin (anni 40 )da me studiata all’università, che divise in due gruppi, un insieme di bambini. In un gruppo i bambini potevano comportarsi liberamente secondo un ambiente improntato alla libertà d’azione e alla democraticità delle relazioni. Nel secondo altro gruppo (cosidetto gruppo di controllo)i bambini erano sottoposti a un ambiente più rigido improntato a maggiore controllo comportamentale e limitazione dell’agire, con limitazione della democraticità delle relazioni-interpersonali. Con alcuni bambini nel ruolo di capi e controllori degli altri. Risultò questo: nel primo gruppo le relazioni interpersonali erano risultate cooperative, dinamiche e volte allo scambio e all’ apprendimento sociale da parte dei bambini. Nel secondo gruppo la regressione a comportamenti aggressivi, intolleranti e scoordinati nello spazio di vita, prendeva il sopravvento, tra i bambini. Lewin concluse che la privazione, la limitazione dello scambio e delle dinamiche relazionali libere ed espressive improntate alla democraticità e alla reciproca accettazione, erano la causa scatenante i comportamenti asociali del secondo gruppo di bambini, rispetto al primo, dinamico e volto alla crescita e allo sviluppo della personalità. Ora parlo anche per esperienza personale questo capita in famiglia, sul lavoro, nella scuola, nei rapporti di amicizia e in genere nei rapporti fra gli uomini. Io faccio parte di una famiglia conservatrice in tutti i sensi, ma che nella vita in genere, non ha mai limitato le mie scelte personali. Atteggiamento conservatore che ha però prodotto in me, molta insicurezza. Nella scuola mi hanno insegnato in particolare, l’esercizio della coscienza critica e la creatività. Ho anche uno zio pittore che mi ha trasmesso un modo di vedere più aperto alla cultura, rispetto a quello di mio padre e di mia madre. Pur essendo anche lui conservatore, borghese e tradizionalista anche nella sua manifestazione artistica. Ho idee di sinistra e combatto abbastanza in famiglia per poterle esprimere. In particolare con mio padre di cui ho un forte bisogno di approvazione. Vecchio uomo d’affari, un pò d’altri tempi. Che mi limita emotivamente. Bene le mie dinamiche nevrotizzanti intrapsichiche nasconono da lì. Da un rapporto edipico e nevrotico, che ho instaurato fin da piccolo con mio padre, poco propenso alla mentalità aperta alle proposte che vanno nel senso del mutamento ( la paura del mutamento è un grande limite per i singoli e per i gruppi). Ma non è mai venuto meno lo scambio reciproco a volte anche conflittuale. Dopo il quale subentrava l’accettazione e la libertà di decidere che mi veniva accordata. Se manca questo subentra come dice la Dott.ssa Lai, il dominio. La dinamica della sopraffazione in tutti gli ambienti. Se ti posso dare un consiglio che a me è servito, indipendentemente da cio che poi ho ricavato. Quando scegli o schegliamo, scegliere sempre ciò che sentiamo che dopo ci farà stare meglio con noi stessi e con gli altri, pur con tutte le contraddizzoni e difficoltà che permangono. Scegliere ciò che capiamo non ci procurerà nessuna dissonanza o poca dissonanza per noi nel lavoro e nella vita. E’ quello un importante momento di civiltà e di libertà tra le persone. In famiglia e fuori. E dentro il nostro essere persone. Ambienti autistici producono blocchi e sofferenze inutili. Sta a noi modificare le nostre relazioni fin che ci è possibile. CIAO.
CON SIMPATIA PER LA SENSIBILITA’ CHE SEMPRE MANIFESTI NEI TUOI ARTICOLI. Aldo
@redmail:grazie,ieri stavo commentando la recensione di Fronterre soffermandomi proprio sul punto in cui sottolinea quello che,a suo dire, è il passo più bello del libro, quello della scelta. Poi mi son fermata perché, di fatti stavo aprendo una finestra su di me, come hai fatto tu qui ora. quando scrivi”Se ti posso dare un consiglio che a me è servito, indipendentemente da cio che poi ho ricavato. Quando scegli o schegliamo, scegliere sempre ciò che sentiamo che dopo ci farà stare meglio con noi stessi e con gli altr” mi fai pensare di avermi compresa pur non conoscendomi:D
per il resto di quello che hai scritto: grazie per aver raccontato l’esperimento di Lewin!
…mi sa che abbiamo un background scolastico familiare simile…rapporto nevrotico con uno dei due genitori compreso.La mia situazione è addirittura più complicata della tua però…e mi ci vorrebbe Donatella per risolverla o per comprenderla appieno:D
@Ugo, poi ne riparliamo!
Consiglio a tutti questo video:
http://www.ted.com/index.php/talks/philip_zimbardo_on_the_psychology_of_evil.html
E’ il tizio che ha fatto l’esperimento nel 1971 che parla proprio di questi temi.
eh, ho provato ma da questo pc per ora non riesco a visualizzarlo! grazie, deve essere una chicca!
Io ho fatto un periodo di due anni di psicoterapia dall’86 all’ 88 a Torino ( la mia città natale) i primi anni dell’Università con uno psicoterapeuta lacaniano ( la scuola di terapeuti che ti dicono poco durante quei 40 minuti circa di lettino e lasciano molto che il paziente elabori da solo i propri conflitti, impegnativo )ed è servito a scrutarmi dentro e ha comprendermi meglio e a superare quel periodo di depressione che stavo vivendo. Lewin l’ho studiato per l’esame di psicologia sociale alla Facoltà di Scienze Politiche ( mi sono laureato in antropologia culturale con una tesi di intervista ‘’sulle popolazioni contadine del monferrato casalese e la viticoltura” la zona di campagna piemontese nella quale vivo ora coi miei). Era uno psicologo comportamentale della scuola della Gestalt ( in tedesco ”forma”, meglio percezione )emigrò negli Stati Uniti all’avvento del nazismo per ovvi e conosciuti, storici motivi. Era uno psicologo che affrontava(1890-1947) in modo dinamico la psicologia umana. Caposcuola degli studi sui rapporti tra ambiente sociale e psicologia del singolo. La Dott.ssa Donatella Lai lo conoscerà sicuramente. Ha condotto numerosissime ricerche sul campo ( e sperimentali) sulle dinamiche di gruppo e sull’apprendimento, sui livelli di aspirazione, i gruppi sociali democratici e autoritari. Ha studiato l’aggressività con Lippitt e White. Ancora oggi ( insieme ad altri autori tra cui lo psicologo transazionale Eric Berne) mi aiuta abbastanza a comprendere il mio quotidiano e quello di chi vive con me. Sono contento di averti dato un buon consiglio. Non ho capito nella tua citazione se Fronterre è un titolo di un testo o l’autore di una recensione. Mi era piaciuto molto il tuo pezzo di intervista a quella suora di Parma ( mi sono laureato come ti ho scritto con una tesi in parte composta di parti d’intervista ad agricoltori di qua ).Ciao
grazie, soprattutto per averci raccontato di te:DNon è facile farlo
@redmail
quando parlavo di recensione mi riferivo a questa
http://www.giornalettismo.com/archives/13714/maledetto-parkinson-xvi/
Si hai ragione. Ti ringrazio ancora per la precisazione. E se non ci incrociamo ancora qui per articoli e commenti, buone Feste
. CIAO
buone feste anche a te ed a tutti quelli cui capiterà di leggere questo commento.
Mi verrebbe da chiedere perchè quelli che partecipano alla trasmissione televisiva del “Grande Fratello” non si accoltellano alla fine…:S
Una struttura carceraria che suscitò molto interesse in M. Foucault (in “Sorvegliare e punire”) fu quella pensata da Jeremy Bentham con il suo “Panopticon” (una specie di carcere concentrico in cui il carceriere vede tutti i carcerati intorno): “un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”. Ma nutro forti dubbi sul fatto se nel Panopticon ci dovrebbero mettere dentro più le infermiere geriatriche o quelli del “Grande Fratello”…:-)
interessante…