La Robin Tax e i manager all’italiana

15/07/2008 - L’appoggio di Scaroni a Tremonti e l’intenzione di far pagare la nuova tassa agli azionisti mostrano ancora una volta l’inadeguatezza di certi amministratori nostrani e l’incapacità di staccarsi da pessime tradizioni italiche. Sedotti e abbandonati da Paolo Scaroni. Vanno quasi

     
 

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L’appoggio di Scaroni a Tremonti e l’intenzione di far pagare la nuova tassa agli azionisti mostrano ancora una volta l’inadeguatezza di certi amministratori nostrani e l’incapacità di staccarsi da pessime tradizioni italiche.

Sedotti e abbandonati da Paolo Scaroni. Vanno quasi compatiti i vari gestori di fondi stranieri che in questi giorni si lamentano della scelta dell’ad di Eni di regalare 200 milioni al governo italiano e si meravigliano che si permetta di dire: «La Robin Tax la pagheranno gli azionisti». Sia chiaro, quella dell’Eni è una decisione indifendibile da ogni punto di vista: gli interessi dell’azionista al 30% penalizza i guadagni del restante 70% (per la maggior parte in mano a investitori non italiani). Inoltre per come è maturato l’accordo Eni-Governo si configura come uno sconto ai tutti gli operatori energetici (specie i petroliferi) che operano in Italia pagato dal cane a sei zampe. Un regalo ai concorrenti. Però proprio il disappunto che si respira nella City o a Wall Street è la misura del buon lavoro fatto dal manager vicentino e dal suo apparato di comunicazione. Erano veramente in tanti ad essere convinti che Scaroni curasse gli interessi di tutti gli azionisti e non solo quelli del ministro del Tesoro che lo aveva scelto.

UN MANAGER POCO “ITALIANO”? - Premi internazionali, apparizioni regolari sul Financial Times e al Wall Street Journal, e persino il vezzo di attraversare l’Atlantico per fare un’intervista con Repubblica (a Roma le sedi di Eni ed Espresso distano al massimo tre chilometri), hanno alimentato la messa in scena di una figura con visione non provinciale. I frequenti cambi di maggioranza, i rimpasti governativi, i giochi della correnti e della lottizzazione, sono questioni che a Londra e a New York non capiscono e non vogliono capire, piuttosto se ne tengono alla larga. Scaroni ha passato tutto il primo mandato per consolidare la convinzione che gestisse l’Eni secondo i principi delle public company di tipo anglosassone, lontani dalle logiche un po’ bizantine della società pubbliche, specie italiane. L’opera di convincimento aveva funzionato: il titolo nell’ultimo anno aveva performato meglio dei concorrenti internazionali, facendo il 17% meglio dell’indice di settore e chiudendo in parte il gap di valutazione con le varie Total e Shell. Insomma, fino alla settimana scorsa tanti si erano dimenticati “l’italianità” dell’Eni.

IL PASSATO - Ma l’ingenuità non è accettabile da parte di chi gestisce centinaia milioni di dollari e di euro per conto dei propri sottoscrittori. La vera domanda da porsi era: “Scaroni ha la capacità e la volontà di staccarsi dalle deleterie pratiche della partecipazioni pubbliche tricolori?” La risposta è no, lo dice la sua storia personale. Inevitabile ripartire da Tangentopoli, quando Scaroni, amministratore delegato di Technint dovette farsi un paio di soggiorni a San Vittore prima di ammettere che la sua società (di proprietà della famiglia Rocca) aveva pagato diverse volte il partito socialista e Bettino Craxi per ottenere e mantenere appalti di costruzioni nella zona di Milano e a livello nazionale. E comunque Antonio Di Pietro e il pool di Mani pulite lo consideravano un “pentito a metà”, cioè un imputato alla ricerca del difficile equilibrio tra verità e silenzi in grado di soddisfare i magistrati e non perdere troppi amici.

VIE DI FUGA - Missione riuscita, si può dire, visto che dopo un purgatorio di qualche anno all’estero, Scaroni ha raggiunto i vertici di Enel e di Eni restandoci con governi di entrambi i colori. La brutta storia delle tangenti ha migliorato il suo istinto di sopravvivenza, ora si sbilancia molto meno, è sempre attento a lasciarsi una via d’uscita. Quando stava “lavorando” per passare da Enel ad Eni, nel 2004-05, Scaroni tentò di diventare il presidente di Confindustria Venezia, pronto ad intercettare una crescente onda montezemoliana. Due anni fa, quando il governo di centrosinistra non gli assicurava la riconferma all’Eni, stava preparando lo sbarco alle Generali. Sa muoversi meglio di tanti politici. Sa blandire e accontentare i centri di potere che contano, evita di schierarsi in maniera irreversibile in modo da inimicarsi “i nemici degli amici”. Alla fine il sostegno a Tremonti è l’ovvia e prevedibile conseguenza della sua conferma dell’inizio di giugno scorso.

LA SOLITA ITALIA - È quasi sorprendente che all’estero tutto questo non sia stato considerato fino ad oggi. Purtroppo per gli azionisti e per gli italiani, la piccola fiches da 200 milioni concessa al governo avrà ricadute ben più pesanti, confermerà il pregiudizio che la politica in Italia pesa sulle strategie aziendali più della razionalità e dei principi di buona gestione. Lo sconto sulle aziende nazionali rispetto ai concorrenti esteri avrà nuovi validi argomenti. Inevitabile finché ci si affiderà a uomini come Tremonti e Scaroni.

     
 

2 Commenti

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  2. william scrive:

    ENI, “codice etico” e Servizi Segreti

    Indiscrezione tratta dal portale Indymedia al link:

    http://piemonte.indymedia.org/article/5520

    In una surreale seduta Straordinaria del Consiglio di Amministrazione dell’E.N.I. (che trovate trascritta ed in originale) evocato il nome d’un fantomatico giornalista (Altana Pietro) e dei nostri Servizi Segreti Italiani

    Stà scritto lì, nero su bianco, nel verbale del C.d.A. dell’E.N.I.:

    “… l’11 giugno 2004 Abb denuncia alcuni manager dalla sua filiale milanese di occultamento di perdite di 70 milioni di euro e rassegna al PM Francesco Greco due nomi di propri dipendenti, tali Carlo Parmeggiani e Piarantonio Prior, che sarebbero coinvolti anche anche in una tangente al manager di Enipower Larenzino Marzocchi.Mi chiedo per quanti anni ancora sarebbe andata avanti tale forma e genere di crimine se non ci fosse stata nel marzo 2004 l’indagine del professionista della stampa Altana Pietro (fonte ritenuta vicina ai Servizi Segreti) che ha fatto indagini su Enichem, Enipower, ABB; se non ci fosse stata la denuncia al Magistrato da parte di Abb, mi chiedo come possa essere motivato una tale procrastinazione di delittuoso comportamento, per altro verso una pluralità di commissionari, senza che, in più anni e sistemi di controllo aziendali interni siano riusciti ad intercettare alcunché…”.

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