Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Economiadi Alessandro Guerani
pubblicato il 14 luglio 2008 alle 10:41 dallo stesso autore - torna alla home

Quel benefattore dei poveri di Tremonti ha fissato il tasso d’inflazione programmata, che viene usato come riferimento per gli aumenti automatici degli stipendi, all’1,7%. Contro un costo della vita che invece cresce al 4%. La Marcegaglia gli va dietro, mentre quello che dovrebbe essere fatto non si fa.

Dei meravigliosi anni 80 rimpiangiamo con sofferenza gli slogan immaginifici che hanno riempito le bocche di decine e decine di marketing manager prima e di politici dopo. Uno di questi era il fantastico “situazione win-win” cioè quando due parti, in teoria contrapposte, trovavano una soluzione che faceva vincere entrambe. La situazione di crisi economica a cui stiamo assistendo, e che è solo agli inizi, fa finalmente giustizia di questo cumulo di idiozie ma non abbastanza in fretta perchè gli ultimi guasti non si producessero nella ultima periferia dell’impero capitalistico, cioè il nostro beneamato paese. Ecco quindi “la Tremonti Lautunno bollente di Giulio ed Emma stagione del dialogo”, non solo in politica, con i frutti che possiamo già vedere, ma anche nelle relazioni fra Confindustria e sindacati.

TIP E TAP - Purtroppo la realtà anche qui ha già iniziato a raffreddare gli ardori degli alfieri del “dialogo”. Infatti di fronte a salari reali in picchiata libera, e conseguenti consumi interni che li seguono, il paladino dei poveri, Robin Tremonti, ha pensato bene di fissare il TIP, cioè il tasso di inflazione programmata che viene usato come riferimento per gli aumenti automatici dei contratti di lavoro, all’1.7% contro una inflazione reale che si sta avvicinando paurosamente al 4%. Con questo mossa praticamente seppellendo qualsiasi dialogo fra Confindustria e sindacati, che erano già alla affannosa ricerca di qualche escamotage per cercare di fare quadrare l’impossibile, cioè far recuperare produttività alle imprese, mantenere gli utili ai livelli degli ultimi anni e permettere ai salari di non essere eccessivamente erosi dalla inflazione, il tutto senza che quest’ultima si incrementi ulteriormente spinta dagli stessi aumenti salariali, come faceva la, da alcuni rimpianta, scala mobile degli anni ‘70.

CONFINDUSTRIA SI ACCODA - Ecco che l’ultima proposta della Marcegaglia di utilizzare un tasso del 2% per i rinnovi contrattuali appare come l’inizio di una partita più che la definizione di un obiettivo. Già la motivazione che bisogna scorporare l’inflazione importata appare indifendibile a meno che, per gusto del paradosso, non si dia il potere ai salariati di scorporare tale importo dai prezzi dei beni che devono acquistare: “Scusi un chilo di pane con inflazione importata scorporata per favore!”. E’ altrimenti sempre una base di partenza la controproposta della UIL di utilizzare gli indici inflattivi in uso in altri paesi europei come Germania e Francia dove però la produttività per addetto è nettamente superiore a quella italiana e quindi permette ben più agevolmente di recuperare il differenziale inflattivo dei salari.

DETASSARE GLI INVESTIMENTI E RESTITUZIONE DEL FISCAL DRAG - In realtà queste aperture da marcegaglia1 Lautunno bollente di Giulio ed Emma partita di scacchi servono solo per muovere qualche pedina in attesa che il vero attore della vicenda, cioè il Governo, si decida a finirla con dichiarazioni come quelle di Sacconi, secondo il quale la detassazione degli straordinari, quello sì, risolverà tutti i problemi dei lavoratori, e smetta di bruciare risorse in provvedimenti di facile e immediata popolarità, ma inefficaci nella sostanza, come la cancellazione dell’ICI. Quello che servirebbe è chiaro a tutti, e non è una ricetta né di sinistra né di destra. Pesante detassazione degli utili destinati ad investimenti, che possano farci recuperare il gap tecnologico e di conseguenza incrementare la produttività per addetto, assieme alla restituzione nel mentre del fiscal drag, cioè di quanto ogni dipendente paga in più di tasse perché il suo stipendio, aumentando di valore nominale ma non reale per via dell’inflazione, viene colpito dalle aliquote più elevate dell’Irpef. Questa medicina avrebbe ovviamente un costo per il bilancio statale non indifferente ma realizzerebbe una inversione di tendenza strutturale, a tutto vantaggio degli anni futuri, senza uccidere il malato nel mentre, anzi aiutandolo a star meglio fin da subito. Queste misure potrebbero essere inoltre contrattate con le parti sociali richiedendo in cambio maggiori sacrifici sull’impiego pubblico (flessibilità, mobilità e blocco del turn over) e la tassazione delle rendite finanziarie a tremonti4vz Lautunno bollente di Giulio ed Emma livelli europei. Forse in tal modo non si coprirebbe l’esborso complessivo ma sicuramente ne si ridurrebbe l’impatto.

1900 EURO IN PIU’, MICA MALE - Basti pensare poi che per 25000 euro di salario, dal 2002 al 2007, il fiscal drag sarebbe di quasi 1900 euro, e che intesserebbe anche le pensioni (altro che tesserina annonaria per i poveri!) per capire come tale provvedimento, anche scaglionato nel tempo, porterebbe una tale massa di risorse da spesa pubblica a spesa privata da avere un effetto immediato di ripresa dei consumi, con non piccoli effetti positivi anche sulle entrate fiscali. Certo per fare questo ci vorrebbe una finanziaria che si discosti completamente dal DPEF appena presentato. Ma se Robin Tremonti, dopo aver affermato per decenni la sua inutilità, lo ha fatto approvare in 9 minuti 9 dal Consiglio dei Ministri, può anche cestinarlo in uno solo. Il rischio è che nei prossimi mesi la tensione sociale si alzi assieme ai mugugni di chi si accorgerà che il federalismo fiscale è solo un miraggio. Non so a voi, ma a me la situazione ricorda tantissimo l’autunno del 1994.

3 commentistampa - fallo leggere