A volte ricicciano: Big Gov Is Back
12/12/2008 - Nella Vecchia Europa le fameliche zanne della cosiddetta “Spesa Sociale” e delle “Partecipazioni Statali” non hanno mai mollato l’osso; ora ci sono tutte le premesse affinche’ gli storici tra qualche anno proclamino il 20 gennaio 2009, data dell’insediamento ufficiale di
Nella Vecchia Europa le fameliche zanne della cosiddetta “Spesa Sociale” e delle “Partecipazioni Statali” non hanno mai mollato l’osso; ora ci sono tutte le premesse affinche’ gli storici tra qualche anno proclamino il 20 gennaio 2009, data dell’insediamento ufficiale di Obama alla Casa Bianca, come la fine dell’Era Reaganiana “Leave us Alone”
Controcorrente è la rubrica periodica – piaccia o meno – di riflessioni abr-asive su argomento a piacere del noto “pessimo elemento” Abr( http://ne0quidnimis.blogspot.com ). Lettura raccomandata dai migliori specialisti in disintossicazione dal pensiero predigerito e rigurgitato dal mainstream “progressive”. Può causare allergia, sonnolenza e dare assuefazione.
Quasi un quarto di secolo or sono Ronald Reagan proclamava dal National Mall il suo famoso: “Government is not the solution to our problem; government is the problem“. Conta poco che il suo divenisse poi di fatto un governo del big spending – del resto c’era lo Scudo Stellare da finanziare, l’Urss da liquidare, l’Iran da tarpare etc.etc. : le tasse furono comunque tagliate e le spese federali finanziate a deficit, con sommo gaudio di cittadini e imprese. Sta di fatto che
quella dichiarazione d’intenti avrebbe dominato la vita politica e culturale americana per decenni, cosi’ popolare che persino Bill Clinton dovette adattarsi. Nel discorso sullo State of the Union del 1996, il presidente democratico dichiarava “We know big government does not have all the answers. We know there’s not a program for every problem. We have worked to give the American people a smaller, less bureaucratic government in Washington.” A non sapere chi l’ha detto, si potrebbe credere fossero parole di Reagan stesso.
A NEW ERA? - Con le elezioni 2008 si entra in una nuova era. Obama arriva alla presidenza in contemporanea all’esplosione di una crisi economica epocale (di Berlusconi dissero che portava sfiga, ma anche ‘sto qui …); la stia per affrontare non solo mediante controlli riforme e regolamenti piu’severi ma con un aggressivo programma di investimenti statali sulle infrastrutture di comunicazione, di recupero del Pubblico e di finanziamenti per sostenere business “eco compatibili” attualmente poco efficienti e convenienti (e lo saranno sempre meno nonostante qualsiasi incentivo e svolta tecnologica, se l’abbassamento dei prezzi delle materie prime si radicasse). Nessuno sa ancora quanto costera’ quel piano, ma saranno cifre mai viste prima se l’assaggio e’ stata una elemosina da $700 miliardi alle banche incagliate a Wall Street. Notare come gli oppositori a questo bailout statale e a quello piu’ piccolo destinato alle big automotive siano oggi minoranza: il clima culturale e’ cambiato, Big Government is back. Anche in Italia la vittoria del Centrodestra ha portato alla guida economica del Paese un piccolo grande uomo bleso dalle idee molto precise, non esattamente liberiste (ma nemmeno un populista gaudente come il capintesta del suo Governo). Tremonti, dall’alto della sua elaborazione culturale premonitrice sui rischi degli eccessi da mercatismo e globalizzazione che puo’ piacere o meno ma che e’ oggettivamente sinora priva di antitesi consistenti, non ha avuto difficolta’ nel farsi largo a colpi di bastone e carota (piu’ i primi che le seconde) tra i poco esperti ciambellani di Corte, gli straniti ex marxisti liberisti di ritorno e gli ultimi giapponesi autenticamente liberali dall’altro.
WASHINGTON CALLING - Torniamo in America: per trovare il piu’ vicino presidente pro Big Government prima di Obama, bisogna risalire agli anni Sessanta di John F. Kennedy; del resto nel florilegio di lodi il paragone tra i due e’ risultato molto gettonato. Nel corso della campagna elettorale del 1960, Kennedy faceva riferimento a “questa nostra potente macchina statale burocratica … questo nostro potente governo.” Probabile si tratti dell’ultima volta che qualcuno loda la burocrazia statale. Per Kennedy lo Stato non rappresentava un rettile lento e avido ma un efficiente e potente motore
di soluzioni tecnocratiche, uno spendido strumento che avrebbe migliorato la vita degli americani. “We have to prepare it for motion,” disse, “we have to prepare it to move, we have to get the best people we can get, and then we have to organize our structure so that they can act“. Frasi queste che avrebbe potuto pronunciare Barack Obama. Kennedy si trovava di fatto ad agire in un mondo i cui contorni politico culturali erano ancora quelli tracciati dal New Deal di Franklin Roosevelt, altro modello oggi richiamato molto spesso. Il suo riferimento era il Paese uscito dalla Grande Depressione dopo un decennio di alti e bassi, fughe in avanti e passi indietro, solo quando il piano di lavori pubblici era diventato il piu’ gigantesco dai tempi della cosruzione delle piramidi e delle Grande Muraglia Cinese, con l’intervento americano nella Guerra Mondiale. Giusto per farci un’idea: prima di entrare in guerra (1940) il budget federale americano era di 9.5 miliardi di dollari, cinque anni dopo era decuplicato arrivando a $92.7 miliardi, facendo raddoppiare le dimensioni dell’economia della Nazione. La spesa statale nel 1944 e 1945 ammontava al 43.6% del Pil, un livello mai piu’ vista ne’ prima ne’ dopo … in Usa, mentre rappresenta piu’ o meno la norma in una economia evidentemente ancora di guerra come quella italiana (i dati sul budget Usa si possono trovare qui).
IT’S THE WAY, STUPID – La “via Rooseveltiana” alla soluzione della Grande Depressione porto’ al raddoppio del budget statale, ma il piano di Obama e’ grande senza ancora arrivare a tanto: sarebbero necessari 3,5 milioni di miliardi di dollari ….dopotutto siamo solo agli inizi. Conta comunque il consenso comune e diffuso: se le economie sono in crisi, tocca ai Governi dei vari Paesi di “scendere in campo” e salvare il salvabile. Oggi e’ cosi’, ieri era diverso. Anche Bill Clinton ad esempio si trovo’ ad affrontare crisi di Borsa e problemi economici ai primi tempi della sua presidenza ma tutto quello che pote’ fare nel clima ideologico dominato dal concetto del “meno Stato” fu alzare un po’ le tasse ai redditi piu’ alti (senza ottenere il voto di un solo repubblicano contrariamente ai vari bailout presentati oggi) e adoperare quelle cifre per abbassare il deficit come un Padoa Schioppa qualsiasi, senza nessuna possibilita’ di far passare piani ambiziosi di grossi investimenti statali. Al contrario, cosi’ parlo’ Obama la settimana scorsa: “E’ arrivato il momento di rispondere con provvedimenti urgenti per ridare lavoro alla gente e dare un impulso alla nostra economia” Il lavoro perso dall’economia lo rida’ lo Stato; e ancora:”Questa dolorosa crisi e’ anche una grossa opportunita’ di trasformare l’economia per migliorare la vita della gente comune, ricostruendo strade, infrastrutture, rimodernando le scuole, investendo in soluzioni ad energia pulita per tagliare la

dipendenza dal petrolio.” Si avete letto bene, la crisi per Obama e’ una opportunita’ e lui e’ l’uomo con le idee “giuste” per guidare il Paese in questi frangenti: Government is the solution. Non ci fosse stato Rooselvelt da cui trarre ispirazione, Obama sotto questo profilo sarebbe molto europeo e cio’ spiegherebbe almeno in parte la sua popolarita’ quaggiu’.
POLITICS, POLITICS, POLITICS – Non possiamo certo sapere se questa aggressiva determinazione di Obama verso il Big Government sopravvivera’ ai primi anni di Amministrazione, figuriamoci chi puo’ dire adesso se si sta per aprire un cambiamento nell’approccio politico e culturale della durata di una generazione come fu il Reaganismo – che per inciso non fu mai puramente “liberale” nel senso europeo del termine, ma questo e’ un altro discorso che porterebbe lontano. Ovviamente un grosso contributo all’affermazione di tale nuova mentalita’ nel Paese (ancora) guida dell’Occidente dipendera’ dal successo delle misure anti crisi. Sempre che abbiano l’energia la convinzione e la forza per andare avanti: mentre scriviamo una ringalluzzita e combattiva minoranza repubblicana si sta opponendo al Senato con energia alla concessione di soldi pubblici per il salvataggio pubblico delle fallimentari aziende automobilistiche di Detroit, chiedendo in cambio del loro “Sì” un grosso, epocale passo indietro ai Sindacati. Chissa’ se il realismo Obamiano, gia’ ampiamente dimostrato con le nomine fatte, non lo portera’ a un parziale compromesso, a un cambio rotta stile edulcoramento dei provvedimenti sulla scuola da noi. Quello che e’ certo per i fan di Reagan, Tatcher e Blair come il sottoscritto e’ la sgradevole sensazione ritrovarsi per la prima volta “fuori onda”, dalla parte “passatista” e nostalgica dell’equazione. Questo round lo vince lo Stato su entrambe le sponde del Pond, senza peraltro aver mai avuto la soddisfazione che perdesse passi qui da noi. Scordiamoci per adesso di piu’ mercato e tagli alle tasse, mentre il fatto che la sinistra italiana li invochi ora da’ la misura dello sbando culturale in cui si trova, non riescono a cogliere l’aria nuova che si respira nel Mondo; qualcuno gli dica per favore che non serve piu’ fingersi liberisti alla Giavazzi – Bersani, moda passe’ … Ai fautori del “meno Stato” non rimane che accontentarsi dell’approccio minimalista tremontiano alla gestione della crisi, il meno invasivo di tutto l’Occidente e quindi per negazione il piu’ “liberista”, il piu’ attento a non incrementare il deficit statale. Mala tempora currunt.












La mia critica era proprio sul ritenere un processo graduale e molto regolamentato come l’apertura del commercio dei prodotti tessili che è durato 10 anni TROPPO VELOCE.
Quando l’Italia ha recepito ( con Tremonti ministro ) l’Agreement on Texiles and Clothing, che soppiantava l’Accordo Multifibre ed imponeva la liberalizzazione del commercio dei prodotti tessili nel giro di 10 anni si poteva agire, adesso è poco serio lamentarsi.
Che Tremonti sia il meno peggio non giustifica il fatto che i discorsi sui dazi e il protezionismo siano insensati, per due semplici motivi:
Uno è che la Cina per esempio è un paese da cui l’Italia importa beni a basso costo (e a basso valore aggiunto ) ma in cui si esportano beni ad alto valore aggiunto ( impiantistica e meccanica di precisione ) per cui una riduzione del commercio della Cina con le eventuali reciprocità che ci sarebbero danneggerebbe settori sani dell’economia per favorire settori decotti, il che non mi sembra fattibile, ed infatti nessuno ci ha mai pensato seriamente.
Secondo. il fatto che i prezzi dei prodotti tessili di prima necessità si siano ridotti in termini reali del 60% e che questo potrebbe acadere anche per i beni alimentari se non fosse per la protezionistica politica agricola europea.
Si si pietro, tutto vero e sacrosanto, ma il problema pe come la vedo io è ragionare a compartimenti stagni.
Come si fa a difendersi dal dumping sociale ed ecologico, se non imponendo reciprocità?
Il problema non è difendere i settori decotti, è affermare un principio alla base di tutto il liberismo: la fairness, il rispetto delle regole. Tra l’altro per dare il tempo a chi campa di “decotto” da noi di trovarsi delle aleternative.
Quanto all’import di beni ad alto contenuto tecnologico, don’t worry: lo fanno non per farci un piacere o per bilanciare l’import export, ma perchè (e finchè) gli serve.
Quanto alla riduzione dei prezzi trovo si ragioni spesso come se i prezzi fossero un sistema isolato, come i sindacati ai tempi della “scala mobile” proteggi salari (ma distruggi prezzi).
Che senso ha ridurre del 50% i prezzi senza considerare i contenuti qualitativi (a vlte velenosi!)?
Se poi ogni riduzione di prezzo fosse positiva di per sè, allora benvenuta deflazione!
Orca miseria. Mi tocca dar ragione a ABR.
Però il problema è forzare la Cina ad avere tutele del lavoro e dell’ambiente simili alle nostre, cosa a cui stanno pian piano arrivando se avete seguito sia l’incremento dei salari, sia le nuove preoccupazioni che hanno sull’inquinamento.
Invece poi si sente la Lega dire che se uno sfigato getta rifiuti per strada a Napoli è un delinquente, se lo fa a Varese contribuisce al PIL.
Ecco, perfetto.
a me invece ‘sta cosa che Abr mette sullo stesso piano “Giavazzi, Boeri, Bersani, Epifani”, in contrapposizione a giulietto suo, che non sarà il meglio ma alla fin fine ci ha sempre il suo perché, fa tagliare dal ridere. A breve mi sa che a noi che abbiamo votato PD toccherà difenderci dall’accusa di aver sbagliato le previsioni economiche mondiali nella Terza Internazionale!
Greg, chi ha votato Pd ci pensa gia’ da solo a tafazzanarsi sui cojomberi, non mi ci metto pur’io!
Quanto al giulietto mio (che dio ce lo preservi), mala tempora currunt; quanto al metterli sullo stesso piano (gli altri “libberisti”), ;l’han fatto da soli, scrivendo (e endorsando) il testo che e’ diventato il tuo mantra “il liberismo e’ di sinistra”.
Tnxs AG per il “concordato” orca miseria.
Quanto a gettare rifiuti non credo che quella che citi sia un posizione (forse e’ frase isolata dal suo contesto) ma non mi frega piu’ di tanto. Il fatto e’ che, nella situazione in cui era Napoli, gettare anche un kleenex e’ da irresponsabili. Le cose van sempre contestualizzate.