Viaggio nelle strade e nelle piazze dove i caporali milanesi reclutano i lavoratori irregolari. Storie quotidiane di schiavitù, sfruttamento e rassegnazione.
È quella del mercato degli uomini la piaga più dolorosa, nascosta e tollerata di Milano. Uno dei meccanismi spietati che sta all’origine del lavoro nero, quello che ogni giorno sfrutta migliaia di braccia, soprattutto di immigrati stranieri “comprate” per pochi euro dai caporali e dagli imprenditori. Per portarli poi a lavorare nei loro cantieri. Ma in realtà il caporalato è un nuova fattispecie di reato, punito dallo Stato con pene pesanti. Sequestro dell’impresa per chi impiega immigrati sfruttandoli. Ma anche la possibilità per l’immigrato di emergere dal lavoro nero e ottenere un permesso di soggiorno quando si trovi a lavorare in una condizione fortemente svantaggiata. Punizioni che però non fanno ancora diminuire il numero di lavoratori clandestini presenti all’interno dei cantieri. Abbiamo fatto un giro tra i capannelli di extracomunitari che al mattino si formano nelle piazze della città dove si contratta una giornata di lavoro in un cantiere.
LA RACCOLTA - Sono le cinque di mattina. E come tutte le mattine decine di extracomunitari si radunano silenziosi nelle maggiori piazze della città alla ricerca di un lavoro, formando decine di capannelli ai bordi delle piazze. Per lo Stato non hanno un nome né un’identità, anche se compongono la metà della forza lavoro all’ombra della Madonnina e nell’hinterland milanese. Sono gli stranieri irregolari che vivono clandestinamente a Milano che ogni mattina formano, in attesa di essere scelti per un lavoro, rigorosamente in nero e pagato con pochi euro, decine di capannelli nelle varie piazze milanesi. Piazzale Lotto, Via Lombroso, piazzale Corvetto, Maciachini e via Padova, nessuna delle vie della città viene esclusa dal passaggio dei caporali e dei loro furgoni.
CONDIZIONI DISUMANE - Nessuna garanzia, nessuna precauzione per i lavoratori. Quando vengono scelti sanno che il lavoro è in nero e che, in caso d’infortunio, non ci sarà alcun risarcimento. E che esiste anche il rischio di non tornare a casa. Come capitato la scorsa settimana a Settimo Milanese quando due operai egiziani hanno perso la vita in un cantiere dove lavoravano abusivamente. Ma il bisogno è più forte. Così gli extracomunitari vengono reclutati dai caporali prima dell’alba, caricati a bordo di un furgone e portati sul luogo di lavoro, spesso un cantiere, dove, senza imbracature lavorano anche più di 12 ore al giorno. Un fenomeno diffuso in città che permette di non regolarizzare contrattualmente gli operai e di sfruttarli per pochi euro. Tre o quattro al massimo, di cui parte finisce nelle tasche del caporale. Pagamento a cinquanta giorni.
PIAZZALE LOTTO – Ci arriviamo alle 4.30, appena la piazza si sta movimentando. Sta albeggiando quando gli extracomunitari iniziano ad arrivare vicino alla fermata della metropolitana, vicino all’edicola, uno dei capannelli della piazza. Incontriamo Abdel, un giovane egiziano di 25 anni, da due in Italia, da altrettanti senza lavoro. “Mi accontento di questo – racconta diffidente – riesco a portar a casa i soldi che mi servono”. Nel suo paese era un ragioniere. Ma sognava l’Italia. Come tutti i clandestini che arrivano in cerca di un impiego. Un lavoro poco pagato, senza nessuna protezione. “Spesso mi danno quattro, cinque euro all’ora, ma capita che bisogna pagare poi chi ti ha scelto per il lavoro. E quando si arriva sul posto di lavoro non sai mai se torni a casa”. Gli chiediamo se conosceva i due connazionali morti nel cantiere di Settimo Milanese e ci dice di sì. “Qualche volta è capitato di lavorare insieme. Li conoscevo. Ma sappiamo che il lavoro che ci viene offerto è quello. Anche se pericoloso”. E’ ancora presto, i furgoni del caporalato che scelgono i lavoratori ci dicono non passa prima delle 5 e mezza.
PIAZZALE CORVETTO – Decidiamo di spostarci di piazza. Così da un lato all’altro della città arriviamo in Piazzale Corvetto. Appena in tempo per l’arrivo dei furgoni. Uno, due, poi cinque. Pick up, automezzi, qualche utilitaria. In meno di dieci minuti la piazza si riempie di furgoncini pronti ad ospitare i lavoratori. Ci avviciniamo ad un uomo di mezza età, si chiama Abdul, è marocchino. Gli chiediamo come funzioni la scelta dei lavoratori. “Ci fanno mettere in fila. Poi scelgono chi far lavorare. In molti chiedono dei soldi”, racconta. “Se conosci qualcuno entri più facilmente, se no rimani qui. Ma questo è sempre meglio che rubare o spacciare, soprattutto se hai dei figli”. Ma se una volta il caporalato era lavoro da italiano oggi la piazza è piena di rumeni, egiziani che da schiavi sono diventati padroni, riproducendo lo sfruttamento. Arriva l’ora della scelta, una selezione che tutte le mattine gli extracomunitari sono costretti a passare. Dopo la fila Abdul è finalmente scelto da un rumeno. Andrà in un cantiere. Non sa ancora quale. Come sempre. Ci saluta e sale su un furgone di colore grigio. Sappiamo che il caporalato è un nuova fattispecie di reato, punito dallo Stato con pene pesanti. Ma del resto chi ha bisogno fa di tutto per lavorare. Anche lo schiavo.

























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