di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 10:37 del 20 Luglio 2008 in CulturaTorna alla home

Una giornata al “regno della casa lowcost” ma, soprattutto, a contatto con lo “stile svedese”. Alla disperata ricerca di un pizzico di italianità.

Sabato al Centro Ikea, dalle mie parti fuori città, ad Afragola. Arrivo rapido, da casa mia cinque minuti, benissimo collegata con segnaletica e logistica impeccabili e non chiedetemi perché (chè sapreste benissimo rispondervi da soli).

C’E’ UN GRANDE PRATO VERDE - Si arriva a questo grande spiazzo per le macchine : lo chiamano parcheggio (gratuito) per le famiglie. Sui single ci sarà la tassa sul celibato detta anche parcheggio a pagamento. O magari taglio delle ruote e così via: c’è gente che si fidanza apposta per venire a Ikea, suppongo, messa così. Subito noto una particolarità che mi fa indignare: m’han sempre insegnato a non calpestar le aiuole ed invece qui il posto auto è proprio nel verde, o almeno così sembra. La mia inesistente coscienza ambientalista si riaccende (così, per sciovinismo antiesterofilo) imitando alla perfezione Flores (ho già la lettera aperta in mano): poi scendo dall’auto e mi accorgo che in realtà quel verde era solo un’impressione. Ci sono quadratini di cemento con una, due foglioline al massimo ad imitazione dell’originale (e magari saranno anche di plastica). Dall’indignazione passo all’incazzatura piena : mi hanno prima fregato e ora mi devo pure chiedere come ce le aveva corte le manine di chi ha posizionato i fili. D’altronde che Mister Ikea in persona, quel nazista salutista e ambientalista che ha liofilizzato lo spazio vitale in salsa discount, sia di braccino corto ti si rinfaccia subito : non sei neanche entrato e lui , come un vampiro, t’ha già fatto chiedere due volte, “liberamente”, di donare il sangue. Entriamo. Anzitutto un bel cartello tipo alfabetizzazione di massa : per segnare i numeri di codice degli articoli devi prendere lapis e blocco, i lapis sono contati e tu, italiano, non fregarti la busta gialla della spesa (per andare al mare) chè tanto non ci riesci. Reso sgomento da tanta diffidenza svedese, mi dirigo, come prima cosa, al bar. Sono un italiano, perdipiù grasso, ed ho bisogno, prima di cominciare, direttamente della pausa, cioè di caffeina e di mangiare. La cameriera è magra, perché essere grassi fa vivere meno e male. Porta gli occhiali con vetro bianco perché l’occhiale azzurrato alla Califano nasconde i colori veri della vita (ed appunto io li metto). Chiedo il menu con caffè, hotdog e gelato. Mi vien data una cialdina, che a me sembrava, prima che mi fosse chiaro fosse il cono del gelato, un resto di qualche biscotto mangiucchiato. Vedo rimestare una brioscina più bianca che dotata di volume e riempita poi coi guanti da chirurgo di un salsicciotto che ha appena perso venti kg con la dieta di Jane Fonda. Dal sapore magro ed educato in buccia di plastica mi sembrano due ritagli dell’Espresso alla pagina di Augias arrotolati. Ma sarà che sono grasso e ho perso i sapori veri di una vita sana. Un caffettino ino ino, e nonostante sia lungo è di porzione talmente esigua che non si può dire neanche abbian allungato il brodo.

QUANDO MANCA L’ARIA - Mi convinco che gli svedesi mangiano a rate. Faccio il furbo con l’aranciata riempiendomi due volte il bicchiere al self service, con l’aria schifata della camerierina, tutta un monito morale ed europeo, che a giudicare dall’aspetto sarà di Acerra ma, sarà una mia allucinazione, sembra di Goteborg. L’aranciata è buona, dev’essere l’unica cosa coi conservanti qui dentro. Salgo e continuo a mangiare, faccio tre cose insieme (compreso non cadere dalle scale mobili) per lo sconcerto di questi amanti della vita ordinata e delle piccole cose e gioie una alla volta. L’atmosfera è da C’è un grande prato verde dove nascono speranze, forse per via dei comandamenti, e difatti alla radio sintonizzata sulla macchina del tempo c’è Gianni Togni. Il gelato scorre sotto, mi precipito a succhiare tra gli sguardi riprovevoli della meglio gioventù del Nord di Napoli che commenta a voce alta col dialetto di Malmoe. Vado nel cessettino della casa di 3 mt quadri, posta a modello di vita ottimizzata, e per vendicarmi, lasciatemi sporcare, faccio l’italiano. Lavo le mani, spreco il sapone, getto a terra la carta tentando il canestro e poi sciupo l’aria che asciuga. La vendetta del Re di Svezia non tarda ad arrivare. Quel sapone deve essere davvero sgrassante. Non mi sento più le dita e poi le mani. Come averle lavate con la candeggina. Nessuno parla, noto. Un silenzio di tomba. Un bambino fa cadere una di queste orribili scatole a forma di scatole di scarpe che ti vengon piazzate ovunque e vendute a dieci euro (che è un furto). E la madre per un pizzico non sviene, lo pesta in rigoroso silenzio quella povera stella neanche avesse bestemmiato i monarchi. Noi tutti, con la testa a terra, aspettandoci da un momento all’altro l’arresto per direttissima del povero bimbo in sala mensa. Ma non succede. La security oggi ci fa la grazia. Parte un sospirone di sollievo di tutti, chè chi più chi meno qualche errore o incongruenza o salto spazio-temporale tra i vari reparti l’avremmo pure commesso. Vedo uno che scrive furiosamente, sta bluffando per darsi un tono. Glielo faranno pagare, almeno lo sfrido di lapis. Dall’altoparlante poco ci manca che sgridino come al campo centrale del Foro Italico, “Silenzio, prego”. La madre del bimbo se la cava riscattandolo in cambio di dieci chiusure di buste che nemmeno se rinasci una busta, le usi. Ci son donne di mezza età che pur di farsi sposare si accontentano anche di un buco di casa anche usata e mobili da casa delle bambole. Per quello che servirà loro il letto, va bene anche prenderne uno che ti lascia i piedi da fuori: importante è il tetto. A me manca l’aria, stiam girando da un’ora in un tondo che sembra la fine del mondo.

RESISTENZA - Quel signore cerca l’uscita da un’era, un altro giura a se stesso contrito che non voleva comprare la lampada viola e smontabile in legno. Neanche nei vicoli stretti per le vetrine umane di Amsterdam ci si scambiavano tanti muti ed afflitti sguardi reciproci. Sembra un posto solo per maniaci o maniaci del bricolage. Son sicuro che c’è molta gente capitata per caso qui dentro dal secolo scorso e che non ha trovato la forza di reagire ed uscire. O un vocabolario di Stoccolma per comunicarlo a qualcuno. Vedi bambini che a casa giocano con le playstescion più avanzate e riprogrammano i pc o i blu tooth più attrezzati, che non si accontentano meno del massimo raggiunto dallo scibile umano. Li vedi lì, rincoglioniti dietro le bambole di pezza salubri o i giocattoli intelligenti dei cubi o dei puzzle sempre e solo di legno già usato ovviamente, li vedi lì che sorridono a questi ex stuzzicadenti riconvertiti in giochi che nemmeno Piccole Donne e che fanno la stessa faccia contenta dei loro padri quando debbono fingere self control o il film coreano gli sia piaciuto. Quanto a me, comincio a scantonare. E’ il grande vantaggio di chi è anziano e d’aspetto alla frutta (nel senso che s’è mangiato anche quella). L’ennesima indicazione dipinta a mano per terra per non inquinare mi manda fuori di matto. Comincio a gridare, sembro Lee Oswald, vorrei stuprare la regina Cristina per sfregio e farmi ridare i venti euro dell’Europeo, mi si rinfaccia l’hot dog che neanche un cane affamato in Italia troverebbe sia cibo, voglio tornare in Italia, a sbagliare, inquinare, parte passiva e mai più attiva con i gessetti e il contegno e gli incastri e il fai da me al risparmio, sognare e senza comprare. Avete solo Ibra, voi altri, che certamente la casa se la fa arredare da dolce e (volta) gabbana. Riguadagno l’uscita, come quando c’è un posto di blocco, fingendo un malore improvviso. Per paura che disfacendomi sporchi per terra me la cavo soltanto con un ammonimento, due esempi e dieci esortazioni. Fuori dalla civiltà è il deserto urbano consueto. C’è un sole di un giorno da spiaggia che leverebbe salute a tutta Malmoe.
Che bello calpestare le aiuole, vere o finte che siano. Mi compro, al contrabbando, due pacchi di wurstel con il formaggio e li mangio crudi per sfregio davanti l’ingresso.
Che vita di merda la vita dei sani.

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