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L’Italia che non vuole le famiglie gay

Scalfarotto vade retro. Manif pour tous è scesa in piazza contro il ddl omofobia ora al vaglio al Senato. A Piazza Santi Apostoli sabato era un pullulare di palloncini (rosa e azzurri), bambini con mani sporche di tinta, frati (presenti a loro dire a titolo “personale”) e ragazzi. La Manif in salsa nostrana è nata sulla scia delle ondate di protesta in Francia contro il riconoscimento delle nozze tra persone dello stesso sesso. Ed ora, con il testo al vaglio a Palazzo Madama, annunciano battaglia.

omofobia no unioni civili (5)

TRA BARILLA E RITAGLI –  «Difendiamo la libertà di opinione» e «Natura umana non è reato d’opinione» sono solo alcune delle scritte riportate in piazza. La famiglia? Una sola: uomo e donna. «È sempre stato così da millenni e mi sembra sia andata piuttosto bene. Perché adesso dobbiamo cambiare?», commenta un manifestante. Nemico comune il ddl Scalfarotto che conterrebbe in sé, secondo i partecipanti, pericolosi limiti alla libertà di espressione. «Il problema – tuonano dal palco – è che possa diventare reato esprimere un concetto di famiglia, il nostro. Questo lo dice la nostra Costituzione. Difesa sempre a spada tratta ma non in questo caso».Per dire no alla legge Scalfarotto si sono adunati politici, associazioni familiari, esponenti del mondo cristiano e perfino movimenti homosex contrari alla legge. Sul palco è salito anche Jean-PierDelaume- Myard (Portavoce Homovox). Tra Movimento per la Vita e Sentinelle in Piedi, Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi, il timore dei più è una “sorta” di Minculpop che metta alla gogna la libera espressione. Ma sarà vero? Sul palco si citano i “drammatici” casi di Barilla e Société générale rea, sotto la Tour Eiffel, di aver usato il manifesto di Manif. «Vedete – spiegano dal palco – questa banca per via di questa immagine è stata accusata di omofobia e ha dovuto ritirare i manifesti». Spulciando il testo ora in esame al Senato si nota però un comma che tutelerebbe le diversità di opinione:

c) dopo il comma 3 è aggiunto il seguente:
«3-bis. Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei princìpi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni».

E allora? Cosa c’è nella testa del popolo di piazza Santi Apostoli?

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TERAPIE RIPARATIVE – Una signora vorrebbe salire sul palco ma viene invitata a rimanere a debita distanza. Ha in mano un cartello con un frase di Manuel Half : “Le emozioni omossesuali non sono una malattia con un decorso già stabilito“. Malattia? La donna,  che indossa una maglietta con su scritto “Alcune persone erano gay“, precisa: «Io difendo i ragazzi che vogliono informazioni più profonde di quelle diffuse da Arcigay. Perché è innegabile che la gente cambi. La moglie del sindaco di New York, nera, era lesbica. Ha scritto un libro sulle sue difficili condizioni di vita. ma ora è da 20 anni sposata col primo cittadino americano. Le persone cambiano» Secondo la signora non esistono “geni” omo: «L’eccitamento si crea nel cervello emotivo, è l’effetto psicosomatico. È l’unica notizia scientifica, non ancora smentita, data dalla neuropsicofisiologia. Una persona è libera di poter capire cosa nel suo passato ha scatenato questa emozione».  E come? La signora ha pronta la risposta: «Tramite terapie riparative che possono anche definirsi formative perché si tratta di informazione».  Poco conta se l’Oms dal 1993 abbia depennato l’omosessualità ego sintonica dalla lista delle malattie: «Ci sono otto studi sui gemelli identici – incalza – che dimostrano che nessuno nasce omossessuale. Il cervello gay è stato smentito». Sulla teoria “riparativa” sdrammatizza: «Sono informazioni. Come quando vedi il trucco di un prestigiatore e lo scopri. La magia sparisce. Alcuni ragazzi capiscono il perché e poi cambiano. Si tratta di una cosa individuale, ripeto nessuno può cambiare sotto ordine di un altro. Mi fa solo rabbia che l’ordine degli psicologi abbia preso questo abbaglio». Secondo la signora personalità come Freud ora si dovrebbero vergognare della loro categoria. «Lo psicologo – aggiunge – non entra nel cervello di una persona e gira la vite. Se si intervenisse non ci sarebbero i suicidi che ci sono stati a Roma. Lasciate i ragazzi liberi di scegliere e valutare. Magari per dieci anni vivono relazioni omosessuali poi riempiono quel bisogno e cambiano. Altri per esempio fanno l’inverso. Ci sono mariti di famiglia che a 40 anni si scoprono omosessuali».

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TRA CORI ALLO STADIO E PALETTI – Sul palco sale Filippo, 24 anni, studente di giurisprudenza: «Non abbiate paura verso coloro che vi dicono che siete retrogradi. Dobbiamo reagire verso questo ostruzionismo». Giù dal palco però la paura dilaga. Si parla del decalogo dei giornalisti verso notizie LGBT diffuso dal ministero delle Pari Opportunità (e di cui avevamo già parlato qui). «Non sono queste le emergenze del paese – spiega un signore – Non ci sono per esempio leggi di tutela per la famiglia». Per il popolo di Manif il nucleo uomo e donna è come un “diamante” da privilegiare non da prendere “a picconate”. Ma privilegiare non crea diseguaglianza? «Per avere un confronto serio ed onesto – spiega – occorre che l’una o l’altra parte non abbiano dei limiti troppo stretti con l’angoscia di esser criminalizzati per ciò che esprimono. In questo senso la legge Mancino andrebbe abrogata del tutto, perché genera dei mostri. Per esempio allo stadio posso urlare cornuto all’arbitro ma se faccio buu contro un giocatore di colore vengo tacciato di razzismo. Le leggi ci sono e gli ultras vanno puniti per la loro violenza. La difesa della famiglia non è contro nessuno. Un figlio però nasce sempre da un uomo e una donna. Noi chiediamo che tipo di società vogliamo. Non si tratta di negare diritti ma tutelare la cellula che è il motore del nostro Paese». E’ contrario alle adozioni gay: «Parlo per ipotesi di sofferenza del minore. Se in natura la cura dei cuccioli è tra padre e madre non si capisce perché si debba alterare questo equilibrio. Oggi sappiamo che i bimbi nati con fecondazione sentono lo stimolo nel ricercare i genitori naturali. Questo aspetto va considerato». La maternità per lui non è un diritto ma un “dono”: «Ci sono cose che possiamo avere ma la maternità non è un diritto. Non possiamo alterare tutto. I miei figli non sono miei. Hanno una vita loro. Considerarli come un diritto è considerarli come un possesso».

MAMMA VOGLIO SPOSARE LEI – E davanti ad una figlia lesbica che vuole sposarsi con la propria compagna o un bambino? La signora spiega: «Può esser mamma anche senza bisogno di una compagna. L’amore è universale. Io sono cresciuta senza un padre e ne ho sentito la mancanza. Io amo i bimbi ma perché li devo condannare a genitore uno e due? Ognuno si prenda le proprie responsabilità. Se vogliono possono diventare uomo o donna». «Amiamo i bambini, i gay, quelle persone “normali”», aggiunge. Usa le virgolette per classificarli. Non crede a genitore 1 e 2 e non è d’accordo anche lei sulle adozioni, sia per la sua religione che per motivi “etici”. «A livello civile possono fare quello che vogliono ma non possono avere gli stessi diritti di una famiglia. L’uomo e una donna possono separarsi e la famiglia gay? E se viene riconosciuta? Pensi il caos che potrebbe derivare».

IL MACELLAIO GAY – Guai a dire che l’Italia non è pronta. Quello che in altri Paesi è visto come progresso non vale da Milano a Catania. «Questo ddl – incalza il signore al suo fianco – potrebbe paradossalmente trasformarsi in un boomerang per la comunità gay. Perché mettere divieti non è certo il modo migliore per incidere culturalmente». Per il manifestante la Gay Street di San Giovanni così come è comunque un ghetto dove il popolo Lgbt viene chiuso (e si autoesclude) da tutto il resto che lo circonda. Il suo testimone di nozze è gay e convive da anni con il suo compagno. Ma allora non sarebbe meglio comunque creare una legge per evitare morti e aggressioni causate dall’omofobia? «Vivo in un paesello. Il macellaio che ha vissuto con noi anni era dichiaratamente gay. Una persona meravigliosa, che non nascondeva la sua sessualità. Cosa è successo? Nulla. Le vecchine andavano uguale tranquille a prender da lui la carne. E allora dove stava lì l’omofobia?», spiega l’uomo. La carne del macellaio era buona sì, ma quel paese purtroppo non è l’Italia.